La fiera internazionale del libro

Quasi contemporaneamente al Salone del libro di Torino, dall’altra parte dell’Atlantico si è svolta la fiera internazionale del libro di Buenos Aires. Dico quasi contemporaneamente perché è iniziata il 25 aprile e finita, come la nostra, il 13 di maggio. Quasi tre settimane, di cui i primi tre giorni dedicati agli incontri professionali e i seguenti sedici al pubblico, con un programma fitto di conferenze dalle due del pomeriggio alle dieci di sera, spazi dedicati a cinque diverse mostre su argomenti che vanno dalla diversità sessuale al rapporto tra libro e videogioco, laboratori di ogni genere e spazi dedicati ai bambini. È una fiera che compie 45 anni, che conta più di un milione di visitatori e 45 mila metri quadri di spazio espositivo.  

 

 

L’Argentina, in questi ultimi anni e ancor di più nelle ultime settimane, è un paese oppresso dalla crisi economica, il valore del peso cambia in modo talmente veloce che le copertine dei libri il più delle volte non riportano il prezzo, perché prezzi e potere d’acquisto cambiano ogni giorno, quasi ogni ora; per altro quelli dei libri sono, per lo più, prezzi “europei”, quindi altissimi per chi percepisce uno stipendio argentino. Di librerie pare che in questo apice di crisi ne stiano chiudendo molte, eppure Buenos Aires ne è (ancora) piena, così come è piena di teatri, commerciali e di ricerca, con code per gli spettacoli fino all’una di notte, oltre che di cinema, musei e centri culturali con programmazioni vastissime. Ad aprile c’è stato anche Bafici, un festival di cinema che coinvolgeva la città intera e durava 10 giorni, mentre poco prima a Cordoba aveva luogo il Festival de la Palabra con più di 400 attività culturali in giro per la città e 4000 artisti invitati (a settembre Cordoba ospiterà poi la sua fiera del libro e un festival di letteratura poliziesca, il Cordoba mata). Esistono anche una fiera del libro di Rosario, di La Plata e di Merlo, oltre che una fiera del libro infantile e giovanile. Il 24 di agosto, inoltre, in occasione dell’anniversario della nascita di Borges, si tiene la Giornata del lettore, con letture di duecentomila poesie di autori argentini in tutto il paese.

 

 

In qualche modo, nonostante l’economia schiacci il respiro e mangiare costi troppo, c’è una resistenza quasi romantica nei confronti di tutto ciò che è cultura e intrattenimento. È emblematica questa storia: all’inizio degli anni 2000, nel pieno di un’altra crisi economica devastante, il regista di teatro Claudio Tolcachir, che negli ultimi anni è stato spesso ospitato in Italia dal Piccolo Teatro di Milano o alla Biennale di Venezia, non potendosi più permettere di affittare sale per montare i suoi spettacoli, installò la sua sala prove in casa. “Timbre 4” si chiama infatti tutt’ora la compagnia, ora trasferita in un teatro dall’atmosfera viva e indipendente: campanello 4, quello che bisognava suonare allora e che adesso fa da monito ricordando l’urgenza e la spinta che nutrivano quei tempi di crisi, in cui si lavorava al di là (e forse a maggior ragione) della totale mancanza di fondi. 

 

La fiera del libro di Buenos Aires è un evento difficile da immaginare in Europa perché tre settimane sono tante e la partecipazione dei lettori è sempre buona in settimana e altissima nei weekend. 

Secondo alcuni addetti alle vendite agli stand (tendenzialmente personale esterno alla casa editrice, reclutati apposta per l’evento), le vendite sono parzialmente diminuite rispetto agli anni precedenti: la partecipazione è comunque elevatissima ma non tutti vengono per comprare, la crisi si fa sentire. Pienone quasi invivibile del weekend a parte, i padiglioni sono sempre colmi di gente, fino all’ultimo giorno in cui all’una e mezza del pomeriggio si erano già formate due code chilometriche perché l’entrata era gratuita per chi aveva la tessera dei trasporti pubblici (offerta già applicata altre volte nelle settimane precedenti). Va detto che non tutti i laboratori e gli incontri sono sempre e necessariamente legati a un libro e non tutti vengono a comprare.

 

 

Le conferenze vertono su argomenti di ogni genere. Amplissimo spazio viene dato alla tecnologia e alla scienza con incontri e laboratori a volte anche “pratici” di chimica, biologia, fisica. 

