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La politica militare di Trump

Missili senza nome piombano sul deposito di munizioni della base K1di Kirkuk in Iraq, uccidendo un contractor americano e ferendo svariati soldati. A questi attacchi l’intelligence americana attribuisce un mittente e sceglie di bombardare alcune strutture, in Siria e in Iraq, riconducibili al gruppo paramilitare di Kata'ib Hezbollah. A questo punto, violente manifestazioni scoppiano presso la sede dell’ambasciata statunitense a Bagdad, ad opera di una folla inferocita ancora una volta senza nome. A questi disordini l’America risponde con un omicidio mirato, quello del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo della Niru-ye Qods, l'unità delle Guardie della Rivoluzione responsabile per la diffusione dell'ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Non sfugga il doppio movimento: a un attacco senza rivendicazioni ufficiali, inserito nell’epica della sollevazione popolare e anonima contro l’infedele invasore, si risponde con l’individuazione di un responsabile, l’organizzazione Kata'ib Hezbollah che viene immediatamente chiamata in causa con una ritorsione. Di nuovo si ripete lo schema: il popolo senza nome si solleva contro l’ambasciata di Bagdad, la risposta arriva con l’uccisione di un generale. 

Cambiamo contesto. Siamo nel bel mezzo della crisi coreana. Al cospetto delle ripetute provocazioni e della prospettiva di uno scontro armato, la presidenza Obama aveva esercitato l’arte della “pazienza diplomatica”, promuovendo l’intervento dei famosi ispettori IAEA (Agenzia di controllo sulla proliferazione atomica) per tenere a bada le aspirazioni nucleari della Corea del Nord. La dottrina della “pazienza diplomatica”, riconducibile all’azione degli ultimi presidenti americani (perlomeno da Clinton in poi), immagina uno scenario in cui, per definizione, non esista conflitto cui non sia possibile trovare soluzione con un accordo valido per le parti. In una visione di questo genere, la propensione verso l’accordo proviene da un’implicita accettazione della razionalità e delle buone ragioni del nemico. Con Trump, la “pazienza diplomatica” finisce e inizia un’escalation di segni di guerra: ai lanci di missili del capo coreano si risponde con spostamenti di navi e truppe, minacce di attacchi infernali e guerre nucleari. 

 

Spostiamoci adesso in Siria. Da anni si combatte una sporca guerra fra governo e truppe paramilitari, complicata dall’insediamento, in territorio siriano, dello stato islamico. Questa guerra intercetta interessi geopolitici immensi e la sua sensibilità piuttosto che far pendere lo scacchiere da una parte o dall’altra, incancrenisce il conflitto e, in un certo senso, lo fa impazzire: in Siria in un certo periodo sarebbe stato davvero difficile capire quali fossero gli attori attivi e quali interessi stessero difendendo. All’interno di questa guerra spuria e corrotta già una volta erano state utilizzate armi chimiche, presumibilmente dalle truppe governative di Assad, mentre presidente era Barack Obama. L’utilizzo di quelle armi aveva determinato l’annuncio del presidente dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, che viene poi ritrattato in seconda battuta, ancora in ossequio all’arte dell’esercizio della pazienza diplomatica. La guerra continua. E gli Stati Uniti intervengono, sotto la presidenza di Donald Trump. Nel 2017, viene, infatti, denunciato nuovamente l’utilizzo di armi chimiche e, stavolta, il presidente sceglie di agire, bombardando una portaerei siriana con 59 missili Tomahawk. L’attacco viene effettuato non prima di avere avvertito le gerarchie militari nemiche che, proprio in virtù di questa comunicazione, abbandonano la base prima dell'offensiva, evitando così ogni spargimento di sangue.  

 

 

