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Intanto, la vita

Intanto, per parafrasare una celebre massima, attribuita a John Lennon, è lo pseudonimo che usa la vita per passare inosservata, mentre siamo intenti a fare altro. È dunque ciò su cui, in presa diretta, non posiamo lo sguardo, è la vita parallela, di altri o persino nostra, intanto che ne viviamo un’altra; è una dimensione dello spazio, del tempo e, vorrei dire, dell’anima, che da il titolo all’ultimo godibilissimo libro di Paolo Jedlowski (Intanto, Mesogea, Messina, 2020, pp. 154, euro 13). Un esperimento narrativo di autobiografia sociologica, che insegue l’ambizione di raccontare non solo di sé e delle vite di chi, in quei luoghi, in quei anni, in quei snodi della vita, si riconosce, ma anche quelle di quanti, pur attraversando la stessa epoca e vivendo negli stessi posti, hanno vissuto qualcosa di profondamente diverso da quello del narratore.

 

L’autore ce ne offre un primo esempio nelle pagini iniziali del libro: la memoria torna agli anni in cui, giovane ed entusiasta, partecipa alle manifestazioni del ‘68 milanese e, seguendo un corteo, attraversa Piazza San Babila; e intanto può darsi che suo padre, il cui ufficio affacciava proprio sulla quella stessa piazza, sentisse l’eco di cori che si scagliavano contro un mondo che la sua generazione aveva faticosamente contribuito a creare. Chissà, si chiede Jedlowski, che cosa avrà pensato mio padre, che cosa significasse quella manifestazione per lui, allora, da quale prospettiva la inquadrasse, ovvero, che mondo abitasse intanto, cioè nel mentre, che lo abitava anche lui? Due esperienze diverse, probabilmente agli antipodi, prendevano forma contemporaneamente ma erano l’una l’intanto dell’altra. Ecco che in questo modo l’avverbio intanto si offre a Jedlowski come il punto archemideo per allargare lo sguardo e trascendere la propria centratura egoica, nello sforzo di superare “l’etnocentrismo delle generazioni” che abitano lo stesso momento ma da prospettive apparentemente inconciliabili, che possono però restituirci, se opportunamente interrogate, una visione caleidoscopica e meno autoreferenziale della realtà storica ed emotiva, di ciò che chiamiamo vita. 

 

 

Tecnicamente, spiega l’autore, intanto si rivela così essere “una congiunzione che regge proposizioni coordinate, cioè dello stesso valore e forma di quelle principali”, dunque uno strumento inclusivo di apertura a soggetti altri rispetto al protagonismo della voce narrante, che diviene così periferica e, al tempo stesso, partecipe alle vite degli altri. Non è un caso che il primo cambio di prospettiva riguardi il punto di vista del padre: intanto perché ora l’autore ha persino superato l’età di quel genitore che immagina allora affacciato a quella finestra, e dunque può più facilmente, nelle pur notevoli differenze che non intende appiattire o misconoscere, mettersi nei suoi panni e provare a comprendere anche il senso misterioso di una vita, quella dei genitori, che allora “esisteva intanto che scorreva la nostra e noi badavamo ad altro. Intanto è proprio questo che vuol dire: ci sono cose intorno a te a cui consapevolmente non badi, e quando nel ricordo le fai emergere, le metti accanto alle parti centrali del ricordo, dicono qualcosa degli ambienti in cui tu stavi.” Dal punto di vista biografico Intanto è dunque per Paolo Jedlowski una restituzione, uno sguardo affettuoso, attento e comprensivo, a posteriori, delle vite degli altri, specie di quelli che gli stavano accanto e che magari aveva dato per scontate, verso le quali non aveva esercitato l’attenzione e l’interesse che è ora in grado di far lavorare in questo memoir. Ma è anche la presa d’atto di una sua specifica postura esistenziale: “non mi stupisce che tu stia scrivendo questo libro”, gli dice un amico napoletano, perché “mentre fai una cosa sembra sempre che tu stia da un’altra parte, intanto…”. 

