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La bellezza del possibile

Immaginario ipertrofico e individuazione

 

Iniziamo con un testo fotografico che parla da solo. Lo useremo non per analizzarlo né per commentarlo, ma per farci aiutare. L’ordine degli oggetti, delle assenze e delle presenze, e la distribuzione dei segni nello spazio configurano un paesaggio disarticolato che parla di un immaginario ipertrofico. Sfugge da ogni lato la possibilità di comporre una mappa e il sentimento dell’osservatore che stenta a sentirsi partecipe è quello di un esploratore senza mappa. Un simile paesaggio esteriore coevolve con un immaginario interno che comprende abbandono e surmodernità, miseria e lusso, margine e centro, fino a produrre una provincia di significato comunque periferica, nel senso che assume questo aggettivo dal momento che il mondo sembra essere diventato una grande periferia. Una periferia di quale centro?, ci si potrebbe domandare. 

 

Olivo Barbieri, Houston, TX, USA 2012.


Qui sta forse il punto cruciale di un tentativo di lettura dell’immaginario contemporaneo e della sua criticità, nel momento in cui si compie lo sganciamento dal simbolico e dalla sua funzione di connessione tra realtà e immaginazione. Così come “la parola scritta si presenta sotto un duplice volto: strumento di potere e strumento d’informazione”, secondo l’analisi di Italo Calvino nel saggio “I Promessi Sposi: il romanzo dei rapporti di forza”, [I. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Oscar Mondadori, Milano 1995], alla stessa maniera l’infosfera si presenta come una semiosi incontenibile, in grado perciò di creare una costante tensione e di tenere sospesi verso mete irraggiungibili, che sono soprattutto contabili e di consumo.

Nell’immaginario ipertrofico, però, sembrano quelle le fonti principali di tensione produttiva di riferimenti, che sono sempre oltre l’accessibilità e sempre sfuggenti. È come se il sistema emozionale e mentale di ognuno non ce la facesse mai a raggiungere la meta che l’immaginario ipertrofico propone; come se mancasse l’estensione necessaria per raggiungere un significato relativamente compiuto di quella tensione, e un legame triste si generasse tra soggetto e immaginario, senza che un’efficace mediazione simbolica riesca a intervenire per fungere da contenitore temporaneo. Sono le caratteristiche di quell’estetica triste di cui si è occupato Fabio Merlini [L’estetica triste, Bollati Boringhieri, Torino 2019; ne ho parlato qui], capace di produrre un gioco che non si può non giocare e, quindi di illudere, nel senso di in-ludere, giocare comunque dentro una realtà alla ricerca di possibili riferimenti per un’individuazione necessaria.

 

Collocati in una provincia periferica di significato dove l’inappagamento è la legge dominante, incontriamo difficoltà – e soprattutto gli adolescenti e i giovani incontrano difficoltà – a creare metafore attendibili della vita quotidiana. Le metafore sono dispositivi affettivi e cognitivi di cui viviamo, come hanno ben riconosciuto Lakoff e Johnson, in Metafore della vita quotidiana (2003; Bompiani, Milano 2005). La metafora è il meccanismo fondamentale non solo del linguaggio quotidiano, ma anche del nostro stesso funzionamento cognitivo. È praticamente impossibile parlare, e di conseguenza pensare, senza fare ricorso a meccanismi metaforici, perché la metafora è lo strumento linguistico che meglio di qualunque altro esprime la nostra interazione corporea col mondo. Analizzandone alcuni sistemi metaforici di base che organizzano in modo sistematico la nostra quotidianità, gli autori hanno dimostrato come pensiero e linguaggio siano condizionati dalla nostra struttura percettiva e come non siano possibili un pensiero e un linguaggio disincarnati e privi di metafore.

