Alfabeto Pasolini

Pasolini. Un sogno nato a Casarsa

L’avvento dell’agricoltura ha condannato i nostri antenati a una vita più faticosa e più povera di esperienza di quella dei loro predecessori in cambio della speranza di avere un pasto assicurato nel futuro e di difendersi meglio dai predatori. 

Le carestie e l’inermità hanno in seguito esposto i nuovi agricoltori a falcidie e umiliazioni, ma non sono tornati indietro (per l’inermità, con il tempo, hanno provveduto costituendo gli eserciti, dove morivano e uccidevano, a volte credendo di sapere perché, altre volte senza nemmeno quella consolazione). 

La stessa cosa si può dire del progresso industriale, a ogni strappo in avanti, sempre meno vita originale, maggiore dipendenza da fattori imprevedibili, crescente omologazione. Fino a quando il futuro produttivo ha preso il posto di Dio e poi ha occupato tutto il presente in vista di un’esistenza che programma ogni istante a venire.

 

Mi pare un buon inizio. Ma poi come vado avanti? Forse l’ho presa troppo da lontano. La cosa però non si capisce, se non si guarda indietro. Marco mi ha chiesto 10.000 battute (spazi inclusi) su Pier Paolo Pasolini. C’è il centenario della nascita. Forse farei meglio a scrivere di ieri sera, quando ero stanco di leggere, sentivo il collo incriccato, e ho deciso di fare una passeggiata. 

Vivo da qualche anno sommerso da informazioni che mi illustrano a ciclo continuo tutte le tragedie del mondo e mi fanno sentire al centro di un’imminente catastrofe. Quando sono uscito di casa, però, e il tardo pomeriggio cedeva al primo imbrunire, le vie risplendevano di una luce che mostrava la quieta bellezza del viale alberato che porta al borgo medievale, fresco di restauri ben fatti, le strade pulite come salotti buoni, le case belle, i giardini, il lungofiume arredato con un gioco piacevole di siepi e steccati, un accogliente isolotto, in aggiunta, dove una tettoia di legno ospita gli anatroccoli.

 

Mi dicevo quanto era gradevole, ben curato, civile il posto dove abito. Ma non ho incontrato nessuno. In un primo momento mi piaceva passeggiare da solo, mi godevo lo spettacolo. Poi un poco alla volta ho iniziato a vedere che le recinzioni, l’illuminazione, i vialetti, l’acciottolato finto medievale, la stessa tettoia per gli anatroccoli erano perfettamente intonati all’ospizio per anziani, la palestra, il pattinatoio, le scuole – concepiti con lo stesso scopo: isolare, incanalare, proteggere. Qui è così. Qui si sta bene, dice chi viene a farci visita da altre meno fortunate parti d’Italia. Un posto ordinato, pulito e sicuro dove stare ognuno chiuso in casa propria a consumare prodotti mediatici per comprare prodotti che i media impongono. È questo il meglio che riusciamo a immaginare? Tutte le richieste che vengono dalla maggioranza dei cittadini portano a questo risultato. Ordine, sicurezza, igiene, ovvero separazione, controllo, programmazione.    

Dovrei scrivere questo. 

 

Pasolini? Come faccio a dire che era proprio di questo che Pasolini parlava e scriveva sempre più angosciato, fino all’assurdo, fino all’ultimo giorno? E che neppure lui sapeva che cosa fare, a parte quello che non si sarebbe comunque potuto fare: tornare indietro. 

Come faccio a spiegare che il nostro modo di vivere ci sta allontanando troppo da quello che ancora siamo, per come siamo fatti, noi esseri umani? Qualcuno può obiettare, e avrebbe ragione, che tutto è iniziato già da quando l’umanità ha imparato a conservare il fuoco e a scheggiare la pietra. Però oggi accade troppo velocemente: la testa non ci sta dietro, né i sentimenti, il senso che è necessario dare alla vita. Il fatto è che detto questo, ammesso che sia sensato, allora che cosa si fa? Non lo so proprio. Nessuno può farlo da solo. E nessuno riesce a convincere qualcun altro che non succederà mai nulla, se non comincia proprio lui, sperando di più, immaginando, compiendo gesti che vanno contro quello che tutti pensano sia preferibile o addirittura l’unica soluzione possibile.

