Malcolm & Marie: l’amore illuso

State per leggere un articolo scritto da una donna bianca, per un film ideato e realizzato da un regista bianco e interpretato da un attore e un’attrice neri. I protagonisti della storia sono una modella che vorrebbe anche recitare e un regista. Sono appena tornati a casa, di notte, dopo aver partecipato alla prima dell’ultimo lavoro cinematografico diretto dal protagonista. Per l’intera durata del film che stanno interpretando i due personaggi litigano, e nel frattempo discutono il modo bianco di analizzare e comprendere le narrazioni nere, perché stanno commentando la recensione del loro film appena messa in rete e scritta da una donna bianca. 

Come l’inizio e la fine del capoverso qui sopra, la soglia iniziale e finale del film Malcolm & Marie, diretto da Sam Levinson, sembrano chiamarsi e rispecchiarsi, in una specie di mise en abyme, un po’ alla maniera di un racconto combinatorio di Italo Calvino; come se chi guarda, o chi è guardato, si muovesse dentro un acquario dalle pareti trasparenti. 

 

 

Malcolm (John David Washington) e Marie (Zendaya) stanno assieme da cinque anni, vale a dire da quando lei era una tossica e lui l’ha “salvata” e “riparata”. Il film che l’uomo ha appena realizzato svolge proprio questa storia, anche se è interpretato da un’altra attrice (Marie non si è presentata al provino). La protagonista, quella del film che stiamo vedendo, tornando nella bellissima casa a vetrate messa a disposizione dalla Produzione comincia a cucinare, muovendosi nervosamente in un silenzio ostile, fin quando il conflitto non esplode. Malcolm protesta Marie alla fine della proiezione ha ringraziato tutte e tutti, tranne lei, e questa mancanza l’ha offesa, l’ha ferita, l’ha fatta sentire scontata, e persino derubata della sua storia, che a questo punto lei non potrà più raccontare, perché l’ha già fatto un altro. Malcolm contrattacca, si arrabbia perché questa sera si doveva festeggiare, altro che litigare! Si difende protestando di aver avuto altre donne con un passato di tossicodipendenza («You’re not the first broken girl I’ve known, fucked, or dated»), e intanto urla anche contro chi si aspetta che lui, in quanto nero, faccia solo il verso a Spike Lee o a Barry Jenkins. Si va avanti così per tutto il tempo. 

 

Non c’è simmetria tra i due, a partire dalla differenza di età. Eppure, malgrado i rapporti di forza siano sbilanciati a favore del protagonista, ci sono elementi di ambiguità anche nel comportamento di Marie. La somiglianza stessa di suoni tra i loro due nomi, in fondo, suggerisce, in mezzo a tutti quei vetri e riflessi, un narcisismo speculare. Malcolm ha preso, vampirizzato la storia di Marie («I didn’t realize what I was to you, a fucking movie», grida lei); ma anche la compagna, da parte sua, potrebbe essersi appoggiata sulla relazione per non esporsi, portando nel mondo un talento che c’è e di cui darà prova, a un certo punto, ma che resta, forse anche egocentricamente, una risorsa in potenza messa fuori con velleità anziché con intenzione vera. Il film va avanti da un rimprovero all’altro, in una maratona di sfinimento, mentre i due si inseguono tra le stanze, entrando e uscendo ora dalla casa ora dai corridoi della loro rabbia, mentre una fotografia perfetta in bianco e nero (di Marcell Rév) ci fa assistere, anche attraverso i riflessi tra le vetrate, allo spettacolo della discussione tra i due. È proprio un vero spettacolo, in effetti, anche grazie a quell’abito di lamé dal taglio così d’effetto indossato nella prima parte dalla protagonista. L’ha disegnato Law Roach, ispirandosi evidentemente ai costumi preparati da uno degli stilisti più iconici, Bob Mackie, per una famosa performance di Cher e Raquel Welch del 1975.

 

 

Bob Mackie, Gold Barbie® Doll.


Eppure, dentro tutta questa perfezione fotogenica, quei due non fanno che ferirsi, senza soluzione di continuità: almeno tre volte si raggiunge il massimo della tensione e poi l’onda scende, subito pronta a risalire al nuovo attacco di Marie. 