Questi tre esempi, il primo dei quali di stretta attualità, possono essere utili per descrivere il cambiamento sociale epocale determinato dalla politica militare di Trump. Che, mi sembra, possa essere indicato innanzitutto come cambiamento di comunicazione. Da questi tre esempi, infatti, l’operato di Trump appare rivolto a ripristinare una semiotica militare che svolga il compito di sfornare segni di guerra, allo stesso tempo, costituendo un ambiente per la loro circolazione. Non che negli anni precedenti al suo mandato, non siano state portate avanti guerre. Al contrario, l’attualità è stata, in questo ultimo periodo come non mai, funestata da eventi bellici, dall’Iraq ai Balcani, dalle torri gemelle all’Afghanistan, all’Ucraina e alla Siria. A essere stato negato, in queste guerre, è stato, piuttosto, il discorso meramente militare, degradato a problema tecnico, a questione amministrativa, di polizia, volta al mantenimento dell’ordine pubblico, senza che ciò potesse chiamare in causa la legittimazione politica, di interlocutore, del nemico. In questa degradazione, a venir meno è proprio la dimensione diplomatica, comunicativa della guerra che viene, in tal modo, negata in nome dell’amministrazione corrente, dei current affairs. La guerra, insomma, continua tranquillamente a essere condotta, si fa ma non si dice più e, non dicendola, scompaiono tutti gli attori delegati a dirla: capi di stato e di governo, gerarchie militari, ambasciatori e diplomatici perdono il dominio comunicativo di questo ambito, rinunciano a utilizzarne il lessico, lasciando campo libero a eserciti senza condottieri, a organizzazioni informali, milizie paramilitari, gruppi terroristici, da perseguire secondo i criteri della giustizia ordinaria.

 

Tutto ciò determina una situazione paradossale per cui i governi, per adire alla loro storica prerogativa di fare la guerra, sono costretti a nascondersi dietro queste organizzazioni informali. Tutte le guerre degli ultimi anni provengono dalla “società civile”: dalle torri gemelle alla Siria, fino all’Ucraina, la prassi della guerra è stata, dai suoi interpreti deputati, esercitata in incognito, con il paravento dell’azione informale, della “resistenza”, dell’insubordinazione dei “ribelli”, in un mondo che diplomaticamente si dichiara in accordo e impegnato a perseguire la pace. Una tale espunzione del discorso militare dalla guerra praticata ha determinato uno stato di conflitto permanente, una condizione di guerriglia portata avanti da pezzi di società civile che si costituiscono come surrogati di stati, riescono perfino a prendere il posto degli stati (stato islamico), proprio in virtù della loro qualità di essere depositari del potere di guerra. Le istanze di questi gruppi vengono portate avanti in nome dell’estremismo, ovvero del primato della società civile sulle istituzioni. Un tale andazzo ha dettato, ora con la sollevazione popolare ora con stragi e attentati, l’agenda della guerra sporca dei nostri anni. 

 

Se c’è una cifra della politica militare del nuovo corso trumpiano è, come si diceva, quella di aver ridato cittadinanza a un lessico guerresco, riportandolo pervicacemente nelle mani dei suoi attori istituzionalmente delegati. C’è l’assedio da parte dei facinorosi all’ambasciata? Non mi occupo del gruppo terroristico specifico che l’ha promosso (Kata'ib Hezbollah) ma procedo all’eliminazione di un generale, in questo modo riportando il discorso dall’informalità della guerriglia alla gerarchia militare, di fatto delegittimando quello stesso gruppo terroristico e, d’altra parte, specularmente costringendo la gerarchia politico-militare a cui quel generale apparteneva a riappropriarsi del discorso della guerra, rispondendo a modo. Il fatto di sintonizzarsi su di un medesimo canale simbolico permette agli stati di riguadagnare prestigio e di riappropriarsi della loro potestà di guerra, troppo frettolosamente delegata alla società civile.

 

Questo ritorno all’istituzione, il ripristino di un tale spazio di interazione presenta alcune peculiarità comunicative di un certo rilievo. La prima è che, al contrario delle azioni terroristiche o di guerriglia, il discorso militare istituzionale è ordinato: come una conversazione, si costituisce attraverso turni di parola (azione/ritorsione). Si può anche notare come esso funzioni secondo logiche di economia ed efficacia simbolica (la morte del generale – ovvero di una persona – prende il posto della strage dei kamikaze). Un tale discorso, infine, riportando il governo della forza nelle mani degli stati e delle loro gerarchie è propedeutico alla soluzione diplomatica dei dossier, perché legittima le medesime gerarchie come player competenti dello scenario, dotandole della necessaria autorità – che viene dal dominio della forza militare – per fare la pace. Non è un caso che a nessuno dei tre esempi riportati in apertura abbia (almeno finora) portato a un’escalation dello scontro.  

La politica militare di Trump mi sembra, pertanto, possa essere considerata come un primo segnale della fine dell’età dell’estremismo, deflagrata con gli attentati dell’11 settembre, caratterizzata dalla cessione da parte delle élite politiche della loro potestà di guerra alla società civile.

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