Liberare la libertà

“L’ansia di spiegare la vita e il suo mistero non dà tregua allo spirito umano, è come se risuonassero in ogni uomo le parole rivolte ad Adamo e ad Abramo: umano dove sei? Vai in te stesso, scopri chi sei.” Finisce così, con un inizio, il cammino esplorativo di Michela Dall’Aglio, In principio era la libertà. Un itinerario tra filosofia, scienza e fede, ILMIOLIBRO, 2019. 

 

 

Esplorando ad un tempo, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande di ciò che esiste, noi compresi, l’autrice si muove tra due prospettive polari, costantemente messe in tensione e anche ibridate con una inquietudine narrativa del tutto originale e coinvolgente. L’irrisolto, infatti, è un codice del libro, non solo indotto dal tema dei temi, ma da uno stile conoscitivo che cerca, senza crederci mai fino in fondo. Come dovrebbe essere ogni indagine con simili obiettivi e caratteristiche. La posizione interrogante è quella umana, situata all’estremità del cammino evolutivo dell’esistente, e in grado di farsi domande sul come e il perché della vita e dell’esistenza in sé. Le due prospettive messe in tensione si rifanno, la prima, – definita un’origine “oscura” –, all’ipotesi che tutto sia cominciato con una volontà di esistere talmente libera e potente da volere innanzitutto se stessa e da innervare, poi, la libertà di ogni cosa. Al punto da arrivare a sostenere che la libertà è il cuore stesso della realtà [p. 23]. La seconda prospettiva, non meno oscura secondo l’autrice, è l’ipotesi scientifica che l’inizio di tutto quello che conosciamo sia stato una fluttuazione quantistica del vuoto. Il riferimento della prima prospettiva è, per tutto il libro, insieme ad altri capisaldi del pensiero, l’indagine filosofica di Luigi Pareyson. Mentre per approfondire la seconda prospettiva sono chiamati a convegno alcuni dei fisici più importanti del ventesimo secolo, fino al contemporaneo Carlo Rovelli. L’oggetto di indagine è la libertà, e basterebbe questo a giustificare le fatiche dell’autrice nel tracciare una narrazione limpida e documentata con una costante cautela a evitare soluzioni certe e definitive e un’attenzione a tenere aperte le domande. Lungi dal condividere il monito dell’Inquisitore di I fratelli Karamazov, con la cui citazione il libro inizia: “se vogliamo che l’uomo sia felice dobbiamo eliminare la libertà”; e ascoltando il grido di Giobbe: “Lasciami, che io possa respirare un poco…”, Dall’Aglio mostra di accogliere l’ambiguità ineliminabile contenuta nella relazione tra sofferenza e libertà. L’essere che si fa domande è candidato a soffrire e stare in quello spazio attraente e angusto allo stesso tempo, in cui continuiamo a domandarci “se siamo noi l’origine della libertà, che non ha alcun fondamento in una realtà oggettiva ed estranea a noi”, “…che abbiamo inventato come una sorta di secrezione naturale, dal nostro cervello”, o se la libertà “è una qualità intrinseca della realtà”, tale per cui eliminandola si cancellerebbe la realtà stessa” [p. 9]. Se si assume l’ipotesi che la libertà non sia un attributo secondario della vita, un prodotto più o meno illusorio del cervello, o della storia umana, ma un fattore generante della realtà, bisogna trovarne le tracce, ed è quello che Dall’Aglio fa per tutto il libro.

 

Diciamo subito che l’analisi è condotta in modo da suscitare continue esigenze di confronto con l’autrice. Per dirla con l’espressione di Angela Albanese che il 18 aprile 2019 ha scritto su “doppiozero” di Gabriele Vacis e dell’Istituto di pratiche teatrali per la cura della persona, Dall’Aglio si impegna a “comprendere che cosa c’è dentro per meglio porsi in relazione con il fuori”. A partire dalla questione di base sull’essere e il nulla, l’autrice mostra una particolare attenzione all’avvento della fisica quantistica che è giunta a mettere in discussione quella che sembrava una spiegazione consolidata dell’origine della vita biologica e della materia. Laddove sembrava che la materia primordiale fosse dotata intrinsecamente di slancio vitale e che la vita fosse una proprietà della materia, non c’era posto per lo spirito, “qualunque cosa si volesse significare con questo termine – comunque una realtà indipendente dalla materia, la fisica quantistica ha scombinato di nuovo le carte scoprendo il ruolo fondamentale, benché tuttora abbastanza misterioso, di un’entità innegabilmente immateriale come l’informazione”. [p. 122].

