Alfabeto Pasolini

Ramy incontra Giulio Regeni

È come se nell’aria l’ossigeno si facesse rarefatto, e noi tutti fossimo chiamati a un respiro più concentrato. Quando Ramy Essam entra in scena al teatro Fabbricone di Prato, monta uno stato di allerta che tende le posture dei nostri corpi di spettatori. All’inizio di Giulio Meets Ramy Ramy Meets Giulio, una produzione del Metastasio teatro stabile della Toscana, c’era stata un’introduzione, un prologo dove gli intenti erano stati dispiegati e condivisi chiedendoci complicità, alla maniera del teatro documentario degli ultimi anni. Enrico Castellani e Valeria Raimondi, i Babilonia Teatri, vengono illuminati al lato del palco, seduti dietro a una consolle registica a vista dalla quale sembrano gestire le operazioni della scena. Inizia Raimondi parlando dei numeri delle stragi e dei morti, che fanno notizia solo se comprendono vittime italiane. Non vuole essere la cronista di numeri, dice, vorrebbe solamente “conoscere attraverso una lacuna”. 

 

Forse ci aspettavamo un’indagine teatrale sulla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato nel 2016 i cui colpevoli non sono ancora stati processati a causa del susseguirsi di depistaggi, menzogne e lassismi di diversi governi, compresi quelli italiani. Non è ciò che ci attende e lo capiamo dai discorsi iniziali: nella concavità che la politica e la cronaca hanno contribuito a creare, i Babilonia installano un corpo presente qui e ora, quello di un artista e militante che ha accompagnato la primavera araba egiziana. Ramy Essam ora vive in esilio in Nord Europa, i suoi pezzi fanno 100 milioni di visualizzazioni su YouTube ma ai suoi concerti da noi vanno un centinaio di persone, racconta Valeria, perché anche scorrere una sua playlist sul telefono può farti entrare nella lista di nemici dello stato egiziano. Mentre parla, le parole dell’attrice scorrono su uno schermo sul fondo, è un effetto semplicissimo che traccia una linea di evidenziatore sull’artificialità del teatro, mostrando come ogni parola derivi da un copione scritto… forse proprio per questo un groppo comincia a salire: non riusciamo più a rubricare come innocua rappresentazione quello che vediamo, gradualmente lo spettacolo diviene della stessa sostanza dei fatti della nostra vita, e dunque ci modifica. 

 

 

Ramy ha i capelli lunghi corvini e riccissimi, indossa una t-shirt color cenere bucherellata, vien da pensare ai fori dei proiettili. Imbraccia una chitarra acustica, entra come un consumato folk-singer. Ha una voce scura e profonda, arrotola le melodie arabe grattando le corde vocali, scavando da un fondo di rabbia che non lo abbandona mai, anche quando il tremolare della voce si addolcisce e lui si accovaccia su un lato del palco, come di fronte a un focolare, e da lì seduto interpreta una delle ultime canzoni scritte in esilio rivolgendosi all’Egitto come fosse una ragazza appena conosciuta, rubandole uno sguardo affacciato sulla malinconia dell’abbandono. 

 

Ramy Essam entra in scena e ci guarda, sta parlando con tutti noi, lì nella sala del Fabbricone, ci racconta la sua storia al microfono mentre su un altro banco di regia, opposto a quello di Castellani e Raimondi, una traduttrice rimanda in italiano i racconti del cantante (mentre le canzoni sono sottotitolate in video). Così si introducono i brani, che poi vengono eseguiti e suonati dal vivo, in una scrittura scenica lineare che accoglie il racconto biografico, il canto, la musica dal vivo; vien da pensare al teatro-canzone della tradizione italiana, ma certo non stonano anche paragoni con i nomi del folk politico internazionale, da Dylan a Mercedes Sosa, da Joan Baez a gruppi che hanno accompagnato crisi e rivolte, come gli argentini Bersuit Vergarabat. 

 

Ramy inizia l’esibizione cantando la rivoluzione del 2011, tornando alla Piazza Tahrir che lo ha reso noto con il refrain “Vattene, vattene”, perché “ho capito che se quelli slogan fossero diventati canzoni, sarebbero stati più potenti”. Prosegue raccontando del massacro dello stadio di Port Said, considerato oggi una ritorsione del regime verso i manifestanti, nel quale morirono oltre 70 persone in scontri fra ultras e infiltrati. Sullo schermo scorrono immagini di proteste, vediamo piazze traboccanti di manifestanti che inneggiano alla libertà cantando le canzoni di Essam ma anche scontri, mezzi blindati, volti insanguinati. Dall’alto, in teatro, cadono una ventina di palloni, un fragore nel silenzio assoluto.

 

 

Seguono tre canzoni in cui Essam rivela quanto il popolo egiziano ami ridere, anche lui ha provato a ottenere questo effetto in alcune canzoni, dice. Una parla di un magnaccia a cui tutti sono devoti (viene in mente il Capofortuna di Rino Gaetano), un’altra di un asino e un mulo che si dividono il paese come se fosse il loro orto, una terza fa satira sulla polizia. Ma il momento di leggerezza s’infrange subito, ora Ramy esce di scena e a parlare è Enrico Castellani, ripreso da una telecamera dalla sua compagna. Il suo primo piano è rimandato sullo schermo come per gli inviati sulle scene di guerra, immagini tristemente ricorrenti in questi giorni di marzo 2022; Enrico parla a braccio, come se non seguisse un copione, quasi balbetta, incespica nel ritmo, o almeno così ci pare, in un’impressione di “tempo reale” (liveness) ottenuta proprio perché si replicano i meccanismi ricorsivi dell’informazione massmediale. 

