Preferisco la bionda sullo schermo, risposi

Miss 161, la donna che al telefono dava l’ora esatta quando ero bambino… il mio primo amore non corrisposto. “Sono le ore 12 e 15 e 23 secondi.” “Ti amo.” Potevo ascoltarla quando volevo, bastava far girare tre volte la rotella del telefono al modico prezzo di uno scatto. “Sono le ore 12 e 15 e 28 secondi.” “Ti amo da morire.” Martino Bux sbarcato a Roma per frequentare l’università come molti suoi compaesani e coetanei, si ritrova, come molti compaesani e coetanei, con poca voglia di studiare e in bilico tra lavori precari, camere ammobiliate sempre più squallide, ragazze che, personaggi minori di Lanterne Rosse di Zang Yimou, si iscrivono all’università quasi solo per trovare marito. Martino comincia subito a mentire sugli esami perché invece di studiare, guarda. Guarda le ragazze. Non solo le colleghe. Le guarda tutte. Quelle che preferisce hanno la bidimensionalità immota di un giornaletto porno, o il bagliore bidimensionale dello schermo. Martino Bux nelle sue peregrinazioni tra giardinetti, locali e aule universitarie cerca una donna con la quale condividere la visione di un film porno in un cinema porno.

 

Vorrebbe solo questo, e niente altro. Tuttavia, poiché la vita è uguale per tutti, anche per chi si porta dietro una tara (Miss 161), conosce una donna e ci va a vivere insieme. La donna, Fabiana, studia medicina e viene dalla Sicilia. Quando l’estate scendono al sud, Martino aiuta i genitori di lei nella gestione del mandorleto. È vestito da bracciante. Fabiana lo guarda quasi grata, quasi soddisfatta, quasi felice e Martino si vede da fuori quasi soddisfatto, quasi felice, quasi pago di essere abbigliato come la comparsa di un film porno. Martino Bux è l’esegeta della produzione porno mondiale, ne è il filologo. Conosce nomi, peculiarità, sa fare distinguo e tirare analogie, ne ha memoria e immaginazione. Il porno per Martino Bux è l’iperuranio che racchiude tutte le forme, gli oggetti, le attitudini e le figure del mondo terreno e terrestre. La tassonomia era rigorosa, i pornografi divennero per incanto accurati come i botanici del medioevo, catalogatori e didascalici, perché cercavano di dare a ogni perversione un nome, a ogni ossessione una categoria, e a ognuna di esse un dominio internet. Fabiana non accompagna Martino nel cinema porno e Martino riprende le peregrinazioni. Come un santo, sempre più scalzo.

 

Ph Yung Cheng Lin.

 

Incontra Luisa Montieri che gli ricorda un’attrice porno, come pure Fabiana prima di lei – come tutti – e poi Cinzia Conti, che attrice porno lo è stata davvero e adesso è la tenutaria discreta ma non sobria di un country-club-ville e giardini-domus-abitare in piena Roma. Anche i ricchi scopano, ma non soprattutto. Tutti scopano con tutto, questo è negli occhi di Martino Bux, più che nei suoi gesti. Un popolo di maschi in accappatoio e ciabatte vagava da un erebo all’altro, tra signorine pseudo specializzate che completavano i loro servizi con il cosiddetto “happy end”. Appartamenti, ville, strade consolari, una città clandestina attraversata da erotomani che prendevano il Viagra per andare con una prostituta, sempre con il cinquantino in mano e la dritta giusta. “C’è una zingara che assomiglia alla Canalis alla stazione di Ipogeo degli Ottavi, per cinque euro fa tutto, cinque euro non è più prostituzione, è amore.” 

L’amore. Come i veri sentimentali, Martino Bux è sterile (non pensa al futuro), è frigido (non allunga le mani per toccare e afferrare ciò che ama, lo dichiara), e i suoi unici sensi sono in fondo la vista e l’olfatto, il tatto è troppo reciproco, il gusto imporrebbe una vita sociale, l’udito è compromesso dagli ansimi delle pellicole che poco a poco hanno perso il dialogo per lasciare spazio a una meccanica del sesso che non ha più rumore ma solo forme, come il karate. Presi atto che il porno che piaceva a me era sempre più raro, i pompini si erano praticamente estinti

 

Cosa fare e come quando i pompini, come i panda, sono quasi tutti estinti? Forse crescere, sedersi su un trono e attendere che, dal vivo, qualcuno s’inginocchi, come accade in certe periferie di erba bruciata e grezzi di cemento armato, col rischio che qualcun altro, mentre stai con gli occhi al cielo, ti svuoti le tasche dei pantaloni alle caviglie. “Non sei peggio di tanti altri, potevi avere un posto fisso. Potevi essere un uomo.” “Forse non è la mia ambizione.” Ma crescere non si può, crescere sarebbe un tradimento a quell’unico desiderio e a quell’unica ossessione. Al cinema porno con una donna, una donna che amo. “Perché mi spii? Perché mi segui?” “Perché lavoro qua.” Le avrei risposto tronfio e allegro, anche se avrei voluto risponderle: “Perché ho imparato a dire ti amo alla persona che amo, e ho scoperto che sei tu. Mi segui all’altare?”.

