La donna gelata di Annie Ernaux

Nell’anno della sua pubblicazione in Francia, il 1981, La femme gelée fu accolto da un vespaio di polemiche. Si credeva che ormai la rivoluzione femminista degli anni ’70 avesse fatto il suo corso, che la donna avesse già conquistato una fetta sufficiente di autonomia ed emancipazione; in un simile contesto leggere lo sfogo avvelenato di una donna a proposito di maternità e matrimonio appariva ai benpensanti fuori luogo, di cattivo gusto.

L’autrice, Annie Ernaux, era all’epoca al suo terzo libro; non poteva ancora essere definita la più autorevole scrittrice francese vivente. Così il romanzo passò in sordina e, dopo alcune discussioni accese nei salotti tv, fu presto dimenticato.

Quarant’anni dopo La femme gelée figura tra i libri più venduti in Francia, è stato persino tradotto in un adattamento per il teatro. Viene descritto come un romanzo di «un’attualità sconcertante» e brandito come un manifesto sulla parità di genere. Oggi il libro è finalmente disponibile nella traduzione italiana di Lorenzo Flabbi per L’Orma editore con il titolo La donna gelata

 

Si aggiunge quindi un nuovo tassello alla storia letteraria e autobiografica dell’autrice francese: in questo capitolo Ernaux parla del proprio apprendistato femminile trasfigurandolo nell’universale. Con la consueta scrittura affilata, l’autrice traccia la storia di un’educazione sociale e sentimentale ripercorrendo le tappe esistenziali di una bambina che diventa donna. 

A raccontare è una voce femminile che dice Io, eppure già si intuisce tra le righe l’emergere di quel «noi collettivo» che troverà la massima espressione nel capolavoro Gli anni. Ernaux descrive la propria esperienza soggettiva – di bambina cresciuta nella provincia normanna, di studentessa universitaria, di donna sposata – eppure esprime il sentire comune di un’intera generazione di donne, una percezione che non conosce limiti o barriere di sorta e si fa portavoce di un afflato universale. 

 

La donna gelata segna il passaggio definitivo dell’autrice dal mondo della letteratura a quello della sociologia. Sulla copertina dei primi tre libri di Ernaux, compreso inizialmente La donna gelata, figurava la scritta «romanzo». In seguito alla pubblicazione di La femme gelée Annie decide di abbandonare definitivamente lo schermo dell’io-finzionale e di adottare l’io-reale, autobiografico. «Mi sono resa conto che i miei libri precedenti erano già autobiografici», afferma in un’intervista «fatta eccezione per dettagli legati ai nomi dei personaggi, o a eventi di minima importanza. Non volevo più indossare una maschera o adeguarmi a un genere letterario che non mi apparteneva». 

In La donna gelata, in effetti, non ritroviamo ancora la tecnica de “l’écriture plate”, la scrittura piatta impersonale, che ha reso celebre l’autrice diventando il suo tratto distintivo. La prosa è più sciolta, a tratti ironica e irriverente, per certi versi simile a quella del primo romanzo Les armoires vides (Gli armadi vuoti, Rizzoli 1990); tuttavia si può percepire, in La femme gelée una costruzione analitica, a tratti psicologica, che pone un’enfasi particolare sull’analisi sociale. 

 

Nella prima parte Ernaux passa in rassegna tutte le donne della sua vita: nonne, zie, cugine sino ad arrivare alla madre «parlavano tutte a voce troppo alta, avevano corpi trascurati, troppo grassi o troppo scialbi, dita ruvide» che si discostano dall’ideale fatato di donna da rivista patinata.

Fin dalle prime pagine si percepisce una netta ripartizione: nell’analizzare la disparità di genere Ernaux non può fare a meno di trattare la differenza di classe. Emerge quindi il distacco tra queste donne operaie e contadine, appartenenti al ceto d’origine di Ernaux, e le Madame Bovary della media borghesia cui lei finirà, suo malgrado, per assomigliare. Paradossalmente è quella stessa classe borghese che la emancipa socialmente a schiacciarla come donna, ripiegandola nei propri stereotipati modelli comportamentali. 

In queste primissime righe è già condensato il dramma: una bambina che vede il proprio modello privato di femminilità scontrarsi violentemente con quanto la società le impone. 

 

Quella famiglia chiassosa e originale diventa col tempo motivo di vergogna, uno strano universo in cui i ruoli genitoriali appaiono ribaltati: la madre con la voce grossa, che sbatte le porte e amministra il negozio; il padre, più mite, che pela le patate, cucina e accompagna la bambina a scuola. Quelle che potrebbero benissimo essere viste come differenze caratteriali vengono a cozzare con quanto è legittimamente accettato dal mondo esterno alla casa: Papà va al lavoro, mamma cucina pranzetti, scrivono pedissequamente gli scolari sotto la dettatura delle maestre – e Annie con loro, prendendo coscienza di una disparità di ruoli fino ad allora sconosciuta.

È a scuola che la piccola Ernaux impara le prime regole dell’apprendistato femminile – le pulizie domestiche e il cucito – lontano da quella madre così rivoluzionaria, dotata della forza di un uragano, che la educa in primo luogo alla libertà, a realizzare se stessa, a dare sfogo alla propria immaginazione. Alla madre sono sempre dedicate le pagine più intense e vibranti, che fanno eco alle descrizioni perfette che ci hanno commosso durante la lettura di Una donna e Non sono più uscita dalla mia notte:  

 

Quella donna bianca la cui voce risuona in me, mi avvolge: mia madre. Come avrei potuto, vivendo accanto a lei, non essere persuasa della magnificenza della condizione femminile, o persino della superiorità delle donne sugli uomini?