 

C’è da dire in proposito che l’immaterialità dell’informazione non riconduce a questioni come lo “spirito”, anche se l’incertezza e la complessità di fronte alla quale ci pone la fisica quantistica sembrerebbero reintrodurre il mistero nella ricerca di spiegazioni sulla vita e sul mondo. Certamente si registra un riaccreditamento della metafisica, anche per le difficoltà maggiori che il nostro sistema cervello-mente incontra a fare i conti con l’immateriale. Proprio a partire dalle carte scompigliate dalla fisica quantistica, che segna la fine del determinismo rigido della fisica classica in favore di una dinamica più aperta alla molteplicità del possibile, l’autrice cerca di sistemare le diverse opzioni in merito all’origine del mondo, “inteso come tutto ciò che esiste” [p. 124], e riconduce a tre diverse opzioni le spiegazioni possibili: che tutto sia sorto per caso, o per necessità, o per volontà di una mente intelligente. Nel trattare gli approfondimenti delle tre opzioni emerge l’orientamento dell’autrice e la sua ipotesi alla base del libro. Secondo Dall’Aglio ricorrere al caso non chiarisce l’origine dell’Universo e non spiega neppure l’evoluzione biologica, in cui agiscono sia elementi di libertà, sotto forma di imprevisti e scelte, che leggi naturali. Se l’ipotesi del caso fosse quella di riferimento, la realtà sarebbe del tutto imprevedibile, mentre la maggior parte delle nostre conoscenze deriva dall’esistenza di regolarità e misurabilità dei fenomeni. L’ipotesi della necessità si basa sul principio in base al quale, date le premesse fisico-chimiche dell’Universo, esso non avrebbe potuto non arrivare ad esistere così com’è.

 

“Ma questo sposterebbe semplicemente all’indietro la questione”, scrive Dall’Aglio, “a cosa ha determinato la nascita di questo Universo e delle sue leggi. Esso a sua volta dovrebbe essere il prodotto di qualcosa di precedente alle sue leggi” [p. 125]. “Ad ogni modo, anche ammettendo che il mondo sia quel che è necessariamente e inevitabilmente come effetto naturale della fisica e della chimica dell’Universo, resterebbe comunque un mistero il suo punto di partenza” [ivi]. Ad un’attenta lettura del testo, che tiene comunque in sospensione fino all’ultima riga, sembra questo il punto di svolta della posizione dell’autrice: ci deve essere un’origine se la nostra mente si pone la domanda dell’origine. Siamo fatti in modo tale che consegnarci al flusso dell’esistente non ci basta: di fronte ad ogni manifestazione ci disponiamo immediatamente a chiederci qual è la sua origine e finiamo poi per assumere che l’origine deve esserci dal momento che noi siamo fatti per chiederci dove sia. Se a governare il tutto fosse la necessità, sostiene l’autrice, la libertà e tutto quanto per noi esseri umani è a lei riconducibile, non sarebbe altro che un’ingannevole percezione soggettiva. Potrebbe essere utile a questo punto, a scopo di confronto, sostenere un’idea non assoluta della libertà, bensì una sua manifestazione importante e distintiva all’interno del pluralismo delle possibilità che caratterizzano le nostre esistenze e le espressioni di tutto quanto esiste. Rimane il fatto che Dall’Aglio, procedendo per esclusione, approda a quella che lei ritiene l’opzione “più compatibile con la visione pareysoniana della volontà come inizio assoluto e libertà primigenia” [p. 126]. La terza ipotesi immagina all’inizio di tutto una mente intelligente e un’intenzionalità. Quella “libertà primigenia” non agisce semplicemente sulla realtà, ma ne è parte essenziale, appartiene alla sua struttura e ne costituisce la trama, come la gravità per lo spazio. “Come sostiene Pareyson, essere e libertà coincidono” [ivi]. Insomma, secondo quanto l’autrice mostra di condividere, ci sarebbe un principio costitutivo del tutto, la libertà; non solo ma “c’è una direzione” nel processo evolutivo e c’è un fine nell’evoluzione. Combinando i contributi di Vito Mancuso con la filosofia di Pareyson emerge, alfine, che “il fine ultimo dell’evoluzione-creazione è la libertà”, da Pareyson “intesa ultimamente come amore” [p. 131]. 

