Povertà

Ci sono giorni in cui vorrei solo chiudere gli occhi. Non vedere, non sentire. E fingere che non sia questa la mia scoperta dell’America – la povertà come ho imparato a conoscerla in uno degli stati più miseri, maltrattati e lasciati indietro del paese. Una presenza costante e inevitabile. Una geografia di muri e telecamere, guardie armate e confini invisibili. Di qua i ricchi, di là il resto del mondo. Noi e loro, bianchi e neri, winners and losers. Visti dall’Italia sembrano orizzonti lontani, diversi, estranei. Ci separa un oceano ed è anche un oceano di senso. Se non che i grandi europei hanno sempre saputo che per intercettare il futuro basta guardare dove va l’America. In questo caso, meglio tenersi stretti perché è come traslocare sull’ottovolante.

 

Queensborough è un buon punto di partenza. Uno dei quartieri più poveri e segregati degli Stati Uniti, a cinque minuti da casa mia. Un pugno di abitazioni affacciate sull’immensa raffineria che da cent’anni in quest’angolo del nord Louisiana innalza al cielo il suo fiato gonfio di veleni. I bianchi se ne sono andati da un pezzo, sostituiti dagli afroamericani. Qui un abitante su due è povero – di quella povertà agghiacciante che solo questo paese sembra capace di produrre.

Vado lì una mattina di novembre. La fabbrica sferraglia e sputa dietro le recinzioni dei cortili. Lungo le strade, carcasse di case e lotti vuoti invasi dalla vegetazione. Non ci sono negozi, caffé, ambulatori. L’aria è fra le più tossiche del paese. Un mix che ingolfa i polmoni, massacra i reni e una generazione dopo l’altra reclama le sue vittime. E dove non arriva l’aria, provvede l’uomo. 

Spaccio, violenza e sparatorie sono all’ordine del giorno, tanto che qualche anno fa per riportare la quiete si era invocato l’arrivo dei militari. È il genere di posto da cui ci si tiene alla larga, soprattutto quando scende il sole. Vale per Queensborough come per i quartieri attorno e il risvolto razziale è lampante – in America il colore della pelle non è mai un dettaglio. 

 

Se il quadro suona familiare è perché così lo si racconta. Un insediamento nero o latino, una miseria da vertigine, l’inquinamento. Gli immigrati. Gli homeless accampati a Los Angeles, Seattle, New York. Una serie di istantanee. Una volta in fila, compongono un paesaggio drammatico che però rischia di sviare l’attenzione. E qui entra in gioco il meccanismo stesso che regola il racconto.

In tempi normali la povertà è uno dei temi meno popolari che ci siano, nota Barbara Ehrenreich che in Una paga da fame (2004) l’ha raccontata calandosi in una serie di lavori malpagati. Il risultato è che affonda nel silenzio o si mostra nella sua versione più estrema e pittoresca, quella in cui i poveri faticano a riconoscersi. Servono tempi eccezionali per accendere i riflettori sulla questione – tempi come questi. 

 

Sulla spinta della pandemia e di un clima politico arroventato, l’enormità del bisogno del paese si è imposta all’immaginario collettivo con un’urgenza senza precedenti. Un mare di voci, volti e testimonianze ha portato allo scoperto una faccia dell’America a lungo taciuta – le code senza fine davanti alle Food Bank, la minaccia degli sfratti, la disoccupazione, le case sovraffollate, le paghe da miseria dei lavoratori essenziali che ci hanno traghettato fin qui. 

Il lavoro dell’informazione e della cultura non è mai stato più urgente o necessario. E non è mai stato più ambiguo. Quando storie iniziano a somigliarsi tutte, a partire dal colore della pelle, è infatti difficile scacciare il sospetto di trovarsi davanti a una sfilza di cliché. E viene da chiedersi se tanta narrativa non si limiti a rimpiazzare il silenzio con le abusate categorie dell’estremo e pittoresco.

Appena dall’emozione si va ai fatti, si rischiano parecchie sorprese. A furia di sentirsi raccontare la povertà in termini di razza o etnia, correre all’identificazione è un riflesso condizionato. I numeri dicono però qualcos’altro. Vero. La povertà si concentra nella comunità nera e latina: riguarda il 19.5 per cento degli afroamericani e il 17 per cento degli ispanici. Il che significa che la maggioranza dei poveri in America sono bianchi. E senza nulla togliere alle realtà metropolitane, la maggioranza dei poveri vive nelle aree rurali – quelle che oggi più patiscono l’impennata dei prezzi post pandemia.  

 

Se da Queensborough imbocco una qualunque delle strade che portano fuori città, mi ritrovo in una desolazione di campi, prefabbricati, cortili pieni di rottami, pneumatici, mobili sfondati. Ogni tanto un fast food, un minimarket, una scuola segnalano un insediamento più consistente. Ogni tanto una cittadina, la Main street deserta e i negozi abbandonati, ricorda che c’erano tempi migliori.

È il paesaggio che si ripete all’infinito nello sterminato entroterra americano e torna in alcuni memoir di grande popolarità – Hillbilly Elegy di J. D. Vance (2016), Educated di Tara Westover (2018), Heavy di Kiese Laymon (2018) e Maid di Stephanie Land (2019) da poco anche una serie di successo su Netflix. 