D’altra parte, non è un grosso rischio mostrarmi per quello che sono: un povero animale parlante che non sa più in quale relazione si trova con gli altri animali, con tutti i viventi, con la materia inorganica che costituisce la terra e, lo ammetto, tiene stretto con i denti quel residuo rapporto che riesce a mantenere con gli esseri umani.

 

“Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo!”. 

È questo l’incipit di una recensione: Sandro Penna: “Un po’ di febbre”, che Pier Paolo Pasolini pubblica su «Tempo» del 10 giugno 1973. 

L’impressione che mi ha fatto questa esclamazione alla prima lettura è tale che me la porto dietro da decenni. Non è l’unica volta che mi è accaduto e non credo accada solo a me: ci sono frasi dell’opera di un autore che si appiccicano alla memoria e non se ne vanno più. Restano nascoste e ritornano alla mente, quando tu stesso torni col pensiero a quell’autore, con l’enigmatica forza della prima volta che le hai lette. 

 

Colpisce a maggior ragione oggi, nel volume mondadoriano intitolato Saggi sulla politica e sulla società (Meridiani, 1999), quando la recensione menzionata compare – per chi legga seguendo l’ordine delle pagine – subito dopo gli Scritti corsari. Già, perché l’antifascismo di Pasolini è in quelle pagine precedenti professato, motivato a fondo, circostanziato di esempi. E non sarebbe un buon argomento ricordare l’odio conclamato dall’autore verso la borghesia, per calare sul tavolo questa carta: il fascismo si professava antiborghese e quindi c’era un aspetto del fascismo che a Pasolini poteva piacere. 

 

 

Ho scritto le ultime frasi in modo volutamente grossolano, ma per un buon motivo: qualsiasi raffinata disamina dell’opera pasoliniana che adombri questa ipotesi è, appunto, grossolana, al cospetto delle diverse e di volta in volta puntuali analisi del fascismo che l’autore propone, anche e soprattutto in rapporto al ruolo e alla cultura della borghesia, a sua volta scrutando dentro la borghesia stessa per rilevare difformità e interne lacerazioni. 

 

Pasolini, un uomo che molti descrivono mite, melanconico e sorridente, e che ha avuto la capacità di provocare e di farsi detestare come pochi altri. Obbediva a una coerenza che abitava più a fondo delle occasionali dichiarazioni, nel suo sentire, soprattutto in quell’erotismo (da non confondere con la mera sessualità) che era il suo radar e il suo segnale d’allarme.

 

La recensione al libro di Penna è del ’73; gli Scritti corsari vanno dal ’73 al ’75: si potrebbe dire che sono gli anni nei quali Pasolini vive il suo tempo come un costante tradimento, fino al punto di controvertire ogni indice di realtà, per indicare una verità che riteneva non più visibile, cammuffata dai simboli del consumismo e della corruzione. La tragica fine, nella notte del 2 novembre 1975, si impone come spasmo e sigillo di tutte le contraddizioni.

 

C’è all’origine della sua vicenda umana e artistica un sogno – chiamiamolo così – che il giovane Pasolini, allora a Casarsa, immerso in un mondo contadino ancora in gran parte esente dall’irrompere della modernità, frequenta in un’ossessiva veglia poetica: condividere la vita, il lavoro e l’amore in uno slancio creativo che leghi la lingua e la terra al tempo di una socialità condivisa. E “lingua e terra” sono sognate in un modo nuovo, estraneo a quel processo che ha portato dall’idea romantica di popolo (inteso come il comune fondo di autocoscienza dei valori umani) al più violento e criminale nazionalismo. “Lingua e terra” sono una relazione da inventare sempre di nuovo creativamente, attingendo al fondo comune che le costituisce, certo, ma alla luce di un nuovo desiderio di modernità da intendersi – in questo senso sì – come assunzione della cultura popolare ai vertici della più alta tradizione poetica. E le Poesie a Casarsa sono l’esempio, forse unico nelle nostre lettere, di una pronuncia che sa essere popolare e non “popolaresca” o realistica (del “realismo” letterario) e insieme raffinata, preziosissima. 

 

Ho definito ossessivo questo sogno poetico perché già nella sua origine casarsese non permette risveglio: il poeta si presenta come figura di Cristo e di Narciso destinata alla morte come compimento di quello stesso desiderio che nutre il sogno. 