 

Candore non è un romanzo sul porno, il porno è la grammatica che Desiati sceglie per raccontare come, in un mondo dove tutto si consuma, il sesso – gli organi sessuali – appaia l’unica cosa incorruttibile e imperitura che resiste (Il porno ha un vantaggio, l’immagine. Ti illude che il sesso non sia mai fallace e deperibile, come l’immagine dei suoi protagonisti) e l’unico vero atto di rivolta, andare dritti verso quello che si vuole senza pensare alle conseguenze, alle responsabilità, al ludibrio pubblico e privato, alla certezza che tutte le vite degli altri sono migliori della tua. Andare avanti, e basta. Lo sguardo di Martino Bux – e forse, dunque, del suo autore – è incantato, fisso, romantico (gli occhi degli innamorati sono come gli occhi delle rane, ha scritto Francoise Asso, credo in Par dessus le toit) e capace, più di ogni altro, di tenerezza, perché buffo, perché goffo, perché manchevole. Perché chi ha cancellato il passato, dismettendo qualsiasi contatto con la sua terra, i suoi genitori, la sua mitologia mezza albanese, non può (non posso significa non voglio, ha scritto Cvetaeva) accedere al futuro. Non ne ha diritto. “Martino, tu sai qualcosa sul perché da alcuni giorni c’è un tipo che chiama, geme e poi chiude?” “Denuncialo.” “Pensavo fossi tu.”

Nei sogni di Martino Bux – nel buio in cui si trova a un certo punto, con gli occhi chiusi, con un vero accenno a Federigo Tozzi, a l’impotenza psicologica di amare, ma qui per eccesso d’amore – ci sono un corsetto, un reggicalze e un alano che è, come nei sogni, anche un asino e anche un amante e, sempre, una compagnia. E ci sono le tre Parche della sua vita. C’è Cloto, Fabiana che fila, c’è Lachesi, Cinzia Conti che misura il destino di Martino Bux, e c’è Luisa Montieri, Atropo, che taglia, in qualche modo ma in ogni caso non definitivo perché, essendo la vita di Martino Bux legata a un unico desiderio e a una sola ossessione, Atropo non ha niente da tagliare. Si possono interrompere solo le vite che si sono compiute o fallite, quelle in cui tutto resta in potenza (e forse impotenza per quanto riguarda Martino Bux) nessuno, nemmeno le Parche, può fare nulla. Volevo perseverare sull’orlo di quella casa tutta la vita, finché non mi avesse accompagnato in un rettangolo di terra e seppellito sotto un mare di magnolie.

 

 

Ph Yung Cheng Lin.

 

extra

Gennaio 2007. La mia prima volta con Martino Bux 

Vita Precaria e amore eterno, Mondadori (2006)

 

Per quell’attimo infinito mi sentii mancare, capii che Toni era la mia unica unità di misura umana, l’unica relazione con cui valutavo la mia percezione dell’umanità. Quando sarò, o se io fossi, Martino Bux mi farò marchiare io pure a fuoco, sul braccio, come un vitello da latte, il simbolo o il nome della mia appartenenza. Della mia percezione dell’umanità. Tutti dovremmo. Perché desideriamo cose molto comuni. Di essere circondati, di segnare i confini ed essere stretti in un cesto umido di braccia e umori. O di essere amati, semplicemente. Perché ci raccontiamo storie inversomili, perché siamo sordi e romantici e testardi e vendicativi e fasci talvolta. Perché anche i fasci immaginano e stordiscono di intenti inevasi. Tutti desideriamo corresponsioni. Affettive economiche sessuali intellettuali. Martino Bux blatera come se passasse la vita a camminare, come se piovesse, coi pugni in tasca, quasi un brontolio, e invece sta fermo, alla guazza. Un uomo imperniato. In un call center, nella propria stanza da letto, in un autobus che squarcia San Lorenzo o in un treno di protesta che non parte perché piove. In un tradimento biondo che non vuole e che non riesce nemmeno a nominare. Nelle invidie da tabaccheria per quelli che guadagnano più della soglia di galleggiamento, nella soglia di galleggiamento. Nell’impotenza di spedire lettere a destinatari troppo noti e di non spedirle a Toni.