 

Non è facile, infatti, cercare di comprendere come si stia evolvendo la formazione dei processi di individuazione e l’emergere delle soggettività nelle attuali pratiche di costruzione regolata dei significati e delle esperienze. La disarticolazione delle forme tradizionali di individuazione ha raggiunto un livello tale da rendere particolarmente impegnativo comprendere quali funzioni svolga oggi l'immaginario nella costruzione dei processi di individuazione e nella formazione della personalità. Una questione di particolare rilievo, in proposito, riguarda il rapporto tra la realtà dei fenomeni, il simbolico e le sue funzioni e l'incidenza dell'immaginario nell’esperienza individuale e collettiva. In gioco è appunto il processo di creazione psichica e collettiva e quella che a tutti gli effetti si presenta come una crisi dell'esperienza. La complessità dell’immagine nella composizione di Olivo Barbieri, che pure risale ad alcuni anni fa, consente di ricavare alcuni suggerimenti che possono aiutarci nella difficile impresa di comprendere quali bricolage, quali prevalenze si creino nel tentativo che ognuno di noi e in particolare i più giovani, facciamo di comporre il mosaico di un riconoscimento di sé nell’intersoggettività attuale e nell'individuazione psichica e collettiva, secondo la prospettiva suggerita qualche anno fa da Gilbert Simondon.

 

 

Impoverimento educativo e esperienza estetica

L’ipotesi che vogliamo esplorare ha un duplice aspetto. Da un lato vogliamo cercare di comprendere come si stia evolvendo quello che può essere considerato a tutti gli effetti un trauma da adattamento, che sembra esprimersi in forma attenuata e subdola, ma particolarmente capace di mettere in crisi vie efficaci di costruzione dell'esperienza e dell'individuazione; dall'altro vogliamo cercare di comprendere quali impoverimenti dell'esperienza e della portata delle dimensioni intersoggettive di legame sociale dipendono dalla dimensione traumatica, e di conseguenza producono una specifica esigenza di valorizzazione del legame sociale alla temperatura della contemporaneità, laddove una funzione peculiare e, ci sembra, di rilevante importanza, potrebbe svolgere l'esperienza estetica con particolare riguardo al rapporto con la bellezza. In questo caso, naturalmente, la bellezza, è strettamente connessa all' esperienza estetica e in particolare all'arte alla cultura, intese come un'opportunità di risonanza particolarmente riuscita tra soggetto e soggetto e tra soggetto e mondo, capace di estendere il mondo interno e le potenzialità individuali e collettive ad un livello che senza quelle esperienze non sarebbe possibile. Le questioni poste e le conseguenti prassi operative sono in sperimentazione nella realizzazione di un progetto della Fondazione con i bambini che è in corso di svolgimento in alcune aree italiane e che si occupa specificamente del rapporto tra crisi delle esperienze, dimensione traumatica delle manifestazioni del legame sociale, impoverimento educativo e interventi basati sull’esperienza estetica e sulla valorizzazione della bellezza, intesa secondo l'accezione proposta precedentemente.

 

Trauma da adattamento

 

È necessario precisare nella maniera più chiara possibile che cosa intendiamo per trauma da adattamento. Si tratta dell'emergenza di criticità profonde e diffuse nell’ordinaria manifestazione delle relazioni negli affetti primari, nelle relazioni educative e nella vita quotidiana. Il riferimento non è a manifestazioni particolarmente eclatanti, anche se ci sono pure quelle, ma precisamente alla dimensione ordinaria delle criticità, al loro esprimersi in un’atmosfera che potremmo definire di normalità, laddove si insinuano le manifestazioni più problematiche e apparentemente, appunto, normali della crisi di legame.

Tale crisi riguarda sia il legame intersoggettivo e la sua capacità di sostenere il processo d'individuazione, sia il legame con i contesti della vita e in particolare con una forma di appartenenza principalmente virtuale e particolarmente influente. Quella crisi colloca oggi noi tutti, ma soprattutto gli adolescenti e giovani, e anche i bambini, in un sistema mondo rispetto al quale il gap di riconoscimento, di appartenenza, di contenimento risulta fortemente disturbato dall'onerosità proposta da un costante sistema di sollecitazione di stampo principalmente consumistico e contabile.

 

Si tratta di una sollecitazione che si mostra in grado di slabbrare permanentemente le possibilità di equilibrio, di riconoscimento, di sostegno possibile tra la realtà esperienziale effettiva, il sistema di senso e significato e gli orientamenti simbolici , con l'immaginario pervasivo e ipertrofico e le sue insostenibili tentazioni.

