raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

“Quando” e “dove” sono usciti di senso

 

Sono il tempo. Mi sono dilatato a dismisura. 

Sono lo spazio. Mi sono ristretto fino quasi a sparire.

 

Sono ancora io, il tempo. Tocca a me cominciare. E già qui sono in ambasce. Cominciare è una convenzione. Così come lo è finire. A me non è dato un inizio e una fine. Mi adeguo però, se non altro per riuscire a parlarci, tra me che sono flusso infinito e voi che avete un’origine e un termine. Non vi nascondo che mi avevano mortificato, e così, a lungo, mi sono sentito. Uso convenzioni, come vedete: a lungo per me non vuol dire nulla, così come a breve o simili altri modi di dire che non corrispondono per me ad alcuna realtà. Me la sono passata così male negli ultimi tempi (altra convenzione linguistica questa volta al plurale), allorquando con l’agghiacciante espressione “tempo reale” avevano provato ad annullarmi. Sono confuso, adesso. Ho problemi non piccoli con il “prima” e l’“adesso”, e non so cosa mi aspetta dopo. Dal momento che sono il tempo, capirete che questo non è un problema di poco conto. Non tanto perché la mia vita somigli a una freccia. Non è mai stato così, se non nella mente degli umani. Non vado in nessuna direzione. Non sono neppure assoluto. Come sono percepito dipende sempre dalla mente di chi cerca di definirmi. Quante volte mi sono annoiato ad ascoltare le sdolcinature degli innamorati che si ripetono senza fine, o meglio fino a quando finisce. O mi sono disperato a inseguire i calcoli di chi mi sezionava in nanosecondi per dimostrare di aver vinto una gara.

 

Mi hanno chiamato in tanti modi, attribuendomi caratteristiche del tutto inventate. Sono diventato kairòs tutte le volte che hanno voluto ridurmi a quello che gli umani sentono mentre trascorro. O sono stato costretto nelle sembianze di un dio pagano, kronos, per mortificarmi nello scorrere dei giorni e delle stagioni. Non è andata meglio quando mi hanno sacrificato in una clessidra, esposto in una meridiana o incasellato in un marchingegno meccanico chiamato orologio. Né si può dire che la mia condizione sia più accettabile nel momento in cui hanno provato a restringermi in congegni elettronici o digitali. È buffo per me assistere, da dove me ne sto, a tutto quel dimenarsi degli umani, che nel frattempo (sic!) non si accorgono che io non esisto: sono loro ad avermi inventato. Da animali finiti, non potevano evitare di dare un senso alla propria finitudine. Io che sono infinito quel problema non ce l’ho. L’esistenza è una questione che non mi riguarda. Solo chi esiste inizia e finisce. Io non sono interessato alla questione. Non c’è per me un prima e un dopo. La mia esistenza si rivela nel suo andare in fumo. Esisto mentre mi dileguo. Ci vuole una comprensione diversa dai limiti della mente umana per comprendermi. Certo, curioso è che quella stessa mente umana che non riesce ad afferrarmi sia in grado di concepirmi. Quella mente, del resto, è diventata, col tempo, cioè con me, capace di trascendersi. Oddio! Ma allora forse qualche complice responsabilità ce l’ho!

 

In questi giorni mi sento affrancato e sinceramente mi sto riposando. Non mi sembra di aver avuto mai tanta considerazione. E neppure tanta tranquillità. Mi sembra che gli umani che mi hanno inventato e mi inventano continuamente, o non sappiano che farsene di me, o mi celebrino inconsueti rituali. È pur vero che molti di loro sotto sotto mi maledicono, costretti come sono a inventarsi cose da fare e comunicazioni da sostenere per, come dicono con un’espressione che mi irrita, riempire il tempo. Che paradosso! Come si potrebbe riempire qualcosa che non ha delimitazioni, che è infinito? Ma ci vuole pazienza. Chi è finito, come gli umani, si crea, per farcela, tanti espedienti. Uno di questi sono i sei lati del mondo: sotto, sopra, davanti, dietro, destra, sinistra. Presi in prestito dal mio sodale, lo spazio, altra umana invenzione, quel dispositivo dovrebbe contenermi in qualche modo. Che ci riesca è solo un’impressione. Di certo gli umani non mostrano una buona confidenza con quello che essi stessi inventano. Mi sembra di essere precipitato all’improvviso nella vita delle persone, che così si scoprono e scoprono gli altri. Prima ancora degli altri, a essere considerata è la rete delle espressioni e dei modi di dire con cui gli umani si riempiono la bocca, in cui io sono sistematicamente presente. A pensarci è difficile che non sia presente in una frase.

 

Da continuamente, a prima, all’improvviso, a più tardi, a subito, a ora, a sempre, a mai, a quando, ad ancora, a dopo, a raramente, a ogni tanto, a frequentemente, a spesso, a una volta, a presto, ad anticipo, a rinvio, a ritardo… Per non parlare di quando mi usano attribuendomi responsabilità francamente non mie: hai perso tempo; non ho trovato il tempo; c’era poco tempo; se avessi avuto più tempo; hai impiegato troppo tempo; non c’è mai tempo; l’ho fatto a tempo perso; mi annoio, non so cosa fare del mio tempo; il tempo è tiranno; ah! se ci fosse più tempo; avrei voluto, ma non c’è stato tempo; sarà per un’altra volta…

Ora, all’improvviso, il tempo c’è. Oh! bella, che scoperta! Come se non ci fossi stato prima, o meglio, come se ci fosse stato un tempo (e dài!) in cui c’ero o uno in cui non c’ero. Invece che concentrarsi sulla responsabilità delle proprie invenzioni, le menti degli umani si disperdono in dissertazioni sulle proprie reificazioni. Nel momento in cui non si può sfuggire alla presenza esibendomi come scusa, né si può giustificare un’assenza dicendo che non c’era tempo per esserci e partecipare, ci ritroviamo ad esserci. Come Chesterton ci ritroviamo a sperimentare le avventure di un uomo vivo. E l’esserci ci inquieta: il legame sociale presenta il conto, l’intersoggettività esige risposte.