È una vertigine: e più si va avanti più non si capisce cosa è dentro e cosa è fuori, e soprattutto se ancora esista un fuori. Ma proprio questo sistema formale di situazioni che si incrociano, potendosi riflettere all’infinito, è l’esperienza più interessante che accade durante il racconto e la visione di Malcolm & Marie, che è un tour de force, sia tematico sia formale, ma pure una sfida di resistenza a cui ci consegniamo. Ne valeva la pena? Sì, soprattutto considerando che questo film così formalista, così autoreferenziale, può offrirci risposte forse poco convincenti o troppo semplificate a quello che d’altra parte resta un insieme di questioni importanti da capire intorno al senso di cosa si possa intendere e fare col cinema, nel 2021, a un anno dall’arrivo del Covid e dalla mutazione di stile di vita che ne è seguito. 

A partire dalla protagonista (interpretata, tra l’altro, dall’attrice che ha vinto l’Emmy 2020, interpretando una tossicodipendente nella serie Euphoria, diretta dallo stesso regista), in questa storia tutto è tossico: dalla relazione tra i due alla modalità spettatoriale. 

Guardando il film si ripensa al film più direttamente evocato da Malcolm & Marie, vale a dire Chi ha paura di Virginia Woolf?

 

Mike Nichols, “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (1966).


Anche in quel capolavoro una coppia in crisi torna a casa, di notte e comincia a litigare. Anche lì la relazione amorosa si è mutata, essenzialmente, in una relazione di colpa. Ma nel film del 1966 diretto da Mike Nichols la visita e la presenza di una giovane coppia di ospiti funzionava, in senso drammaturgico e narrativo, da correlativo di un mondo di fuori che malgrado tutto esisteva come referente reale. Qui, invece, i due protagonisti occupano in modo assoluto il campo visivo e narrativo. Come se fossero due specie di sopravvissuti dopo la fine del mondo, e si raccontassero e rinfacciassero, o perfino si inventassero, anche in senso formale, una storia e un amore che sembrano più illusi che reali. 

 

Malcolm & Marie è il primo film compiuto in tempi di Covid. È un dato significativo, perché forse non vale solo come circostanza cronologica e operativa, ma simbolica. Si può dire, forse, che questo film simultaneamente così claustrofobico e claustrofiliaco, ci parli di qualcosa che sta accadendo, al cinema e a noi: al nostro modo di percepire il mondo, dopo che, a forza di star chiusi in casa, da un anno, ci siamo abituati così tanto a percepire la vita fuori come qualcosa che esiste sempre oltre un vetro – di una finestra – o di uno schermo. Come se tutto, e sempre di più, stesse diventando significante solo se agisce dentro una piattaforma. Colpisce, in questo film, l’assenza assoluta di qualcosa proveniente dal fuori campo: una telefonata, una voce di qualcun altro, una presenza che renda i personaggi reali oltre il racconto e l’immagine che si rimandano reciprocamente.

 

La realtà si affaccia nei loro discorsi solo come un trauma narcisistico da cui sono separati da vetri e parole gridate. Malcolm e Marie assomigliano e non assomigliano, allora, ai protagonisti di “film da camera” precedenti, perché l’effetto di autoreferenzialità è spinto al massimo: come se i due attori in scena fossero travestiti da se stessi, senza mai riuscire, tra l’altro, nemmeno a spogliarsi completamente: è una precisa scelta di desessualizzare il racconto, ma l’effetto di arrivo corrisponde anche a una disincarnazione del conflitto tra i corpi. La casa stessa in cui abitano i due protagonisti per tutto l’arco del film parla di un’estraneità all’intimità, perché non è loro, ma appunto offerta da chi produce il film; in un certo senso, con tutte quelle pareti trasparenti e quelle porte sempre aperte, la casa assomiglia a un Panopticon, mentre anche tra noi e i personaggi c’è spesso un vetro. Malcolm stesso ha messo Marie, la sua storia, dentro uno schermo. Sembra quasi, portando il ragionamento fino a un punto paradossale, la realizzazione dell’utopia di Netflix innalzata a forma di sguardo totale, per cui tutto è spettacolo, performance irrelata, e basta. In un sistema vertiginoso in cui fuori e dentro, inizio e fine si intrecciano e si combinano, confondendosi in una vertigine dei sensi e del tempo. 

«Cinema doesn’t need to have a message. It needs to have heart!» grida Malcolm. Vero, così vero, abbiamo voglia di rispondergli. Ma dov’è finito, in questo corpo espanso, il cuore?

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