“La fiaba russa” di Vladimir Propp

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.

 

Vladimir Jakovlevič Propp nasce a San Pietroburgo il 17 aprile 1895 e muore a Leningrado il 22 agosto 1970. Come dire che, pur essendo rimasto sempre nella stessa città, la storia gli è passata davanti, e quei luoghi hanno assunto nel corso del (suo) tempo tutt’altro senso e ben diverso sapore. Certo, per un folklorista come lui, abituato a riflettere sulla distanza dei secoli, se non dei millenni, quei settantacinque anni del Novecento saranno state bazzecole. Resta comunque il fatto che i pesanti cambiamenti epocali di cui è stato testimone – la rivoluzione russa e il lungo regime politico-culturale sovietico che ne è seguito – hanno parecchio pesato sul suo lavoro a dir poco geniale.

A trentatré anni, nel 1928, Propp pubblica quello che resterà il suo capolavoro, Morfologia della fiaba, libro che cambia radicalmente il modo di considerare la narrazione folklorica (non regno della fantasia ma domino spirituale sottoposto a rigorose leggi antropologiche) e, soprattutto, inventa un nuovo metodo per analizzarla (l’analisi strutturale del racconto). Una fotografia dell’epoca lo ritrae con un’espressione insieme eccitata e perplessa: eccitata perché consapevole, forse, della sua personale rivoluzione epistemologica; perplessa perché cosciente, con buona probabilità, del fatto che ben pochi sapranno apprezzarla. 

 

 

Il libro ha successo. A suo modo. Viene additato in tutti i manuali sovietici di folklore (anche scolastici) come il perfetto esempio di ciò che, in sede scientifica, non va fatto: ed è tacciato di sterile formalismo. Il nome di Propp va così a far compagnia – un’ottima compagnia, diremo oggi – a quelli di Jakobson e di Sklovskij, di Tynjanov e di Ejchenbaum. Tutta gente che egli personalmente nemmeno conosce, accomunata dal fatto di non esser gradita agli accigliati alfieri del materialismo dialettico. Eppure la sua idea di morfologia non discendeva affatto dal formalismo linguistico dell’Opojaz moscovita, quanto piuttosto dalla teoria goethiana delle piante, peraltro riccamente citata nel libro.

È così che, per quieto vivere, la ricerca di Propp cambia strada: la tesi di dottorato viene dedicata, come recita il titolo italiano del libro che ne conseguirà, alle Radici storiche dei racconti di fate: abbandonato il metodo morfologico per tornare alla storia, Propp va alla ricerca delle possibili origini delle favole slave, e le ritrova in certi riti di iniziazione del neolitico.

 

Come l’eroe della fiaba parte verso l’altro regno e torna solo se trasfigurato, analogamente i giovani preistorici venivano abbandonati nella foresta ed erano considerati adulti se e solo se sapevano cavarsela da soli ritornando, malconci, nel villaggio. È la vecchia teoria folklorica dei residui che, discutibile in generale, produce in questo caso un esito ricco di fascino. Ma la passione per le strutture narrative non cessa di permeare le ricerche successive, di modo che le maggiori opere di Propp, una volta presa la cattedra universitaria, mescolano con non comune sagacia  istanze formali e interessi storici. Il tutto alla luce di una visione antropologica di ampio respiro che ripensa il folklore come strato basilare dell’esperienza umana e sociale. Ed è la volta di volumi come Edipo alla luce del folklore, Comicità e riso, I canti popolari russi, Feste agrarie russe, oltre ai numerosissimi interventi sparsi in volumi e riviste d’ogni tipo.

 

La svolta si ha per iniziativa dei due compari dello strutturalismo novecentesco, due eccelsi studiosi ebrei entrambi transfughi, durante la seconda guerra mondiale, a New York: il linguista Roman Jakobson, che fa tradurre in inglese la Morfologia della fiaba nel 1958, e l’antropologo Claude Lévi-Strauss, che nel 1960 gli dedica una lunga recensione destinata a far scalpore. Improvvisamente scoppia una specie di Propp-mania. Al punto che, a metà degli anni Sessanta, la nascita della narratologia francese – con Barthes, Greimas, Todorov, Genette e tanti altri – si celebra in nome di opere come la Poetica di Aristotele e la Morfologia di Propp. Si parva licet. Tutti a usare la stringa delle 31 funzioni narrative presenti nella fiaba, elaborata trent’anni prima dallo studioso russo per analizzare racconti d’ogni tipo (popolari come letterari, mediatici come cinematografici, etc.), cambiandola e adattandola, ma tenendola sempre e comunque come basilare punto di riferimento metodologico. La casa editrice Einaudi confeziona nel ’66 una versione italiana del testo proppiano di grandissimo prestigio (a cura di Gian Luigi Bravo), ponendo in appendice la traduzione della recensione lévi-straussiana (polemica su certi punti teorici) e la replica che lo stesso Propp, già in età avanzata, prova a fornire. È curioso: mentre l’antropologo francese, dichiarandosi seguace del folklorista russo, prova a rilanciarne le idee nel terreno spinoso della mitologia amerindia, quest’ultimo si chiude in ritirata, inneggiando al primato della storia sulla struttura, della letteratura artistica su quella popolare. Incomprensione reciproca? Per gran parte sì. Ma i sovietici sono ancora là, e sorvegliano ogni idea letteraria considerata eversiva.

