La fragilità della bellezza

Oltre a una Venere esiste anche una pesca callipigia, aggettivo che significa “dalle belle natiche”. La prima è una scultura di epoca romana, la seconda è un emoji osé usato nei messaggi WhatsApp.

 

Veduta della seconda sala con Statua di Venere Callipigia (metà del II secolo d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale) in primo piano e in secondo piano Affresco con pittura di giardino (fine I secolo a.C. – prima metà I secolo d.C. Pompei, Parco Archeologico) – Emoji pesca.


Gli emoji svolgono la funzione paralinguistica di rafforzare il senso di una comunicazione scritta come potrebbero farlo l’intonazione nel dire, i gesti e le espressioni del corpo nella comunicazione orale: un pollice alzato o una faccia sorridente. Lo studio di queste immagini, il cui flusso nella comunicazione attraverso i social media ha dilavato ed eroso la lingua scritta contribuendo a modificare il suo corso (la faccina che piange per la felicità è stata eletta “parola dell’anno 2015” dall’Oxford Dictionary), potrebbe trovare un sostegno nella tesi del filosofo Giorgio Fano sull’origine pittografica e mimetica del linguaggio (Origini e natura del linguaggio, Einaudi, Torino 1973).

 

Parola dell’anno 2015. Oxford Dictionary.


Il loro uso rafforzativo è prevalente ma non esclusivo. Questi simboli raffiguranti oggetti, animali e faccine non rappresentano solo emozioni ma anche idee combinandosi a contrazioni testuali (“cmq” - comunque, “xò” - però, “xké”- perché), allungamenti vocalici (“ahhhh”, “siiiii”, “noooo”) e a una varietà di altri simboli non linguistici (%&$/^#()@>) presenti nella tastiera dei dispositivi mobili.

Ebbene, che rapporto hanno queste immagini con la scultura di Venere Callipigia esposta nella mostra Ovidio. Amori, miti e altre storie alle Scuderie del Quirinale (fino al 20 gennaio 2019)? Sono tutte in relazione con un testo scritto, le prime lo rafforzano o lo integrano, la seconda lo illustra. 

“Per illustrarli [i temi della mostra] sono esposti più di duecento manufatti, della più diversa specie e cronologia” scrive la curatrice Francesca Ghedini nel saggio Le ragioni di una mostra. Bimillenario ma non solo, aggiungendo che questi manufatti “mostrano come la parola di Ovidio si era fatta immagine e aveva saputo condizionare anche il repertorio a lui successivo” (catalogo della mostra, L’Erma di Bretschneider, Roma 2018, p. 16). 

 

Affresco con Io, Argo e Mercurio, 69-79 d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.


L’Affresco con Io, Argo e Mercurio esposto nella quinta sala, ad esempio, mette in scena il momento in cui Mercurio porge ad Argo una syrinx, che nel racconto di Ovidio diviene l’espediente con il quale il dio addormenta Argo (Metamorfosi I, 668-688).

Sul progetto espositivo pesa certamente il fatto che Ovidio sia considerato il più ecfrastico dei poeti antichi, in grado cioè di creare immagini “non con il pennello o lo scalpello, ma grazie al suo dominio sulla parola e alla musicalità del suo verso”. Questo approccio letterario all’immagine artistica riflette il fatto che la storia dell’arte nasce come specifico genere o sotto-genere letterario, o ambito del discorso nel quale il giudizio sull’arte deve molto al linguaggio retorico (Salvatore Settis, La nascita (in Grecia) della storia dell’arte, in Vitruvio e l’archeologia a cura di Paolo Clini, Marsilio, Venezia 2014). L’idea che l’immagine scolpita, dipinta o incisa sia subordinata a una narrazione, trova la sua matrice nella storiografia ellenistica dell’arte trasmessa da citazioni e compendi di epoca successiva. 

 

Veduta della quarta sala con Statua di Afrodite pudica, II secolo d.C. Firenze, Gallerie degli Uffizi accostata alla Venere pudica di Alessandro Filipepi detto Sandro Botticelli, 1485-1490 circa, Torino, Musei Reali – Galleria Sabauda.


