A Quiet Evening of Dance

A Quiet Evening of Dance di William Forsythe, andato in scena in prima nazionale al Teatro Grande di Brescia e poi al Teatro Valli di Reggio Emilia, è un capolavoro omogeneo, essenziale e dotato di grande trasparenza. La serata, composta da cinque brevi composizioni, tra cui figurano due nuove creazioni, ha un carattere introspettivo, intimo ma anche ironico che si concilia perfettamente con la capacità di pensare e scrivere la coreografia dell’artista americano nato a New York nel 1949. 

La complessità cristallina dell’architettura dello spettacolo non è causa della riuscita della serata, ma un effetto che – pur nel suo essere direttamente, piacevolmente “scenico” – non corrisponde a un desiderio di ostentazione di un qualche tipo di sfarzo intrinseco. La drammaturgia della coreografia composta da William Forsythe si dispiega davanti al pubblico esattamente come è, senza fronzoli: organica, aperta, leggibile, chiara. Le volute tracciate dai virtuosismi dei danzatori, le maestrie tecnico-compositive e l’evoluzione di natura costantemente inventiva dei movimenti corporei sono espressione, sullo schermo della superficie esterna dello spettacolo, dell’esito di una ricerca molto più interiore, che può elevarsi proprio perché in grado di passare attraverso una sincera e caparbia istanza di spoliazione del gesto e di ricerca che ha caratterizzato il lavoro del coreografo sin dai suoi esordi. 

 

Incoraggiato da Marcia Haydée e John Cranko, Forsythe debutta in Europa, al Balletto di Stoccarda, alla fine degli anni settanta dove, nel 1976, presenta il suo primo lavoro, Urlicht, un duetto su musiche di Gustav Mahler. Nel 1984 diventa direttore del Balletto di Francoforte, la compagnia con quale creerà molti dei suoi lavori, ma il 1984 è soprattutto l’anno di uno dei suoi maggiori contributi di Forsythe al rinnovamento della danza contemporanea: Artifact, una pièce per trenta interpreti che punta a rompere i codici del balletto. Quello di Francoforte è un periodo fervido, orientato attraverso il dialogo che il coreografo decide di portare avanti con i codici e con la storia del balletto. Impressing the Czar, Limbs Theorem, Slingerland e ovviamente l’iconico In the middle, Somewhat Elevated sono coreografie che immediatamente compongono una nuova cosmologia di balletti molto richiesti e ambiti dai repertori delle compagnie di tutto il mondo. I numi tutelari di queste opere sono soprattutto Rudolf von Laban, Michel Foucault e Daniel Liebeskind, compagni di viaggio di Forsythe nel suo percorso di reinvenzione della danza.

 

A Quiet Evening of Dance.


Le ingegnerie coreografiche di A Quiet Evening of Dance, quattro decenni dopo gli esordi del suo creatore, mantengono un realismo gestuale che è sempre dialogante con l’ideale del corpo tecnico della danza classica. Le qualità interpretative dei suoi sette, eccellenti danzatori – eterogenei per formazione ed età e, tranne il danzatore hip hop Rauf “RubberLegz” Yasit, tutti provenienti dalla The Forsythe Company attiva durante il decennio 2005-2015 – non sono il frutto né di mere ostentazioni tecniche né di finalità formali o estetiche: esse sembrano piuttosto mirare a esprimere un nucleo molto più segreto, che trova nel minimalismo dello spazio e in quello dei suoni l’evidenza concreta, bastante a sé stessa, del proprio esserci. 

 

Attraverso le sue coreografie e anche attraverso le installazioni (ricordiamo, senza essere in alcun modo esaustivi i pendoli di Nowhere and Everywhere at the Same Time e le bandiere nere mosse da bracci meccanici di Black Flags), Forsythe è capace di dimostrare come la danza contemporanea non sia un argomento per pochi eletti, ma importante materia di indagine per chiunque possegga un corpo. Una delle particolarità della sua griffe artistica è quella di consegnare, dentro a ogni opera, un grande numero di chiavi d’accesso: ogni genere di sguardo può così essere assorbito, come accade anche in A Quiet Evening of Dance e nelle cinque danze che lo compongono. 

La serata è divisa in due atti: nel primo si assiste alle parti intitolate Prologue, Catalogue (Second Edition), Epilogue e Dialogue (DUO2015), mentre nella seconda a Seventeen/Twenty One. Nell’insieme, si tratta di un susseguirsi di assoli, duetti, terzetti e di una danza conclusiva corale.