 

È Il discorde concerto dei morti che trasforma, in Vita precaria e amore eterno, il brontolio insopportabile e misericordioso di Martino Bux in preghiera laica e addirittura evocazione. I morti ti chiedono conto di tutto. (…) delle tue rivendicazioni sociali, sindacali, parentali, sanitarie e di tutto quello che non hai il coraggio di chiedere. Ma solo di desiderare. Guarda e parla e tutto gli passa intorno e attraverso, Martino è presto un fantasma perduto dietro a visioni sessuali di madri ben tenute e figlie lolite colte e altruiste. Lolite partite per il continente nero e in attesa di tornare. Lolite in attesa di purificazione dalla borghesia occidentale e dalla periferia dell’impero. Lolite il cui culo è un sacrario. Toni è lolita il giorno di carnevale. Non spedire lettere a Toni, aspetta. Il perno è l’attesa, l’unica cosa che si può scegliere. Attendere o non attendere questo è il problema e se sia più nobile. Se sia più nobile chi? Bux junior non ha niente di aristocratico nel linguaggio e nei pensieri e nelle azioni e nell’odio di classe e dietro all’elegia di Perla Mazza e al polveroso savoir-faire di Andrea Sperelli, intorno a una teogonia inversa e sozza di parassiti e sfortunati e inebetiti di immigrati di grassi di brutti e di tutti. Martino Bux è junior perché c’è una famiglia Bux, tutta intera, venuta via dalla Sicilia infame e cartone di scritte di mafia e guerra fredda e soprusi e strade larghe e senza ombra, dove nessuno aveva il coraggio di camminare per non provare una frustrante forma di smarrimento.

 

Martino Bux ha un padre ed è sua madre, niente di più, niente di meno. Niente di più bello in questo romanzo che le tre brevi storie della famiglia Bux. Vita precaria e amore eterno è un libro zeppo di fatti e considerazioni (troppo pieno?) con al centro una storia d’amore struggente e malinconica. Come tutte le storie a distanza. Come tutte le distanze che sembrano incolmabili e se non lo sono lo diventano. Perché c’è il tempo e i fatti e l’incapacità e il gesto ritratto e il caso e Mario Desiati che è uno scrittore di ambientazioni e di sfondi e che in mezzo a invettive ha boccioli di prosa. Baci che danno sonno, il titolo stesso, le perle di acqua salata schiacciate tra il pollice e l’indice, drugstore perpetui, altro. Scrive del tono epico della piccineria quotidiana, del malumore generazionale, della classe e della trasformazione del tuo amato e odiato paese in un grande cinema tridimensionale, della protesta, costruisce un personaggio irritante, pusillanime e senza assoluzione. Vita precaria e amore eterno è un romanzo senza clemenza, come il mondo che descrive, dove i visionari perdono se non la vita almeno una casa. Tutto è insondabile, ma per un solo attimo, un attimo immenso riesci a vedere tutto quello che le loro menti proiettano. In questo stesso attimo che non finisce mai un forte bagliore ti toglie la vista. Le sfere affettive, le bugie, le paure, le bollette da pagare restano in sospeso. (gennaio 2007)

 

Una nota bio-bibliografica

 

Ho sempre letto Mario Desiati, Mario Desiati mi ha sempre letto. Mentre i nostri libri venivano pubblicati, e talvolta, prima che lo fossero. Tentare di mantenere una distanza critica tra quello che abbiamo letto in generale e letto, in particolare, l’uno dell’altra e i Negroni bevuti insieme e i passi in giro per Roma è stato, e continuerà a essere, un avvincente esercizio di equilibrio e un esercizio e basta. Avrei potuto chiamarlo e dirgli solo Sì, è questo che volevo leggere, nemmeno la morte ferma l’ossessione, questo volevo leggere. Lo avrei detto un po’ in dialetto, nel mio.. Tuttavia, penso mi sia concesso dire che in ogni generazioni – se le generazioni esistono, cosa della quale non sono convinta, o per quanto esistono, o se la generazione possa intendersi meramente come “i contemporanei” – qualcuno debba incaricarsi di rispondere, per iscritto, come in tribunale o come, con meno vanagloria, alle giustificazioni a scuola per non aver fatto i compiti, alla domanda Ma immaginandole non si rovinano forse le cose? Ecco, Mario Desiati, ha risposto. Con forza e innocenza ha risposto No, no, no, immaginandole, le cose non si rovinano affatto, con la “r” blesa, arrotata, che gratta, e la sua inflessione. E io, dunque, sono esentata dal rispondere. No, no, no, immaginandole, le cose non si rovinano affatto, e nemmeno si perdono.

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