Letteratura sotto spirito

Tutte le volte che devo dare un volto a un artista alcolista, per motivi che non so, mi torna in mente una foto che ritrae il grande Chet Baker seduto con la tromba in mano e il capo lievemente reclino sul petto di Diane Vavre che lo abbraccia. Baker ebbe a che fare con l’eroina, che gli rovinò la vita (non l’arte), ma per me l’espressività di quella foto rappresenta in assoluto e con intensità straordinaria l’acutezza della malinconia di chi è costretto a dividere la sua arte con la sua disperazione. Quando alcol o droga incrociano la vita creativa di un artista è come se anche il demone debba in qualche modo collaborare con lui, a prezzo di inesorabili e spossanti prove di forza per ottenere che l’uno sia incentivo dell’altro senza oltrepassare la soglia del fallimento, dell’opera e dell’artista. 

 

Capire l’alcol, di questo forse si tratta. È un tema ricorrente (per un quadro antropologico generale che faccia da sfondo può essere utile Storie di ubriachezza), periodicamente qualcuno ci riprova ad affrontarlo, ma alla fine tutti devono desistere e ammettere che le “ragioni” dell’alcol al più si possono intuire. Come dice quello sconclusionato burlone triste e fanatico scrittore di lettere di Herzog, protagonista dell’omonimo romanzo di Saul Bellow: “Esamina bene ciò che è comprensibile e concluderai che soltanto l’incomprensibile ti fornisce qualche luce.” Questa riflessione fumosa credo possa funzionare bene per seguire le peregrinazioni di Olivia Laing alla ricerca di “qualche luce” che spieghi l’angosciosa vita di alcuni grandi scrittori americani del ‘900 imprigionati nella dipendenza alcolica. Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo è un percorso nei diversi gradi di complessità dell’alcolismo che per l’autrice è anche un fare i conti con la personale esperienza vissuta in famiglia. Il suo viaggio non è quello del titolo, Echo Spring (la sorgente dell’eco) è infatti il nomignolo con cui l’ubriacone Brick designa l’armadietto dove sta il suo bourbon preferito in La gatta sul tetto che scotta di Tennesse Williams, uno dei sei protagonisti del libro insieme a John Berryman, Raymond Carver, John Cheever, Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway.

 

Si tratta piuttosto di un itinerario nei luoghi dove la scrittrice inglese fruga tra le testimonianze di vita dirette e indirette, le atmosfere, gli odori, alla ricerca di una qualche ragione recondita del perché Williams, Carver, ecc. hanno “dovuto” fare ricorso all’alcol per resistere al mondo. Rimane poco chiaro il perché proprio questi siano scelti come gli autori più rappresentativi in un elenco ben più nutrito – per rimanere nel solo contesto americano – di profili letterari e culturali anche più consistenti, si pensi a William Faulkner, a Truman Capote, Jack London o Hart Crane che compaiono appena qua e là solo a fare da sfondo. È invece esplicita la ragione del tutto autobiografica per cui le scrittrici non ci sono: “le loro storie – dice Laing – mi toccavano troppo da vicino”, alludendo alla vicenda della madre che aveva un rapporto con una donna alcolista.

 

Viaggio a Echo Spring è una navigazione molto emotiva verso un “cuore di tenebra” nel quale le spiegazioni scientifiche dell’alcolismo si annodano alle dissennate ragioni del bisogno che anche gli uomini complessi come i grandi scrittori hanno di ubriacarsi, senza mai separare, scrive l’autrice, “il dramma neurale dell’alcolismo dal mondo, il mondo veloce e sudicio in cui esso va in scena.” E c’è come un grande messaggio che tutti gli autori considerati sembrano mandare a coloro che vorrebbero capirli e salvarli: “Tu non devi mai, mai!, chiedermi di non bere!”, ed è quello che dice aggressivamente Ben (Nicolas Cage) a Sera (Elisabeth Shue) in Via da Las Vegas, storia di dolore e alcol raccontata benissimo al cinema nel 1995 da Mike Figgis e tratta dal romanzo di John O’Brien. 

 

 

Laing per cominciare visita a New York gli Alcolisti Anonimi (A.A.), perché da loro pressoché tutti gli alcolisti prima o poi arrivano dichiarando l’incapacità di affrontare da soli quello che il personaggio di Hannah in La notte dell’iguana (sempre di Williams) chiama “il diavolo triste”. Prendendosi per mano con gli altri recita la Preghiera della serenità con la quale si aprono le sedute e si chiedono a Dio “la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscerne la differenza”. Esperienze che riportano a galla i ricordi del passato dell’autrice, delle sue amare frequentazioni forzate con l’alcolismo. Un sali-scendi continuo tra consapevolezza scientifica e realtà fattuale. È un buon esercizio, ancorché metodologicamente un po’ sconnesso, di avvicinamento alle esistenze degli scrittori: una narrazione (forse volutamente) a volte anche sfocata e strabica, offuscata, di vite esaltanti e umilianti, fatte di gesti magnifici e di viltà miserabili.