 

Il tutto si risolve – ed è qui che volevo arrivare – in quello che sarà l’ultimo libro di Propp, uscito postumo a Leningrado nell’‘84 e tradotto in italiano da Einaudi, a cura di Franca Restani, nel ’90 con il titolo La fiaba russa. Lezioni inedite. Da considerare come la summa teorica del lavoro proppiano e, di conseguenza, come suo testamento spirituale. Peccato che sia finito in Atlantide, sparito prestissimo, cioè, dal mercato editoriale del nostro Paese e mai più ripubblicato. Rileggerlo oggi  fa bene allo spirito, rinfresca la memoria, e costituirebbe un bello stimolo, oltre che per i tanti attuali studiosi di letteratura e di folklore alla ricerca di un qualche metodo, nonché per i numerosi fan del cosiddetto storytelling, spesso assai bisognosi di iniezioni di teoria, ossia di uno sguardo critico su quel che era ed è la forma narrativa dans tous ses états. L’immagine che ritrae Vladimir Propp nei suoi ultimi anni di insegnamento ce ne dà un ritratto molto cambiato: la soddisfazione emana da tutti i pori. È provato: ma ce l’ha fatta.

 

 

Il libro si legge facilmente: ha un carattere divulgativo alto, sebbene parole come ‘scienza’ o ‘scientifico’ ricorrano spesso. Elaborare una scienza della fiaba è stata la sfida epistemologica del lavoro di Propp, e queste lezioni inedite sono la testimonianza che ne valeva la pena. Ma di che scienza si tratta? Non certo un riadattamento ad hoc del positivismo ottocentesco, né tantomeno una riproposizione ingenua di quel mito dell’esattezza matematica e dell’oggettività dura e pura che ancor oggi è assai diffuso. Gettare uno sguardo rigoroso e condiviso alla narrazione folklorica significa piuttosto, per Propp, avere contezza dei numerosi problemi interpretativi che essa pone allo studioso e, ancor prima, al pubblico stesso della fiaba: materiale orale per eccellenza, dunque di difficilissima presa, roba che sfugge da tutti i lati, che si ripresenta in vesti sempre diverse, con personaggi, situazioni, intrecci e valori che cambiano a ogni momento, a seconda dei paesi e delle epoche, dei regimi di senso e delle poetiche implicite.

 

Fare scienza della fiaba è dunque in primo luogo saper gestire il gioco fra oralità e scrittura, da un lato, fra varianti e invarianti, dall’altro. Due fenomeni strettamente legati fra loro che suscitano problemi d’ogni sorta, e su cui le migliori scienze umane di ieri e di oggi – antropologia, critica letteraria, linguistica, semiotica – non cessano di interrogarsi. Così nella Fiaba russa Propp si dilunga sui diversi modi, momenti e problemi della trascrizione, letteraria e no, del folklore narrativo: riportare sulla carta una fiaba significa al tempo stesso preservarla dall’oblio e fissarla in un canone, garantirle una vita futura ma sempre uguale a se stessa. Trasformando così una singola variante narrativa in una specie di modello ideale per le narrazioni future. Da un lato infatti, scrive Propp, “la fiaba è il simbolo dell’unità fra i popoli; i popoli si capiscono a vicenda attraverso le fiabe”; d’altro canto però questa specie di patrimonio poetico comune “viene raccontato da ogni popolo in modo particolare”, da ogni gruppo sociale e perfino da ogni individuo in modo diverso, dando rilievo ora a un intreccio ora a un altro, ora a un personaggio ora a un altro, ora a un finale ora a un altro. Da un lato la stabilità, dall’altro la creatività: nessuna delle due istanze può vivere senza l’altra. Grande lezione di umiltà artistica che è insieme condizione di possibilità d’ogni invenzione umana e sociale. 

 

Così il libro ripercorre le mille e mille varianti delle fiabe di magia, di quelle a forma di novella, delle altre cumulative, delle favole con animali e così via, rintracciandone ogni volta tipologie e differenze, abbozzando provvisorie classificazioni. Leggiamo di personaggi tipici come la fanciulla perseguitata e il diavolo sciocco, i tre fratelli e l’eroe solitario, la sudiciona trasformata in principessa e la strega cattiva che salva i bambini in pericolo, il contadino gabbato dal nobile e la nave volante, gli indovini fortunati e i ladri furbi. Tutto un immaginario al tempo stesso fantasioso e meccanico che è ancora il nostro, o che forse dovrebbe esserlo, a dispetto delle stereotipie narrative che i media vecchi e nuovi pretendono di propinarci. In fondo, ancora una volta aveva ragione Italo Calvino quando scriveva, dopo averne lette e scritte a migliaia, che le fiabe, comunque, sono sempre vere.

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