 

Black Flags.


Un inequivocabile senso di presenza, concreto sulla scena tanto quanto lo sono, fisicamente, i corpi dei danzatori che se ne fanno portatori, emerge soprattutto dalla dimensione relazionale tra gli interpreti e dalla loro possibilità di tracciare una linea di tensione che, astrattamente, si solleva verso l’alto pur restando ancorata al suolo. Insieme al prevalere della verticalità, la danza procede verso una dimensione ulteriore, da avvicinare danzando; braccia e gambe creano forme, le attraversano, le misurano, le sorpassano, piccoli stop interrompono il fluire del movimento che accelera, decelera, i piedi si scollano dal suolo, il baricentro del corpo cade, appaiono immagini – riferimenti pittorici che restano in equilibrio, nella visione, solo per qualche istante – il contatto tra i danzatori è delicato, poi più intenso, la velocità aumenta, qualche segno precedentemente visto sembra ritornare, uguale, ma mai veramente uguale, lo slancio, infine, diminuisce, un arto si sospende in aria fino a disegnare un forma consueta, scultorea, le braccia prendono una forma armonica attorno a una arabesque

Gli sguardi dei danzatori in scena sono funzionali all’azione, accompagnando il gesto in maniera naturale. Grazie alla bravura degli interpreti il palcoscenico sembra potersi finalmente disfare della propria formalità; si entra e si esce dallo spazio della scena, semplicemente, camminando. Il silenzio rende più quotidiano l’incedere dei danzatori. Il cinguettio degli uccelli ritorna in diversi momenti ad accompagnare le danze e a profondere nell’atmosfera una calma, meticolosa laboriosità.

 

In prima istanza, A Quiet Evening of Dance sembra essere in grado di incarnare e allo stesso tempo, letteralmente, di trascendere il senso più pieno e sereno che la nozione di coreografia può assumere nel tempo presente. Il susseguirsi delle danze, che la critica Marinella Guatterini ha precisamente registrato e tradotto in chiare immagini verbali nel suo articolo apparso su Teatro e Critica, è un florilegio di bellezza formale, accuratezza ritmica e vertiginosa tecnica che si esprime su diversi livelli. Quello che Forsythe crea è, a tutti gli effetti, sapienza in movimento ed essa riesce a tendere, grazie all’attraversamento consapevole e colto di miriadi di forme corporee diverse – iscritte storicamente e non – a qualcosa di distillato e irriducibile, qualcosa di molto libero che il corpo è infine capace di rivelare. Siamo di fronte a una materia liscia e uniforme che appare, più che come un assemblaggio di sequenze e di saggi d’archivio, come un gel coreografico trasparente, fresco e avvolgente, capace di sfumare i confini tra i tempi, tra le discipline delle arti cosiddette “performative”, in modo da aprirsi alla relazione con mondi e tempi diversi della propria evoluzione. Sul palcoscenico trovano spazio, infatti, evocazioni che riguardano la danza antica, d’epoca barocca, l’hip hop, il balletto classico e la danza postmoderna. Il rapporto tra la coreografia e la storia della danza e del balletto, oltre alla presentazione di una sua risoluta, intelligente destrutturazione, rappresenta probabilmente uno dei segni distintivi del coreografo che nel corso della sua carriera non ha mai smesso di mettere in relazione tra loro le diverse sezioni del tempo. Tuttavia, nelle sue opere non è il passato a nutrire il presente, ma è il presente di questi corpi danzanti che agisce rivitalizzando il passato non in quanto re-enactment, ma offrendo, di questo, il valore di una prospettiva futura.

 

L’accento di colore che i danzatori indossano, ad accompagnare costumi semplici e poco invasivi per lo sguardo, sono lunghi guanti aderenti abbinati a scarpe da ginnastica, spesso di tonalità assortite en pendant. Nella nota colorata dei costumi e nel loro impatto dimora il segno residuo di una memoria non solo di movimento ma anche visiva della danza che continuamente transita, che lascia tracce, che segna il tempo, lo spazio, l’immaginazione. La libera associazione con i costumi che Léon Bakst disegnò per i ballerini dei Ballets Russes a inizio novecento può forse sembrare azzardata, ma simile è la loro anima sofisticata, capace tanto di imprimersi nei ricordi degli spettatori quanto di vestire i corpi dei danzatori di una originalità che non si dismette facilmente. 

 

A Quiet Evening of Dance.