La politica, poi, è ovunque: il rapporto tra crisi economica e politica, il peronismo, il personalismo, ma soprattutto la presentazione di Sinceramente, il libro di Cristina Kirchner (che già aveva venduto centinaia di migliaia di copie), giovedì 9 maggio alle otto e mezza di sera, con 1000 invitati nella sala Borges mentre fuori, sotto la pioggia, una folla immensa riempiva il cortile dello spazio fieristico La Rural per seguire il discorso della ex presidente, e forse futura candidata, Cristina.

 

Altro filone dominante è quello relativo a femminismo e identità di genere, tanto che quest’anno la fiera è stata presentata da uno dei personaggi di maggior spicco e spessore del femminismo latino americano: Rita Segato, nata nel ’51 a Buenos Aires, antropologa femminista formata tra Caracas e Belfast e docente dell’Università di Brasilia, quasi non tradotta in Europa e negli Stati Uniti. E il suo discorso prendeva di mira proprio l’eurocentrismo. 

Più importante ancora della lotta femminista, dice l’antropologa, è la lotta per il pluralismo, che deve essere una meta storica e che non può essere raggiunto da chi professa una verità unica: quindi né dal patriarcato, né dal capitalismo, né dal monoteismo. In ultima analisi, non dall’Europa. L’atteggiamento tragico e sincretico dell’America latina ha sempre permesso di sopportare ogni crisi e massacro e soprattutto di vivere tra le contraddizioni, immersi in verità incompatibili tra loro che tuttavia restano l’una accanto all’altra. Difficile non sentire il Gracias a la vida di Mercedes Sosa, mentre la si ascolta, e non pensare alla fatica che in effetti fa l’Europa in questo momento a lasciarsi modificare dalla storia senza spezzarsi. 

 

 

Rita Segato parla di “nevrosi monoteista e bianca” del vecchio continente e ricorda le parole di Garcia Marquez che nel suo discorso per il Nobel nell’82 lo accusava di non guardare abbastanza all’America latina e dunque di “lasciarla sola”, come se questa, secondo il discorso dominante, avesse bisogno dello sguardo dell’Europa per esistere, per essere “vista”. In realtà, secondo la Segato, Marquez sbagliava: è l’Europa oggi che è sola, perché si guarda da sola. Circa un mese fa, racconta, durante il talk “The Europe of Museum” al Pompidou di Parigi le era stata posta un’interessante domanda: “Come incide in Europa l’eurocentrismo?”. E così risponde lei: “è l’Europa ad essere sola. Si guarda nello specchio narcisistico dei suoi musei, però è priva del vero specchio, quello che può fare resistenza e mostrare i difetti, e quindi questi oggetti non riescono a restituirle lo sguardo”. Ed è proprio questa solitudine, aggiunge, ad aver portato al declino di quell’immaginazione creatrice che in altri tempi ci abbagliava, e a un “tedio insopportabile”.

 

 

Nel raccontare questo isolamento, spiega come sia quasi impossibile essere tradotti in Europa senza passare per qualche premio quanto meno spagnolo o senza essere pubblicati da editori internazionali. La possibilità di pubblicare per un editore spagnolo le era stata offerta tempo fa, eppure lei aveva rifiutato, restando fedele al proprio, non per patriottismo ma per quella lotta al pluralismo di cui si diceva all’inizio e perché è necessario combattere l’eurocentrismo: bisogna pensarci da qui, dice, non lasciare che il mondo in cui viviamo venga pensato da fuori. 

Rita Segato attacca anche lo stile accademico imposto dalle università occidentali come unico accettabile e persino il Me Too, cui oppone con orgoglio Ni Una Menos: “Il Mee Too, con le sue radici nel femminismo pilgrim nordamericano, si rivolge e fa segno alla paternità dello Stato, a un terzo come arbitro indispensabile delle relazioni, possibilmente come unico strumento in un mondo di individualismo a oltranza. Mentre il Me Too parla allo Stato, Ni Una Menos parla a un noi, parla a una società. (…) Sono convinta che non dobbiamo delegare l’arbitraggio della nostra vita erotica a un terzo. Credo ancora che la gestione del desiderio debba essere possibile, nel nostro mondo, corpo a corpo, faccia a faccia, e che dobbiamo lottare per questo, creando le condizioni che rendano tutto questo possibile.”

 

 

Questi discorsi, questa urgenza di autodeterminazione, femminile, indigena e di colore, producono file dense di ascoltatori impegnati e possono essere interessanti anche per noi, dall’altra parte, per vedere come siamo visti da fuori e provare a rifletterci in qualche altro specchio, che non sia solo quello dei nostri musei.

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