Quando parliamo di crisi dell'esperienza il riferimento è in particolare ad una crisi della presenza possibile e alla sua funzione, nella creazione di una stabilità emotiva accettabile in grado di contenere le condizioni intersoggettive di sviluppo della soggettività, del disegno di sé e di una relazione efficace con il mondo. Era stato Giovanni Jervis nel 1984, con Presenza e Identità edito da Garzanti, a porre il tema della crisi della presenza e, ancor prima e insieme a lui, Ernesto De Martino. Le loro intuizioni si sono manifestate anticipatorie e hanno consentito e consentono di cogliere la profonda trasformazione in corso in molteplici suoi aspetti. In particolare quello che si è determinato e si sta determinando è la fine di un mondo in cui il rapporto fra reale, simbolico e immaginario ha avuto per una lunga durata un suo equilibrio e una sua integrazione possibile, riuscendo a garantire un sostegno e una base relativamente sicura ai processi intersoggettivi e ai percorsi di individuazione. Quel clima e quei contenitori dei processi di socializzazione, della costruzione dei sistemi di appartenenza e di individuazione psichica e collettiva non sono più disponibili e i paesaggi simbolici risultano particolarmente rarefatti e non più in grado di sostenere la loro connessione con l'immaginario.

 

La natura di questa situazione critica assume molteplici aspetti che vanno dalla planetarizzazione, alla crisi ambientale, all'unificazione del contesto mondo attraverso la rete e la pervasività delle informazioni, attraverso la crisi delle risorse e le molteplici conseguenze a livello demografico ed economico. Un intero sistema di prospettive, di valori di riferimento e di aspettative risulta in crisi e mette fortemente in discussione le tradizionali capacità educative generando effetti che si traducono in impoverimento educativo, precarizzazione dell'esperienza, delle motivazioni e delle aspettative.

Forme originali di presenza e di legame stanno certamente emergendo; hanno spesso una caratterizzazione embrionale ed è difficile riuscire a mapparne le caratteristiche e la distribuzione.

 

 

 

Province periferiche di significato

 

Piccoli traumi della vita ordinaria producono marginalità di ogni tipo e fanno somigliare componenti importanti della vita sociale nei diversi paesi a quelle che potremmo definire province periferiche di significato.

Il legame sociale è così divenuto un oggetto da salvare. Il lungo e rigoroso lavoro di Silvia Amati Sas, espresso di recente nei saggi contenuti nel volume Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale (Franco Angeli, Milano 2020), da tempo, e a partire dall’analisi di traumi di particolare gravità, può consentirci di comprendere aspetti importanti di quello che abbiamo definito trauma diffuso nella vita ordinaria dovuto al passaggio di soglia da una forma di civilizzazione ad un'altra. Al centro dell'attenzione deve essere posta la trans-soggettività e quindi l'analisi del legame io-gruppo e del legame sociale. È a questo livello che dagli inizi degli anni 80 del ventesimo secolo si è prodotto un adattamento a considerare la vita come oggetto e a trattarla come tale. Secondo Silvia Amati Sas, ad essere fortemente in crisi sono gli stessi punti depositari all'interno dei quali si genera il legame sociale. Il trans-soggettivo non è fuori di noi ma è dentro noi e connette contemporaneamente l'inter personale e l'intra personale. Rispetto alla sostenibilità dell'articolazione complessa della nostra contemporaneità viviamo di fatto in un modo insopportabile, letteralmente parlando. In particolare, ciò riguarda gli adolescenti e i giovani ma coinvolge anche la crisi di gestione delle emozioni primarie nelle relazioni genitoriali e quindi nell’espressione e manifestazione degli affetti primari. La comunicazione silenziosa mediante la quale si genera riconoscimento e appartenenza e, soprattutto, un sentimento di condivisione, risulta particolarmente carente.

 

Ognuno incontra notevoli difficoltà ad essere depositario dell’altro e l'incomprensione e l'indifferenza risultano pervasivi in una parte importante delle esperienze di noi tutti. Se si riflette in particolare sull'uso del potere nelle relazioni, una componente narcisistica particolarmente presente e diffusa rende raro il riconoscimento della dipendenza dall'altro e l'uso del potere come rinuncia e come servizio. In questo modo, in particolare nelle relazioni educative, vi è una diffusa difficoltà a creare uno spazio che sia in grado di aumentare le possibilità. L'autoritarismo tradizionale che accompagnava i processi educativi, e l'affermazione magari forzata dei significati condivisi, ha lasciato il posto a isole o province periferiche di significato, spesso incomunicanti tra di loro. È emersa una crisi d'individuazione a causa della crisi di riconoscimento reciproco di oggetti condivisi. L'effetto principale che l'indifferenza causa è la solitudine, accompagnata dal rinchiudersi nella singolarità, con gli esiti di alienazione dovuti al fatto che nessuna mente individuale è in grado di far fronte da sola alla complessità dei percorsi di crescita ed emancipazione.