 

 

Annie Ernaux ci racconta sempre la stessa storia, eppure ogni volta è una storia diversa. Ritornano gli schemi di base: il paesino di Yvetot, la drogheria, i genitori – paesaggi familiari che ormai appartengono all’immaginario dei suoi lettori – e quella ragazzina curiosa e intelligente, appassionata di lettura, ma ogni volta si modificano temi e circostanze.

La scrittura è come un obiettivo fotografico che si contrae per mettere a fuoco il soggetto prescelto per il ritratto. Ed Ernaux manipola le parole per avvicinarle, con precisione metodica, al proprio obiettivo. Ogni libro dell’autrice francese mette a nudo una ferita aperta che deve essere risanata. C’è sempre un nervo scoperto dall’operazione di scrittura e l’intera narrazione ruota attorno a quel punto. 

In La donna gelata il punto di rottura è dato dalla scoperta della disuguaglianza tra l’educazione femminile e quella maschile; una disuguaglianza molto più subdola, più latente rispetto a quella fisica, perché per certi versi rimane invisibile. Alle bambine viene chiesto di essere quiete, ordinate ed educate; mentre i maschi possono permettersi qualche birbanteria; una volta adolescenti ci si aspetta dalle ragazze un certo abbigliamento, una riservatezza, devono essere piacenti ma non scostumate; mentre i ragazzi sono educati alla libertà senza alcun vincolo se non il rispetto della buona educazione.

 

Questa disparità converge nell’obiettivo comune del matrimonio dove il carico di compiti e mansioni domestiche, di cura e accudimento, ricade esclusivamente sulla moglie. Ritorna il vecchio ritornello dei dettati scolastici: papà va al lavoro, mamma prepara un buon pranzetto. Ma ecco che quelle parole appaiono ancora più insopportabili perché la bambina che un tempo le scriveva in bella grafia sul quaderno a righe ora è cresciuta ed è diventata una moglie, relegata alla mansione sgradevole di cuoca, nutrice e cameriera in servizio sette giorni su sette.

Assistiamo così al progressivo ripiegarsi di una libertà assoluta; vediamo quella stessa ragazza, così affamata di sapere e di futuro, alternare con fatica lo studio ai fornelli e all’aspirapolvere, mentre il bebè piange senza tregua nella carrozzina.

 

Ernaux è magistrale nel descrivere senza fronzoli il “carico mentale” che pesa su una donna, costretta a conciliare tutto: lavoro, famiglia, pulizia della casa e accudimento dei figli. Lo fa senza eccessi, con il consueto stile piano e lineare, consegnandoci un ritratto spietato e allo stesso tempo commovente. La scrittura è dura, priva di sentimentalismo, eppure non lascia indifferenti; è capace di creare un’atmosfera soffusa di struggimento che a tratti intenerisce e, in altri passaggi, carica di risentimento. Ancora una volta Ernaux è in grado di dire l’indicibile: infrange lo stereotipo comune della maternità, la descrive come una condizione di alienazione che pesa interamente sulle spalle della madre. 

 «La mia storia di donna è una scala scesa con riluttanza», scrive Ernaux. E noi assistiamo alla sua lenta discesa che inizia con la volontà di compiacere lo sguardo maschile – il desiderio di essere amata – e si conclude con la glaciazione definitiva nel ruolo di moglie: una donna gelata. È un’autobiografia scritta sotto forma di requisitoria, l’analisi di un’educazione sentimentale che si tramuta ben presto in una critica sommessa al patriarcato.

 

Alla libertà dell’uomo – sembra sostenere l’autrice tra le righe – non viene posto alcun vincolo fin dalla nascita: è un fatto che non viene mai messo in discussione, mentre la libertà delle donne viene tuttora percepita come una minaccia o, nel migliore dei casi, una stranezza.

«J’ai une histoire de femme» ha dichiarato Annie Ernaux in un’intervista, difendendo così il diritto a raccontare la propria esperienza nel mondo. Il femminismo per lei non è semplicemente una parola, ma un corpo, una voce, un discorso: in pratica un modo di vivere. 

Il femminismo è un ideale che lei ha incarnato suo malgrado nelle varie fasi della propria vita, ricercando dapprima l’indipendenza attraverso gli studi e il lavoro e, in seguito, da adulta prendendo la decisione di separarsi dal marito e così rinunciare allo status socialmente accettabile di donna sposata.

Sicuramente la scrittura di Ernaux è figlia di Simone de Beauvoir, delle sue ideologie civili e politiche, delle sue teorie e delle loro conseguenze sociali. In tutti i suoi libri Ernaux costruisce un punto di vista che sembra guardare in faccia il privilegio maschile nella società e affrontarlo in maniera diretta. Attraverso la sua ampia auto-socio-biografia letteraria ci presenta una donna integra e sfaccettata da intendersi in primo luogo come individuo, prima che come esponente del sesso femminile.  

Quando al termine della stessa intervista le viene chiesto: «Vi considerate una scrittrice o uno scrittore al neutro?»

 

Lei risponde affermando una concezione universale di letteratura: «Je ne suis pas une femme qui écrit, je suis quelqu’un qui écrit».

Il libro da scriversi allora rappresentava «uno strumento di lotta» – scrive Annie Ernaux nelle pagine finali di Gli anni. Ed è esattamente quanto ci ha consegnato, tassello dopo tassello, attraverso la sua maestosa opera letteraria: libri che sono strumenti di lotta, manifesti ideologici che ci permettono di capire più a fondo il mondo e, se possibile, di cambiarlo.   

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