 

I passi tracciati nel libro di Michela Dall’Agio sono articolati e documentati, e sorretti dal tentativo di combinare evoluzione e creazione. A partire dalla domanda se sia possibile eliminare la libertà, l’autrice cerca di porre in tensione due orientamenti contrapposti, il primo dei quali tende a sostenere che siamo noi l’origine della libertà, la quale non ha alcun fondamento nella realtà oggettiva; e il secondo dei quali sostiene che la libertà sia una qualità intrinseca della realtà ed esista di per sé. Sulla base di questo interrogativo Dall’Aglio si mette alla ricerca della libertà sia nel farsi dell’Universo che della vita e dedica a queste tracce il secondo e il terzo capitolo del libro. Lascia poi spazio all’interpretazione delle opzioni possibili, fino a giungere alle conclusioni in cui si riassume il senso del contributo espresso col libro. La libertà del processo evolutivo, fatta di relazioni e determinazione delle costanti e di indeterminazione che domina nel mondo subatomico, quello che descrive la sostanza ultima della materia, è l’oggetto della ricerca e si avvale fino alla fine del contributo della fisica quantistica. Quest’ultima, come è noto, non mette solo in discussione il determinismo, ma anche la tradizionale distinzione tra fisico e metafisico. Se, con il contributo di Carlo Rovelli, si scopre che la fisica quantistica ci rivela tre aspetti fondamentali della realtà: la granularità, ovvero un limite all’informazione che può esistere in un sistema; l’indeterminismo, che significa che il futuro non è prevedibile; la relazione, cioè il fatto che “la trama del mondo non viene dagli oggetti ma dalla relazione tra loro e dai processi” [p. 176]; se tutto questo si mostra a noi, oggi, nella sua irriducibile complessità, la domanda diventa: perché abbiamo bisogno di una spiegazione che cerchi un fondamento e non riusciamo a concepire e ad accogliere l’ipotesi dell’autofondazione del tutto?

 

È del tutto difficile trovare una risposta. Può, almeno in parte, forse, venirci in aiuto una connessione della ricerca di Michela Dall’Aglio con quanto siamo venuti scoprendo sulle nostre modalità di riconoscimento dei modi in cui elaboriamo le nostre stesse emozioni e sul rapporto tra emozione e cognizione. Le domande fondamentali del contributo di Dall’Aglio rinviano, infatti, alla nostra essenza più elementare: la vita è conoscenza e la conoscenza emerge dalle domande che noi ci facciamo sulla vita. Sia le domande frutto della nostra incessante ricerca di significato, che le domande derivanti dalla paura che la vita e la sua finitudine ci pongono, appartengono ai sentimenti della vita e del mondo che si sprigionano dalle nostre emozioni di base.

 

Risalendo alle origini più significative del confronto sul tema, abbiamo oggi a disposizione per la prima volta in italiano un contributo storico di rilevante valore, Teoria delle emozioni. Studio storico psicologico, di Lev Semenovic Vygotskij edito da Mimesis, Milano-Udine 2019. Non è stato uno psicologo da tavolino Vigotskij; direttore dell’Istituto di difettologia di Mosca, alla fine degli anni venti, ha mostrato cosa si può generare nella scienza del comportamento umano, vivendo con due figlie e una moglie in un appartamento di venti metri quadri nel sottosuolo dell’Istituto di psicologia di Mosca, in condizioni di vita quotidiana molto difficili nella Russia post-rivoluzionaria. Coltivando legami con la gestalt di Lewin e Koffka, egli ha elaborato un approccio storico-culturale alla psicologia il cui valore emerge sempre più rilevante oggi. Cosa vuol dire “mente storico-culturale”? Si tratta di riconoscere che il nostro sistema cervello-mente non si esprime in un vuoto pneumatico e che, per dirla con Vigotskij, i nomadi dell’Uzbekistan, con cui egli ha lavorato, come con altri popoli della Russia, non hanno il concetto di spazio-tempo come lo conoscono altri popoli di altre culture. La storia sociale dei processi cognitivi, oltre a fornire chiavi fondamentali per comprendere noi stessi, indica molte possibilità di interventi applicativi rivoluzionari nel campo dell’educazione e del sostegno psicologico. Ebreo, troskista, Vigotskij non ha potuto portare a compimento molto del suo lavoro, essendo vissuto in grandi difficoltà nell’Unione Sovietica stalinista ed essendo morto molto prematuramente, ma uno dei suoi contributi, quello sulla teoria delle emozioni, ci aiuta a comprenderci meglio e anche a riflettere sulle nostre domande fondamentali e sul modo di elaborarle.

 

 

A interessarci, in particolare qui, è il confronto serrato che per tutto il libro Vigotskij stabilisce con la teoria delle emozioni che William James aveva formulato nel 1890. L’ipotesi di riferimento è nota: le emozioni sono considerate, seppur in un serrato approfondimento, come espressione del corpo e delle sue manifestazioni, e giungono alla consapevolezza attraverso l’esperienza relazionale con il mondo e gli altri. La nostra cognizione di noi stessi e del mondo è perciò incarnata e le domande e le risposte che ci diamo vengono dal nostro essere un corpo situato nel mondo, parte di un tutto che ci precede e genera, e di cui siamo una provvisoria emergenza. La ricerca e, in particolare, la ricerca di significato, è una delle nostre distinzioni di specie e con essa viviamo e diamo senso a noi stessi e al mondo.