 

 

Permanentemente fuori moda

 

Si creano le condizioni per cui l’immaginario può diventare una macchina totalizzante. Nel momento in cui la sua ipertrofia e la sua pervasività raggiungono le strutture elementari dell’affettività e dei desideri, divengono parte dell’inconscio sociale e incidono negli ordinamenti sociali, oltre che nei processi di individuazione. Ciò non avviene in modi immediati e istantanei, ma, appunto, nelle manifestazioni traumatiche della vita ordinaria, dove quel che si ha non basta mai e ognuno è messo nella condizione di non essere mai appagato o soddisfatto. La fascinazione di un immaginario sempre più seducente sgancia dalla sostanza e consegna continuamente a una fantasmagoria di rappresentazioni, i cui vertici sono per loro stessa natura irraggiungibili. Sei permanentemente fuori moda, dove la moda, nell’immaginario, costituisce un riferimento gregario di particolare importanza: vuol dire essere nel gregge o branco, o fuori. Questo è il rischio principale, già analizzato e paventato da Freud, la riduzione a massa.

 

Se lasciarsi assorbire dall'attrazione della massa in certe circostanze vuol dire attivare particolarmente le capacità di individuazione usando l'omologazione come sponda di reazione, quando prevale la prospettiva gregaria e il fattore moda, ovviamente non solo con riferimento all'abbigliamento, esse diventano fattori principali degli orientamenti individuali e collettivi; la massa si configura come la principale se non unica istanza rassicurante. In base a quella prospettiva critica e alla funzione che svolgono la rete e i social media, quel rischio oggi è particolarmente presente e ha a che fare col gap tra la capacità mentale individuale e l'influenza esercitata dall’immaginario dominante. Le implicazioni di una problematica simile non riguardano ovviamente soltanto i processi di individuazione di ognuno, e sarebbe già abbastanza, ma riguardano principalmente il destino della civiltà e della democrazia. 

Come non è difficile constatare, il tema dell’immaginario e della sua ipertrofia finisce per riguardare il rapporto fra un processo aperto come l'individuazione, e un processo statico che nasce fossile come quello dell'identità. Non per niente nell'immaginario collettivo oggi il concetto di identità svolge una funzione pervasiva, è un potente fattore di coinvolgimento e molto spesso viene brandito come un'arma. Non se ne riconosce, se non tra sparute minoranze, la funzione difensiva e falsamente rassicurante che è in grado di produrre.

 

Ciò vale anche nelle circostanze in cui l'identità risulta completamente inventata. Anzi è proprio in quelle circostanze che riesce a penetrare i meandri più profondi dell’immaginario e a caratterizzarne le dinamiche evolutive e il potenziale di affermazione. 

L'immaginario ipertrofico non è né polifonico né pluralistico, ma per sua stessa natura tende alla totalità pervasiva e non contempla l'esercizio del dubbio. La sua connotazione principale è quella contabile ed è per questo che l'attenzione non è posta mai sul perché ma sempre sul come e al centro di ogni ragionamento ci sono sempre la competenza e il saper fare e quasi mai la domanda: ma, fare per che cosa?; ma fare perché? 

 

Seduzione e disobbedienza

 

Se si trattasse soltanto di una propensione all’aggregazione probabilmente non ci sarebbero le condizioni per giungere ad una comprensione attendibile della capacità di penetrazione dell’immaginario ipertrofico. È necessario chiamare in causa la dimensione attrattiva che l’immaginario ipertrofico usa per sedurre. Questa fa riferimento principalmente a una dimensione libidica, come ha sottolineato Freud, e in particolare svolge una funzione di suggestione del legame erotico. Per quanto possano essere ritenuti dei sostituti, è difficile sottrarsi alla constatazione che i processi di consumo e la dimensione contabile svolgano una funzione associabile costantemente al corpo, alle emozioni e al sistema del desiderio. Si tratta di una mediazione di particolare pervasività e potenza, che si è consolidata in alcune generazioni, e che ha che fare contemporaneamente con la crisi del simbolico e con l'impoverimento educativo. 