 

La solita storia dell’intellettuale con la testa tra le nuvole? Può darsi ma non per disattenzione come scarso radicamento alla realtà, al contrario: per il desiderio irriducibile, splendidamente reso dall’opera e la vita di Fernando Pessoa, di “sentire tutto in tutte le maniere, vivere tutto da tutti i lati, essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo, realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti, in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante.” (Fernando Pessoa, Una sola Moltitudine, Adelphi, vol. 1, p. 329). Un sogno, appunto, ad occhi aperti, che ci fa essere sempre anche altrove, perché intanto è “una parola magica: esprime il senso della contemporaneità ma contribuisce anche a crearlo”, facendo leva su un interesse emotivamente partecipato: “intanto c’è quando ti preoccupi di cosa starà facendo tuo figlio quando non lo vedi. Di come sta tua madre quando è sola”. 

Intanto che aspetta, Umberto Saba parla al suo cuore e sperimenta la coesistenza di verità inconciliabili; intanto è anche “ciò che mettiamo sotto al letto”, è il mondo interiore della negazione e della rimozione, è la zona d’ombra della nostra psiche che pensiamo di aver seppellito ma che intanto c’è e, magari quando meno vorremo o, più auspicabilmente, quando saremo pronti ad accoglierla, busserà alla porta della nostra coscienza per rivendicare piena cittadinanza. 

 

 


Intanto, a me, ha fatto pensare ad un altro sogno ad occhi aperti; quella “coscienza enorme” al centro del quaderno IV dei Grundrisse di Marx: la capacità di tenere conto dell’infinità complessità e interdipendenza dei fenomeni della vita, di ciò che troppo sbrigativamente chiamiamo fatto o prodotto, e della superstizione di una dimensione personale che non sia intessuta da una vasta trama di relazioni che annoda ciascuno di noi a tutti e a tutto, per cui intanto che vedo una parte, che scambio per il tutto (il celebre feticcio), misconosco quanto le sta dietro e la sostanzia. Questa presa di coscienza, dicevamo, è impossibile da sostenere costantemente, ma intanto, suggerisce Jedlowski, si può provare a “allargare almeno un po’, la nostra consapevolezza” proprio pensando a quanto accade intorno a noi, sforzandoci di chiederci com’è dal punto di vista di altri nella presa d’atto che “intanto è il presente che non abiti da solo”. Ecco allora che “le storie si uniscono se metti al lavoro ciò che suggerisce l’avverbio intanto”, l’immaginazione, il ricordo, la ricostruzione possono cambiare forma, “certamente – scrive Jedlowski – cambiamo noi”. 

 

Se da una parte intanto è “l’utopia di tenere tutto insieme, di non perdere nessuno, in fin dei conti di venir accettati per tutto ciò che si è – e si è molti”, dall’altra, è ciò che ci permette di esercitare un rigoroso esame di realtà perché intanto è la comprensione che nessuna realtà potrà mai coincidere con l’idea che me ne faccio, che ogni presente è punto di arrivo di infinite storie diverse, non sempre conciliabili, ed è gravido di possibilità che, in gran parte, resteranno inespresse ma che intanto erano possibili. A me sembra che possa essere anche un antidoto a ogni forma di integralismo perché l’intanto è sempre aperto ad altre possibilità interpretative, tant’è che il suo dio, scrive Jedlowski è senz’altro Ermes.

 

 

Con le sue parole: “intanto è l’annuncio dell’apertura di un sub-plot. Intanto è un bivio nascosto in ogni frase. Intanto è un modo particolare di portare a compimento l’esperienza. È una prospettiva, un modo di guardare” che ha a che fare, o almeno dovrebbe, con la sociologia, l’antropologia, la psicologia, la filosofia perché Intanto è quell’ineffabile eccedenza di senso che sempre ci sfugge ma della quale, intanto, possiamo provare a diventare consapevoli.

Intanto può essere la possibilità di tornare sulla nostra vita osservandola da prospettive diverse, riducendo il rischio di girare intorno al nostro ombelico e provando la chiave che ci permetta di rielaborare il significato di ciò che, mentre lo vivevamo, ci sfuggiva, intanto che eravamo indaffarati a fare altro. Intanto è certamente un libro che può aiutarci a farlo.

 

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