Se per un verso il progetto espositivo insiste sul ruolo sussidiario e complementare delle immagini figurative, per altro verso non si nega che queste stesse immagini potessero essere dotate di una forza evocativa tale da “non farci dubitare che il poeta, mentre scriveva, avesse in mente proprio quella specifica statua, o pittura, o gemma” (Francesca Ghedini e Monica Salvadori, Ovidio e le arti figurative, p.65). Anche ammettendo che la scrittura di Ovidio potesse essere direttamente ispirata all’Afrodite Pudica: “Venere stessa, quando depone le sue vesti, si protegge il pube, a metà ripiegata, con la mano sinistra” (Ars amatoria 2, 613-14), o al tipo scultoreo dell’Eros con l’arco di Lisippo: “piegato il ginocchio, curvò il flessibile corno e colse Dite nel cuore col missile alato” (Metamorfosi V, 383-384), non sono queste stesse immagini raffigurazioni di un racconto mitologico? 

 

Veduta della seconda sala con Statua di Eros con l’arco (copia del I secolo d.C. da un originale del IV secolo a.C., Venezia, Museo Archeologico Nazionale) in primo piano e in secondo piano Affresco con pittura di giardino (fine I secolo a.C. – prima metà I secolo d.C. Pompei, Parco Archeologico).


L’immagine non si libera dal viluppo delle parole.

Mi fermo davanti alla Statua di Eros con l’arco  pensando agli studi di Gottfried Boehm, secondo il quale l’attenzione che la filosofia ha dedicato al logos le ha impedito di dedicare all’immagine la stessa attenzione concessa al linguaggio, relegandola di conseguenza a un ruolo subalterno. Boehm è il teorico dell’iconic turn, della svolta visuale che ha lasciato alle spalle la precedente svolta linguistica teorizzata da Richard Rorty. Da qui l’idea che la nostra sia una cultura prevalentemente visuale, per lo studio della quale è necessario adottare un nuovo approccio all’immagine, che è dotata di un senso proprio, indipendente dal linguaggio.

I miei pensieri vengono interrotti da un messaggio WhatsApp inviatomi da mia figlia: “ciao papi cmv? qui ttbn” rafforzato dall’emoji che rappresenta un pollice in su. Il messaggio include anche un audio, che non ascolto per evitare di disturbare. Possiamo veramente credere di essere giunti a una svolta iconica se in un testo contratto da abbreviazioni inseriamo un emoji rafforzativo del senso della comunicazione testuale e un audio? No, non possiamo certo dire di essere in una cultura prevalentemente visuale che con una rapida svolta ha lasciato alle spalle quella linguistica, ma neppure possiamo considerare le opere figurative in mostra il corredo di un testo, se non un testo vero e proprio come l’opera Maxima Proposito (Ovidio) dell’artista contemporaneo Joseph Kosuth esposta nella prima sala della mostra. 

 

Veduta della prima sala con in primo piano l’opera Maxima Proposito (Ovidio) dell’artista contemporaneo Joseph Kosuth, 2017, collezione Alessadro Maccaferri, Bologna e collezione Donatelli, Pescara.


Se è vero che i modelli linguistici si rivelano inadeguati per comprendere il modo in cui l’uso dell’immagine ha modificato la società, è anche vero che il linguaggio parlato e scritto compenetra i processi di produzione e ricezione delle immagini. Per esempio, che ne è dell’immagine visiva nell’epoca in cui la sua produzione e ricezione avviene attraverso la tecnologia Multi-Touch? L’immagine è letteralmente esplosa diventando esperienza tattile che sconfina nella scrittura.