 

 

Scopriamo così che avevamo adottato l’indifferenza come criterio dominante e stile di vita. Precipitati in quel baratro, da un certo momento in poi ci era sembrata la normalità. Ci accorgiamo di aver creato una specie di manuale d’uso del tempo, simile a quei manuali enormi che accompagnano un elettrodomestico e che risultano inutili e illeggibili. Somigliano alla mappa in scala uno a uno, voluta dal governatore della Provincia, genialmente descritta da Borges, la cui leggibilità era equivalente all’intero territorio della Provincia stessa. Quel manuale diventa in queste ore immediatamente inutile e scopriamo che può bastare un foglio solo, magari del tutto immaginario, sul quale siano fissate le coordinate prioritarie ed essenziali della nostra vita; quelle che davvero contano. Ecco, l’essenziale, l’elementare, quella dimensione in cui tra voi e me, che sono il tempo, si crei una coincidenza consistente, dove il tempo vissuto sia tutt’uno col tempo che scorre e voi transeunti diveniate capaci di cogliermi, di cogliere l’attimo che certo fugge, ma che intanto può essere vissuto.

 

Tocca a me. Sono lo spazio. Che strana sorte la mia. Nel momento della massima espansione, virtuale, senza confini, nell’illusione del teletrasporto, mi restringo nei luoghi angusti delle pareti delle case. Il mio movimento è inversamente proporzionale a quello del virus, che mi attraversa invisibile ad occhio nudo, in lungo e in largo e si espande, mentre io mi ritiro. Come al mio sodale, il tempo, è successo di essere ridotto a “tempo reale”, a implodere cioè su se stesso, così io sono stato ridimensionato a “non luogo”. Prima mi è toccato in sorte di essere misurato in lungo e in largo da umani impegnati a controllarmi, o per l’ansia di perdersi o per fare la guerra, ma anche per spartirmi in pezzi o mettersi al sicuro. Dai limiti dei pascoli ai termini dei confini è stato tutto un sezionarmi e un definirmi. Le misurazioni di Talete prima, gli Elementi di Euclide poi, e avanti, fino ad essere riportato a un punto solo da Brunelleschi. Con la modernità sono stato esaltato e ridotto allo stesso tempo.

 

A Firenze, sotto il portico dello Spedale degli Innocenti, con l'opera di Filippo Brunelleschi, all'inizio del Quattrocento, la modernità si è avviata al suo grande destino, e sarà un destino fatto in buona misura di spazio. È lì che come spazio ho costretto il soggetto a decidere in che cosa credere. Se credere a tutti i suoi sensi, come fino ad allora accadeva, o invece se credere soltanto agli occhi. Il soggetto in quel caso deve scegliere perché gli occhi dicono una cosa, e tutti gli altri sensi ne dicono un'altra. Gli altri sensi e tutto il corpo dicono che le rette parallele del pavimento restano tali, restano parallele. Gli occhi – se lo spettatore sta sotto il portico degli Innocenti e guarda la finestra che ha di fronte a sé sullo sfondo del portico stesso – invece dicono esattamente il contrario: che le rette parallele del pavimento se prolungate all'infinito, cioè in direzione del centro della finestra, finiscono con il toccarsi. È una rivoluzione. In questo senso, davvero il dispositivo del Brunelleschi è la fine della cultura classica e l'inizio dello spazio. Si afferma così la mia centralità, quella dello spazio, cioè l'idea che la relazione fondamentale tra le cose, per il funzionamento del mondo dipenda innanzitutto dalla distanza, cioè dalla relazione metrica che esiste tra le cose stesse. La distanza è riconosciuta imprescindibile. È un concetto centrale che ha governato la modernità fino a un’estate del 1969, quando due computer, posti uno a Washington e l’altro a Los Angeles, hanno iniziato a scambiarsi informazioni dando origine alla Rete e abolendo i concetti di tempo e di spazio ideati dalla fisica classica. A garantirmi l’apogeo, dopo la prima immagine in assoluto della Terra osservata dall’orbita lunare che fu ripresa da Lunar Orbiter I il 23 agosto 1966 alle 16:36 ora del meridiano di Greenwich, è stata la celebre vista totale della Terra, passata alla storia come “Blue Marble”, ripresa il 7 dicembre 1972 dagli astronauti dell’Apollo 17. Di estensione in estensione, mi esaltavo e allo stesso tempo (dice lo spazio!) non mi accorgevo che divenivo meno rilevante, fino a sentirmi evanescente.

 

Ora che paralleli sono divenuti gli umani, perché non possono toccarsi, né possono avvicinarsi, mi sono ristretto in contesti angusti. Sono scisso tra vicino e lontano. Gli umani devono stare lontani e vivere in spazi ravvicinati. Una strana elasticità ristretta. Un miscuglio di claustrofobia e agorafobia in cui torno protagonista di una strana avventura. Mi sento importante dopo il tempo delle continue dichiarazioni della mia scomparsa. Accade però che mi senta anche colpevole di una vicinanza che è diventata pericolosa. Cerco di comprendere come contribuire alla nascita di spazi di vita basati sulla giusta misura, mentre auspico che d’ora in poi non sia più considerato solo un contenitore, ma di fatto il paesaggio di una vita sostenibile e vivibile. Vorrei, insomma, che io che sono il “dove”, possa unirmi al tempo che è il “quando”, per trovare un inedito, più appropriato senso.

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