Si scoprono i tratti comuni dei vari autori, madri oppressive e padri remissivi, disprezzo di sé, sessualità non definite e conflittuali, vite di promiscuità, morti premature quando non per suicidio (Berryman e Hemingway) per i postumi di una vita frenetica, solo due (Carver e Cheever) riescono a smettere con l’alcol. Situazioni insopportabili, come il disturbo permanente della “circuiteria del sonno”, cioè l’insonnia, che fa scrivere nella notte a Fitzgerald : “Vedo il vero orrore crescere sui tetti e nei clacson stridenti dei taxi dei nottambuli e nella stridula monodia dell’arrivo dei festaioli lungo la strada. Orrore e spreco – Spreco e orrore – ciò che avrei potuto essere e fare ma che è stato perso, speso, sparito, dissipato, divenuto irrecuperabile. […] Nessuna scelta, nessuna strada, nessuna speranza – solo l’infinito ripetersi del sordido e del semitragico” (p.81).

 

Il vero motivo che spinge Olivia Laing nella sua ricerca è soprattutto capire come questa “miscela di spiriti” si ripercuota sulla letteratura. “Bere intensifica le sensazioni – scrive Williams –. Quando bevo, le mie emozioni si intensificano e io lo riverso nel racconto. Poi diventa difficile equilibrare ragione ed emozione. I racconti che ho scritto da sobrio sono stupidi […]” (p.90). E John Cheever dice che “Lo scrittore coltiva, espande, solleva e gonfia la propria immaginazione […]. Mentre gonfia la sua immaginazione, gonfia la sua tendenza all’ansia, e inevitabilmente diventa vittima di fobie annichilenti che si possono alleviare con dosi letali di eroina o di alcool” (p.152). Il libro è ricolmo di queste riflessioni che sbattono contro l’insormontabile dell’invenzione artistico-letteraria, e raccontano la macabra altalena degli autori tra creatività e autodistruzione, tra momenti di elevazione e odio di sé.

L’alcol non è una questione letteraria, ma è molto interessante entrare nel privato più recondito di personalità così straordinarie. Lo scrittore che dipende dalla droga “è nient’altro che un tossicodipendente” dice Stephen King, autore anch’egli alle prese con alcol e droga, e tuttavia il demone alcolico sembra talvolta intervenire in senso generativo nel determinare il fatto letterario. Il problema forse rimane quello indicato a suo tempo da Ernst Jünger, altro tossico-alcolista: “Nell’ebbrezza […] porzioni di tempo vengono anticipate, amministrate in modo diverso, prese in prestito; e questo prestito va restituito” (in Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza, Guanda 2006).

 

Sono sei storie strazianti che a volte si incontrano sulla stessa strada, Fitzgerald e Hemingway, Cheever e Carver sono amici non solo di sbronza. Tennessee Williams compare come una sorta di creatura sacrificale, completamente dilaniato dall’instabilità psicologica e un’omosessualità disordinata che l’alcol esalta fino a finirlo; i contorcimenti coscienziali di Berryman gli impedirono, tra altro, di liberarsi del suicidio del padre (“Mio padre ha spento tutto quando avevo dodici anni / ha spento la candela più luminosa della mia speranza” ); il dolore di Hemingway per la perdita di un padre fragile e autentico che ha deciso di uccidersi non si placherà mai. Sei alchimie del “triangolo amoroso tra esperienze infantili, alcol e scrittura”, come scrive la Laing, verso le quali ha un approccio che sembra addirittura tenero, accondiscendente; i comportamenti, anche i più rivoltanti (l’abitudine alle bugie, alla negazione), sono accolti quasi con affetto, mai biasimati. C’è uno sforzo sincero, ancorché instabile, di prendere il punto di vista dell’alcolista, di guardare insieme a lui da dietro la sua barriera nervosa, di percepire le cose con lui. Di capire non l’alcol, ma gli uomini dalla personalità straordinariamente ricca e tuttavia segnata da una faglia interiore devastante. Contro l’ubriachezza, che “è la guida per una morte oscena” come ha scritto Raymond Carver, uno dei pochi che ne sono usciti. 

 

Olivia Laing, Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo, traduzione di Francesca Mastruzzo e Alessio Pugliese, il Saggiatore 2019, pp. 319, Euro 24,00.

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