E da qui possiamo traguardare una parte importante del percorso artistico pasoliniano. E leggere gli ultimi anni della sua arte e dei suoi pubblici interventi in una chiave non estranea al presente.

 

Proprio nel volgere degli anni ’70, e nei primi di quel decennio, diventa evidente che l’industrializzazione e il consumismo, uniti a una politica culturale di omologazione mediatica attraverso il ruolo dei giornali e della televisione, complice la stessa istruzione di massa, stanno imponendo la fine di una civiltà: quella civiltà contadina, artigiana, dei paesi, dei borghi, dei quartieri cittadini, che aveva costituito la vera continuità della vita e la persisenza di un tempo non impiccato al presente-futuro di quello “sviluppo senza progresso” che Pasolini più volte denuncia.

 

Le citazioni sarebbero troppe, e quindi invito a leggere per intero almeno quella recensione a Penna del ’73; e però anche la serie degli Scritti corsari, perché all’interno vi sono disseminati tutti gli elementi per guardare in questa direzione: la cultura popolare era qualcosa che rappresentava la continuità della vita per quelle persone che non avevano il sapere del potere né il potere di decidere al di fuori di una ristretta sfera quotidiana. Una rete di simboli e di usi, di costumanze condivise, che si tramandava nonostante le catastrofi della storia e le tragedie famigliari. Si poteva subire un’invasione, oppure una carestia, ma c’era un luogo, una lingua, delle forme di vita che persistevano. Nulla a che fare con l’“identità” borghese costituita in ideologia su concetti astratti, privi di un terreno di vita di riferimento. Nulla a che fare con i confini politici. Era la geografia della vita. E questa geografia era storia più vera della storia degli stati e dei libri.

 

Neppure il fascismo era riuscito a cancellare questa realtà. Ecco che cosa intende Pasolini con quelle poche parole che ho citato. Ci stava riuscendo invece la modernità irrompente, unita a una politica, a una cultura incapaci di accorgersene. Ci è riuscita proprio in quegli stessi anni nei quali Pasolini pubblicava sul «Corriere» quei suoi interventi, con la sostituzione dell’informazione alla cultura, dell’orizzontalità dell’opinione alle gerarchie del sapere. Pasolini aveva capito che un mondo stava finendo. E che forse egli stesso era uno dei suoi carnefici, e non poteva far altro che esibire la mancanza di altri possibili gesti. Che follia, allora, volere un’arte che abbia radici popolari, quando una cultura popolare non ci può più essere, ma soltanto la cultura dell’informazione e dei media! Una follia che fa cercare a Pasolini quelle radici popolari in Africa o in India, che ogni volta si traduce in opera d’arte, certo, ma anche in una sconfitta. Fino a quando è tutto così chiaro che solo l’esibizione della pura mortifera violenza del potere, dell’assoggettamento, della coercizione sessuale possono ancora rappresentarne la miseria. 

 

Oggi parliamo tutti di quello di cui tutti parlano sapendo soltanto quello che tutti sanno (il resto conta poco; gli esperti, i conoscitori, gli attori principali: basta che arrivi uno che grida più forte o compia un gesto più notiziabile e costoro scompaiono). Oggi non abbiamo ancora affrontato l’equivoco che per Pasolini era quel nucleo tragico individuato già con la sua prima poesia casarsese, e poi affrontato – a lampi, a intuizioni fosche e fonde – negli scritti del ’73-’75. La cultura di massa – definiamola così – ha cancellato la cultura popolare, l’ha estinta per sempre. Il resto è revival, folclore, uso di un falso passato per alimentare le ideologie attuali e le fantasie che agevolano i mercati e alimentano i conflitti. Dobbiamo comprenderlo a fondo per capire il tempo che stiamo vivendo. 

“Bella scoperta!”, dirà qualcuno, a questo punto. Mi sento di rispondere no, non proprio “bella”. Ancora meno “bella” se è vero che sappiamo tutto questo e non c’è più nulla da dire.

 

 

Venti incontri, venti parole, venti biblioteche, venti oratori, venti podcast: cento anni di Pasolini.

Un ciclo di incontri e di testi affidati a scrittori e esperti per attraversare l'immaginario pasoliniano, un progetto Doppiozero in collaborazione con Roma Culture. Qui il programma completo. 

 

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