In seconda istanza la coreografia di A Quiet Evening of Dance è però anche espressione di una condizione quasi museale di messa in scena del corpo, non tanto per il suo rapporto alla storia della danza, ma per la dimostrata capacità di aver acquisito nei propri processi alcuni dei principi che servono le arti della contemporaneità. Innanzitutto, è possibile fare esperienza – sebbene ci troviamo in una sala teatrale – di un profondo e magistrale rinnovarsi della pratica del fruire, evidenza concreta che la danza qui può essere – come in alcuni altri, pochi casi – vero e proprio “oggetto coreografico” capace di prendersi cura per sé dello sguardo di chi vi assiste e, di conseguenza, di saperlo muovere, orientandolo ma lasciandolo comunque libero. La scena, illuminata da luci essenziali, è un luogo che si conferma dolce, sommesso, dove lo sguardo può muoversi da un corpo danzante all’altro con lo stesso stupore emozionato di un bambino che, trovandosi al luna park, non sa quale giostra scegliere per prima mentre la sua attenzione è continuamente richiamata da diverse parti e da stimoli che aprono la visione di nuove angolazioni. Nulla dell’esperienza di A Quiet Evening of Dance assume le caratteristiche del rituale: quello che vediamo in scena è, piuttosto, come ha scritto Roberto Giambrone sul “Sole 24 Ore”, una festa. Sono una festa il silenzio, il cinguettio, la musica di Morton Feldman – Nature Pieces from Piano No.1 – ma anche quella di Jean-Philippe Rameau, ma soprattutto è una festa la grande danza corale a conclusione dello spettacolo.

 

I suoni hanno una dimensione propria, ma lasciano ampio spazio alla danza affinché i movimenti intaglino lo spazio con la propria chirurgica, ferma presenza. Così, i danzatori depongono sulla scena gesti sontuosi eppure leggeri, legati tra loro da rapporti di perfetta interconnessione muscolo-scheletrica che da subito trasformano il sentire epidermico e articolare del corpo in un campo regolato da concatenazioni magnetiche. L’espressione dei danzatori si rivela in un dischiudersi leggero di umanità, presente, mentre la danza riesce ad atomizzare i singoli punti di osservazione del pubblico. Come durante la visita a una mostra, lo sguardo – potenzialmente attratto da diverse prospettive – è libero di muoversi secondo l’istinto individuale su forme aguzze oppure tonde e gesti dal peso specifico più o meno leggero: salti, rotazioni, trasferimenti di peso e equilibri lasciano il posto al floorwork eclettico di Rauf “RubberLegz” Yasit e al suo corpo dalle capacità straordinarie.  

 

A Quiet Evening of Dance.


Il debutto di questa produzione, avvenuto al teatro Sadler’s Wells di Londra nell’ottobre dell’anno appena concluso è stato salutato dalla critica, dal pubblico e anche premiato con il Fedora-Van Cleef & Arpels Prize for Ballet. Coltissimo studioso oltre che geniale coreografo e artista pluridisciplinare, William Forsythe si dedica attualmente a diversi progetti di tipo installativo e performativo, oltre a video, programmi educativi e di ricerca e, naturalmente, coreografia. Questo spettacolo a serata intera è il primo dall’anno della chiusura della sua compagnia (2015) ed è la conferma di un genio che è in grado di aggiornare al suo interno il mistero antichissimo della voce del verbo danzare.

 

A Quiet Evening of Dance

Prologue / Catalogue (Second Edition) / Epilogue: musica Morton Feldman, Nature Pieces from Piano No.1

Dialogue (Duo2015) / Seventeen - Twenty one: musica Jean-Philippe Rameau, Hippolyte et Aricie, Ritournelle.

Una produzione Sadler’s Wells London di William Forsythe e Brigel Gjoka, Jill Johnson, Christopher Roman, Parvaneh Scharafali, Riley Watts, Rauf “RubberLegz” Yasit e Ander Zabala; co-produzione Théâtre de la Ville, Théâtre du Châtelet e Festival d’Automne di Parigi; Festival Montpellier Danse 2019; Les Théâtres de la Ville de Luxembourg; The Shed, New York; Onassis Cultural Centre-Athens; deSingel international arts campus, Anversa.

Danzatori: Brigel Gjoka, Jill Johnson, Christopher Roman, Parvaneh Scharafali, Riley Watts, Rauf “RubberLegz“ Yasit, Cyril Baldy (sostituto di Ander Zabala per il tour di febbraio 2019)
Design luci Tanja Rühl e William Forsythe
Design costumi Dorothee Merg e William Forsythe.

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