Mentre rifletto sul complicato rapporto tra immagine e parola, non smetto di ammirare l’incredibile invenzione plastica di Eros che afferra l’arco come potrebbe afferrare un serpente: con la mano destra impugna saldamente l’attacco della testa al corpo mentre il rettile si contorce formando delle curve, che sono anche quelle dell’arco. La postura assunta dal dio per contrastare e dominare una forza è valida sia per il gesto d’incordare l’arco, sia per quello di tenere a debita distanza la testa del rettile, qui inteso non più come animale ma come simbolo d’insidia e pericolo. La passione erotica suscitata dalle frecce scagliate dall’arco di Eros è infatti insidiosa e pericolosa quanto la serpe il cui dente velenoso il dio sembra tener sotto controllo con la mano destra. Davanti alla scultura assisto a una doppia metamorfosi: quella dell’arco in un serpente e del serpente in un segno. Questi segni sono dei traslati che rappresentano un determinato oggetto per richiamare alla mente un’idea tramite un’associazione spontanea anziché convenuta. Il loro uso è comune in tutte le culture come sono comuni le metafore in tutte le lingue. 

 

Nel suo saggio sulle origini del linguaggio, Giorgio Fano sostiene che nei sistemi di scrittura che usano i traslati “il segno viene creato di volta in volta insieme all’immagine, come nella creazione artistica” (op. cit., p. 34) e che nei primi stadi del suo sviluppo la scrittura non solo ha “un valore semiologico ma anche uno estetico” (op. cit. p. 20). Chissà se Ovidio, ispirandosi al tipo scultoreo dell’Eros con l’arco mentre scriveva, aveva “colto nel segno”. Se abbandoniamo l'idea logocentrica che la scrittura sia solo un mezzo per fissare il linguaggio possiamo esaminare da un nuovo punto di vista le opere che il progetto espositivo ha posto in rapporto al testo di Ovidio, nel quale l’interpretazione letteraria del mito fa cortocircuito con quella figurativa. L’adozione di questo nuovo punto di vista ci consente anche di comprendere meglio la funzione degli emoji, che possono essere usati come traslati oltre che come rafforzativi. Spesso non è possibile comprendere veramente il proprio tempo se non interpolandolo anacronisticamente con altri tempi.

 

Sticker disegnato da Silvia De Lotto “x” doppiozero. 


Ho raggiunto l’ultima sala della mostra con l’impressione di aver perso qualcosa. Torno indietro passando in rassegna tutte le opere in senso contrario a quello di visita. Giunto nella quinta sala ritrovo l’Affresco con Io, Argo e Mercurio nel quale il tempo ha reso evanescente la testa di Io, come in alcuni ritratti fotografici di fine Ottocento stampati su ceramica. 

 

Affresco con Io, Argo e Mercurio (particolate della testa di Io), 69-79 d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale – Ritratto in fotoceramica applicato a una lapide del cimitero di Orta San Giulio. Fotografia scattata da Mauro Zanchi.


Il ritratto mi emoziona con la stessa intensità con la quale mi ha emozionato l’Eros con l’arco. Torno nella sala dove la scultura è esposta per ammirare ancora una volta lo scorrere della luce sulla superficie del marmo e il suo lampeggiare sui cristalli a fior di pelle… polvere di marmo e di stelle, galassie, pulviscolo, sali fotografici che svaniscono come l’impronta evanescente di Io, ombre stampate sui muri da esplosioni atomiche, pixel che si disgregano e si ricompongono su display e monitor. “Tutto muta, nulla muore. Lo spirito [il termine latino spiritus usato da Ovidio traduce il termine greco pnệuma] è errabondo” (Ovidio, Metamorfosi XV, 165-170).

Questa attività pneumatica sembra avere un rapporto con il moto ondivago della psiche scatenato dalle emozioni che gli emoji portano dentro la scrittura: mi vien da pensare che la prosa dei messaggi WhatsApp sia “scossa e nervosa” quanto quella di Charles Baudelaire, che Roberto Calasso in La folie Baudelaire (Adelphi, Milano 2008) riferisce all’agitazione che si fa strada nel moderno attraverso le immagini pubblicitarie, attraverso la réclame. A questa attività non bastano le immagini e le parole che alle immagini si combinano nella scrittura di Ovidio. Serve anche la luce che scorre e lampeggia sulla superficie del marmo lavorato ad arte. Serve anche la bellezza che possiamo facilmente perdere, come nel Ritratto femminile scalpellato (Plautilla?) conservato presso l’Antiquarium Palatino, il cui viso è stato abraso per damnatio memoriae

“La bellezza è un bene fragile” (Ovidio, Ars Amatoria II, 113).

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