Molti dubbi per fortuna rimangono, come compagni di riflessione, dopo l’attraversamento, in compagnia del testo di Michela Dall’Aglio, insieme ad alcuni disagi, pure essi utili come la parola “Dio” scritta con la maiuscola, pur avendo l’autrice affermato più volte che il “Dio” di cui parla non ha a che fare con la religione; come l’affermazione perentoria con cui l’autrice sostiene che “filosofia, antropologia e scienza hanno lì le loro radici” [p. 11], dove “lì” indica la Bibbia; la considerazione che l’amore possa essere ritenuto una forza espressa dalla libertà “che potrebbe essere fondamento e garanzia della vita” [p. 183]. Laddove ci sono esseri umani, da quando, con l’evoluzione siamo divenuti competenti simbolici, ci sono manifestazioni del sacro che noi esseri umani creiamo e reifichiamo, apponendo certo la lettera maiuscola all’entità a cui consegniamo la responsabilità di averci creato, ma l’atmosfera speculativa e analitica, scientificamente documentata del libro, lascia la domanda aperta su quella scelta. Allo stesso tempo, se è difficile non associare le forme di conoscenza di matrice occidentale alla Bibbia, forse non si possono trascurare altre forme di conoscenza scientifica, filosofica e antropologica fondate su diverse grandi narrazioni fondative. Infine l’amore come proprietà costitutiva del vivente sembra con evidenza accompagnarsi a forme e forze distruttive che dell’amore sono sodali e contrarie. Aprire domande, si sa, è un pregio distintivo di un libro e, oltre alle precedenti considerazioni, alla fine della lettura, rimangono questioni aperte come quelle che seguono.

 

Quando la libertà intesa come l’emergere della discontinuità e della differenza, come la “forma vitale” per dirla con Daniel Stern, diventa riconoscibile e dicibile, se non con l’avvento di una competenza particolare, quella simbolico-linguistica, in una specie, homo sapiens? Diversamente che cos’è la libertà se non c’è un umano a dirla? Una proprietà intrinseca delle cose? Ciò vorrebbe dire ammettere un’osservazione senza un osservatore.

A questa domanda se ne può contrapporre un’altra: come avrebbe potuto emergere l’esperienza di libertà e la possibilità di narrarla se non fosse stata una qualità intrinseca del vivente e della realtà tutta come la conosciamo?

Forse l’intero percorso di ricerca di Michela Dall’Aglio risponde a quello che si propone con sempre maggiore evidenza come un tratto specie specifico di noi umani, lo stesso che ci rende capaci di pensarci e di domandarci chi siamo, di creare arte e conoscenza, bombe e distruzione organizzata. Da quel tratto che è il comportamento simbolico, unitamente al linguaggio verbale articolato, noi traiamo una naturale propensione a domandarci qual è l’origine delle cose. È intollerabile per noi non farci quella domanda e cercare una risposta in cui credere. Rimane un riferimento importante su questo tema l’approfondimento realizzato da Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara, Nati per credere, [Codice Edizioni, Torino 2008], secondo cui la mente umana si sarebbe evoluta, in virtù del meccanismo della selezione naturale, per pensare in termini di obiettivi, intenzioni e ricerca delle origini; un adattamento biologico di particolare importanza per un animale sociale come l’essere umano. L’attenzione riservata all’evoluzione nel testo dell’autrice, inclusa quella dedicata ai contributi di Telmo Pievani, non può evitare di essere raffrontata a questa prospettiva di ricerca che fornisce un contributo di particolare importanza all’analisi delle questioni poste. Del resto è difficile evitare di condurre una speculazione così rilevante senza considerare come siamo fatti noi stessi che quella speculazione conduciamo. Seppure questo è il problema epistemologico principale con cui ci confrontiamo allorquando l’oggetto esplorato coincide con il soggetto esplorante, come accade quando noi umani cerchiamo di comprendere noi stessi.

 

Certo, rimane una domanda ancora antecedente: perché siamo fatti così? E il percorso riflessivo e incalzante di Michela Dall’Aglio ne è prova documentata. Vivere, per noi, è per molti aspetti cercare di rispondere a quella domanda. 

Forse c’è una circolarità ricorsiva tra le proprietà costitutive del vivente, da cui anche homo sapiens deriva, con la sua distinzione di essere capace della libertà di concepire l’inedito, l’oltre e la libertà stessa. In questo, probabilmente, è possibile cercare le affinità e le differenze tra le performance imprevedibili di un elettrone in base alle dinamiche quantistiche e l’incertezza creativa, elaborando la quale viviamo storie di vita che, per quanto vincolate, ci rendono liberi di scegliere.

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