Sono gli scenari devastati della postindustrializzazione e la miseria cronica del mondo rurale a cui la scrittrice afroamericana Jesmyn Ward ha dedicato pagine memorabili.

 

 

Un groviglio di vecchie e nuove povertà che ogni giorno fa i conti con un mercato del lavoro sempre più frammentato, precario e disumano. Una vita di stipendi da fame, debiti e turni impossibili, scuole disastrose, case a pezzi, violenza e solitudini che troppo spesso si schiantano nella droga, nell’alcol o nel suicidio. 

In America gli oppiacei uccidono una persona ogni sette minuti e le ragioni non sono un segreto. “Vivere in povertà – scrive Stephanie Land – è camminare su un filo teso sopra un pavimento che sta per crollare sotto di te”. 

 

Se memoir del genere diventano best seller è perché parlano di qualcosa che tanti americani conoscono fin troppo bene. E poco conta che siano storie di persone eccezionali o che di fatto ratifichino quel sogno americano che mai come oggi si nega ai più. La speranza è una merce preziosa e sbirciare nell’abisso una tentazione irresistibile, soprattutto quand’è a portata di mano. 

Il dato che nel racconto mainstream sfuma è infatti che i poveri non sono una categoria a sé – non sono “gli altri”. Sei americani su dieci da adulti prima o poi sperimentano che cosa significa essere poveri o quasi poveri, scrivono Joanne Samuel Goldblum e Colleen Shaddox in Broke in America (2021). Negli Stati Uniti la povertà è un ordinario elemento dell’esistenza. 

La pandemia e gli spaventosi tagli alla spesa sociale dell’amministrazione Trump hanno esasperato la situazione ma l’insicurezza era già prima uno stile di vita. Un adulto su sei non mangiava abbastanza tutti i giorni. Metà degli americani non aveva 400 dollari per un’emergenza. Metà degli ultracinquantenni non aveva soldi a sufficienza per la pensione. 

 

“La povertà riguarda tutte le razze, tutte le regioni del paese e tutti i gruppi d’età. Pochi di noi sono immuni dalla presa della povertà. Capirlo può modificare le nostre percezioni del povero. In certo modo, ‘abbiamo incontrato il nemico e siamo noi’”, scrive Mark Rank in Poorly Understood (2021). 

E allora più che domandarsi se succederà, vale la pena chiedersi quando e come. Sarà un divorzio, una malattia, un lavoro andato in fumo? Una crisi finanziaria come quella che nel 2008 ha inghiottito fondi pensione e anni di risparmi? Un virus come quello che ha appena mandato gambe all’aria l’economia globale? E durerà un mese, un anno o un’intera vita? 

 

Aggiustare lo sguardo e la percezione è tanto più importante se si considera che la rimozione del povero è un’antica tradizione radicata nella stessa architettura del quotidiano. Questo è uno degli stati più poveri d’America –  oltre metà delle famiglie sono in povertà. Finché mi tengo nelle rotte del mio micromondo posso però immaginare che la questione non esista. 

Se conosco Queensborough e i quartieri intorno è solo perché faccio volontariato nei community garden allestiti nelle aree più degradate. Altrimenti non c’è ragione di andarci. Non ci sono negozi, bar, parchi o centri di aggregazione. Non si passa di là. 

 

Qui come altrove la segregazione razziale ed economica ha creato un sistema di comunità omogenee e separate. Sottratta alla vista, la povertà diventa così un terreno in cui il pregiudizio fiorisce. In una cultura che nel successo ravvisa il merito e nella ricchezza un dono di Dio, lo stigma del povero è moneta corrente. La povertà è dei pigri e degli incapaci. La povertà è una colpa perché questa è la promessa dell’American Dream – con il lavoro e la buona volontà chiunque ce la può fare. 

Basta riandare alla presidenza Trump per realizzare quanto stereotipi del genere siano ancora potenti e capaci di modellare il discorso politico. Sono la forma più micidiale di rimozione. Sottile e pervasiva, estrema e pittoresca come certe istantanee dei media e anche qui, riconoscersi è impossibile.

I poveri rimangono “gli altri” – come se la povertà non fosse lo snodo necessario di un sistema sempre più crudele e non lambisse l’intera comunità. Vivere in una città come questa, povera e a maggioranza afroamericana, significa per tutti respirare aria tossica, bere acqua che sa di muffa, stare in casa dopo il tramonto perché le strade sono al buio. 

 

Anche questa è l’America. Il paese più ricco del mondo in cui la povertà danza ogni giorno sotto gli occhi di tutti. I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Si può voltare la testa e fingere che la cosa non ci riguardi. Ma quel che va in scena è il fallimento di un’intera società, una colossale bancarotta della speranza. Le risposte in parte già le sappiamo, altre ce le sta insegnando il virus. Altre ancora abbiamo il dovere di immaginarle. La pandemia ha dimostrato che abbiamo capacità straordinarie di cambiamento e innovazione. Questo è il primo terreno su cui esercitarle. L’ingiustizia sociale non domanda la carità di una lacrima – pretende altro. Se è per questo se ne frega anche delle parole.

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