Nella crisi di differenziazione e nell’attacco alla capacità di separazione e distacco che l'immaginario ipertrofico tende a produrre, sono proprio la differenziazione e la separazione il farmaco possibile per agire e intervenire. Noi esseri umani siamo capaci di disobbedienza e abbiamo la possibilità di esercitare il dubbio sulle nostre pulsioni narcisistiche, sulle nostre certezze, sui nostri conformismi.

 

Così che quegli stessi fattori che mettono in discussione il legame sociale e i processi di individuazione, possono contenere nuove ritualità, inediti riferimenti simbolici sui quali fondare immaginari relativi, mobili, plurali, discutibili. Certo è che si tratta di un percorso non facile in quanto la crisi del simbolico sposta l'attenzione e l'attrazione dalla sostanza alla sua rappresentazione. Anzi assistiamo alla dissolvenza della sostanza e all'affermazione della rappresentazione in sé come riferimento a cui tendere. Le cause principali dell'impoverimento educativo stanno proprio in questo processo così come in questo processo alberga la creazione di provvisorie e labili provincie di significato, con la relativa periferizzazione dell’esperienza. 

 

Impoverimento educativo, bellezza e immaginario terrestre

 

L’impoverimento educativo, causato non solo dalle forme di espressione dell’affettività primaria ma anche dal sistema educativo pubblico in ogni sua espressione e ad ogni livello, è riconducibile principalmente alla dittatura della semplificazione e della contabilità. 

Proprio rispetto a questa situazione è necessario agire per la costruzione di un immaginario planetario all'altezza della nostra contemporaneità. Le vie per riuscirci, tutte basate su una profonda rivisitazione e ristrutturazione dei sistemi educativi, sono tante. Due di esse sembrano particolarmente rilevanti. Da un lato la centralità dell'esperienza estetica e dell’educazione alla bellezza, non intesa come un fattore cosmetico ed esteriore, bensì come la manifestazione di processi di risonanza incarnata, in cui, nell’intersoggettività, si possa accedere ad esperienze particolarmente significative in grado di estendere il mondo interno in direzioni e forme che senza quell’esperienza non sarebbero possibili. Un proposito riconoscibile nel progetto di Accademia Unidee di Città dell’Arte di Michelangelo Pistoletto. È possibile ipotizzare che per questa via si possa giungere ad un'ulteriore capacitazione dell'umano, in grado di contenere la complessità contemporanea e di elaborare una connessione fra reale, simbolico e immaginario all'altezza del tempo in cui viviamo.

 

Noi siamo in grado di attivare le nostre forme vitali, come le definisce opportunamente Daniel Stern, in direzioni inedite e siamo in grado di concepire e realizzare ciò che ancora non esiste. Dall'altro lato abbiamo bisogno di una narrazione di noi stessi e del mondo appropriata alla nostra condizione attuale. Questa narrazione non può non avere a che fare con la vivibilità nostra e di tutto il sistema vivente sul pianeta Terra. Per questo una narrazione appropriata deve partire dal riconoscimento della dipendenza come fattore critico fondamentale e come principale valore di noi stessi e di ogni specie del sistema vivente di cui siamo parte. Quella narrazione sarà bene che ponga al centro la consapevolezza, tutta da costruire ed accogliere, che prima ancora di essere umani noi siamo terrestri, specie tra le specie, figli del caso, su una zolla che ruota su se stessa e intorno alla sua stella principale in un punto sperduto e invisibile di una galassia tra le galassie.

Un immaginario necessario e appropriato al nostro tempo, da ultimo, non può che muoversi tra l'infinitamente micro e l'infinitamente macro, come vediamo in queste straordinarie opere di Dana Simmons basate sulle strutture sinaptiche elementari del nostro cervello [Dana Simmons, @UChicago, Biological Sciences Division, #sciart show; dana-simmons.com], e come possiamo constatare osservando di notte un cielo stellato.

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