Mariangela Gualtieri, Quando non morivo

La poesia di Mariangela Gualtieri, a partire dalle sue prime raccolte degli anni Novanta, è sempre bella, potente e coinvolgente, ma il suo recente libro, Quando non morivo, Einaudi 2019, riserva ai lettori qualche ulteriore sorpresa.

I temi di questa raccolta sono, per gran parte, quelli che appartengono alla sperimentata tavolozza della Gualtieri. 

In primo luogo l’apertura al mondo nei suoi molteplici aspetti, umani e naturali, spesso stupìta, talvolta perplessa, più spesso fiduciosa:

 

C’è nel mattino – sarà / per quella luce – una sottile ebbrezza / sarà per la bellezza / degli inizi – quella promessa / che sempre si nasconde / quando s’avvia un nuovo / qualche cosa. / Sarà il bello / di cominciare (p. 55)

 

Una situazione tipica è costituita da un io che ascolta, osserva, registra specifiche e singolari “occasioni” vitali (forse la proposizione principale sottesa alla subordinata del titolo sarebbe “sono viva”) non di rado contrassegnate da indicazioni spaziali, temporali e da deittici che riportanto ad un immediato momento presente: “subito”, “questo giorno”, “stanotte”, “oggi”, “eccolo”, “è aprile”, “adesso”, ecc.. 

Il punto di partenza è dunque un concreto “esserci”: “siamo un essere qui”: p. 18; “la rivelazione / d’esserci d’ogni cosa”, p. 105. 

Quasi immancabilmente, però, lo sguardo si allarga in modo prospettico – e spesso vertiginoso – verso una dimensione che trascende l’individuo e abbraccia il passato (il passato della specie, il passato biologico) o il futuro o l’intero mondo naturale e in qualche modo “giustifica” l’esperienza piccola, il momento, come se “un ascolto d’oltremondo invadesse il mondo” (p. 56). 

Questo “ascolto di oltremondo” conduce l’io a porsi le domande ultime che ciascuno si pone sulle ragioni dell’esserci e quasi inevitabilmente spinge al dialogo con chi (o Chi), nella sua inafferrabile assenza e presenza trascende questo mondo, al punto che la poesia si fa talvolta invocazione bestemmia o preghiera. Oltre al bellissimo dittico di Domande a Maria, numerose sono le poesie che assumono una forte connotazione religiosa, in particolare la sezione finale, Requiem. E verosimilmente si riverbera qui la consuetudine con la poesia di Mario Luzi, i cui testi sono stati recitati al Teatro Valdoca, di cui Mariangela Gualtieri è stata fondatrice insieme a Cesare Ronconi. 

 

Se dunque l’esperienza diventa, da individuale, universale, il pronome più adatto a dire questa esperienza non è più “io” ma “noi” e la persona verbale è la prima plurale: 

Subito si cuce questo niente da dire / ad una voce che batte. Vuole / palpitare ancora (…) e sentire che c’è / fra stella e ramo e piuma e pelo e mano / un unico danzare approfondito, e dialogo / di particelle mai assopite, mai morte mai finite. / Siamo questo traslare / cambiare posto e nome. / Siamo un essere qui, perenne navigare / di sostanze da nome a nome. Siamo.”

 

È allora interessante vedere come questa prossimità dell’essere umano ad altri elementi della natura e in particolare agli animali – protagonisti di molte poesie di questa raccolta – porti a una frequente metaforizzazione zoologica dell’elemento psicologico e corporeo:

 

i miei pensieri (…) Corvi insolenti (p. 7)

il piccolo animale [il cuore?] / restando nell’erta del petto (p.11)

l’amore mio (…) mi guarda sul sentiero con occhi / spaventati di capriolo (p. 17)

quel respiro mio di falcone (p. 37)

Il bell’animale selvatico resta non-nato nel petto (p. 44)

La gazzella nel mio petto / salta di meraviglia (p. 65)

Dormi ossicino mio / dormi rondinella (p. 72)

Cani con guaiti di solitudine e morsi di gelo e alcuni / di noi rannicchiati (p. 84)

 

 

Certe composizioni “creaturali” di Quando non morivo ne ricordano alcune di Jude Stefan (come la splendida Animaux, che i lettori italiani conoscono attraverso Sergio Solmi). Altre che ripercorrono il passato biologico della specie riportano forse ad altre di Gottfried Benn, che, però, se può essere accostabile alla poesia della Gualtieri sul piano del cosiddetto “espressionismo”, ne dista poi anni luce ideologicamente, perché in questa autrice non vi è né disperazione né nichilismo. Al contrario l’amore – intimo, privato, o esteso agli esseri umani e alle creature in genere – è uno dei temi costanti della sua poesia, che dalle precedenti raccolte arriva a questa. 

 

L’ultimo elemento di continuità della poesia della Gualtieri che vale la pena di osservare è la funzione centrale che in essa hanno il corpo e la voce, anche in relazione all’esperienza teatrale di questa scrittrice. Corpo e voce sono il crocevia e il mezzo, la cruna stretta e il supporto materiale di ogni pensiero ed espressione. 

Come ha osservato un’interprete attenta di questa poesia (Giorgia Bongiorno, Italies, 13, 2009) la vicinanza all’oralità dà ragione anche di alcune sue caratteristiche formali: «Nella poesia di Mariangela l’importanza del corpo è innegabile, di un corpo quasi sempre al di là della norma, spinto ai suoi limiti inimmaginabili, martoriato, la cui manipolazione si ripercuote sul teatro e che dalla scena prende riverbero. (…) Un corpo artaldiano, glorioso e crudele». 

La sollecitazione estrema del corpo e della voce diventano anche sollecitazione estrema della lingua, necessità di piegare la scrittura poetica alla pronuncia, cioè alla voce, con tutte le sue incertezze, esitazioni, deformazioni e ridondanze semantiche e sintattiche. 

 

Eppure una certa oltranza, che si potrebbe definire espressionista, molto pronunciata in precedenti raccolte, e specialmente in quelle più direttamente legate alla performance teatrale, qui si attenua; resta non a caso molto presente nel dittico mariano prima ricordato e nella sezione finale Requiem, previsto “per coro, orchestra e voce recitante” e messo in scena a Spoleto. 

Lungo le altre sezioni di questo libro, invece, diventano più rari molti dei fenomeni altrove caratteristici della poesia della Gualtieri: la transitivizzazione dei verbi intransitivi, le ripetizioni insistite di sintagmi, la spezzatura dei sintagmi al fondo del verso – per esempio tra articolo e nome –, il procedere verso il significato per approssimazioni verbali che diventavano talvolta balbettamento o afasia. 

Si direbbe, invece, che da un irrompere torrenziale, e teatrale, si passi spesso a una riflessione distillata, quieta, risolta in parole luminose, a volta lapidarie, e oggettivata in immagini.

Talvolta la composizione prende così la strada della forma breve, quasi haiku:

 

È aprile. Piove. E noi qui / a sentire il mistero farsi gocce / sul tetto. Acqua per tutti da bere. (p. 51)

 

Varcherò la fessura del nero / l’involucro deposto / sarò leggera e sola / muta e guizzante / tutta vestita solo / di un altro cielo. (p. 29) 

 

Al tempo stesso, l’allontanarsi dall’espressività parlata conduce a una riscoperta delle misure più tradizionali e classiche del verso, il settenario (tre ne riconosciamo, per esempio, nella seconda delle composizioni appena riportate) e l’endecasillabo; dal primo verso della raccolta: 

Procedi piano. Lascia che la mano (La celeste pazzia, p. 5)

a numerosi altri, magari dissimulati da qualche spezzatura di verso, ma ben riconoscibili anche a una prima lettura; alcuni bellissimi e “luziani”, come quello che chiude una delle poesie più felici del libro (p.6):

 

Questo giorno che ho perso

ed ero nell’esilio

dentro panni che non erano miei

e scarpe che mi disagiavano

e tasche che non riconoscevo

e correvo correvo puntuale

senza neanche un dono

per nessuno. Solo un vuoto, corto

respirare. A conferma che nel disamore

il fare anche se fai resta non fatto. 

 

Mariangela Gualtieri, Quando non morivo, Einaudi, 2019.

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