 

Usando dunque il frame linguistico più scopertamente artificiale, si racconta il pezzo di storia più ferocemente ‘reale’ della biografia di Ramy Essam: un video di una canzone satirica sull’attuale regime, uscito nel 2018, ha condotto all’arresto e all’incarcerazione di diverse persone e alla morte in cella, per mancanza di cure, del giovane regista che ha firmato il video. Al centro dello spettacolo si svelano dunque le carte biografiche degli autori, che proseguono: “non ho mai conosciuto nessuno che piuttosto che smettere di cantare abbia scelto l’esilio e la tortura”; i Babilonia qui si interrogano sulla ‘logica occidentale’, misurando l’effetto che fa a noi europei la dichiarazione di amore e di appartenenza di Essam al suo paese. Lo schermo si tinge di rosso, la lettera dal carcere del regista ucciso diviene una poesia messa in musica, Essam è ancora fuori scena, dunque il tragico è solo raccontato e non cantato, come nelle nostre origini classiche del teatro.

 

Prima dell’epilogo, mentre dei tondi di luce impressi sul palco divengono la raffigurazione delle munizioni a raggiera, si accenna al ‘contagio’ della protesta anche se dispersa: “mettitelo in testa io non sono un codardo / non mi faccio più calpestare / io urlo / te lo scrivo / te lo dico / apri bene le orecchie / io sono il cittadino XY”, versi che ricordano le canzoni su clandestini e desaparecidos di Manu Chao. Infine il contrappunto fra nostalgia, cui accennavamo all’inizio, e l’urgenza di un corpo non arreso che canta un’amara lettera al consiglio di sicurezza dell’Onu: “voi che siete a capo delle Nazioni Unite / avete tradito i miei sogni / forse non capisco le vostre parole in televisione / ma so che in prigione la vita è dura / forse non so scrivere la parola libertà / ma porto dentro di me il suo significato / sappi che oggi passerà / domani sarò libero / stai attento a me”.

 

 

La “scrittura con la realtà” di Babilonia Teatri impone qui, credo, una sosta nello spirito di catalogazione. Dall’inizio del loro percorso artistico il reale ha intarsiato la scrittura drammaturgica con discorsi riportati da cronache, televisioni, politica capaci di squarciare la superficie rappresentativa, che si trattasse di un collage sul presente italiano (Made in Italy, 2007), di una riflessione sulla morte (The End, 2010), dell’intarsio fra biografie degli attori e finzione (Pinocchio, 2012) o di scritture interamente originali come David è morto (2015); c’è stato bisogno anche della fabbricazione di una cifra autoriale autonoma, in qualche modo “neo-epica”, una declamazione in bilico fra presentazione e immedesimazione (per approfondire il percorso di uno dei gruppi più prolifici della loro generazione, si veda la bella monografia a loro dedicata da Stefano Casi). 

 

È vero che negli ultimi anni si è vista una maggiore asciuttezza stilistica, forse nel desiderio di sfrondare e ‘presentare’ sulla scena le cose per quelle che sono, come nel musical di canzoni intrise di paura sovranista Calcinculo (2018), o nell’apologo pseudo-contro-ecologista scritto con i loro figli e interpretato in scena esclusivamente da questi (MulinoBianco, 2021). Tornano in mente, anche pensando alla ‘fame di realtà’ del teatro odierna, alcune parole scritte da Gerardo Guccini nel 2011 nella rivista “Prove di drammaturgia”, dove si parlava di una “istanza di cultura attiva che proietta il fare teatro nei contesti del vivere collettivo, innestando il linguaggio della rappresentazione – che lavora sulle zone di confine fra persona e personaggio – all’immediato linguaggio della realtà – con cui l’esistente ci si mostra leggibile e interpretabile”.

 

Nella traiettoria del gruppo veronese, Ramy Meets Giulio Giulio Meets Ramy dialoga senza dubbio con le forme del reality trend teatrale degli ultimi anni, e nel dettaglio anche con alcuni spettacoli visti in Italia, come quelli ‘biografici’ dei Rimini Protokoll (Black Tie, 2008, con al centro il racconto di persone reali), come le testimonianze in prima persona nei lavori di Lola Arias (Atlas des Kommunismus, 2016) o dei Motus (Alexis, una tragedia greca, 2011). Il piglio di ricerca in dialogo con testimoni diretti ricorda una performance di qualche anno fa di Muta Imago (In Tahrir, 2013) dove non si riusciva a infrangere la mediazione dello schermo del pc, presentando gli esiti di un incontro che marcava anche la nostra distanza, così come e per converso la presenza in scena di Essam, dunque di un artista che è stato manifestante, riporta ai progetti del gruppo italo-tunisino Corps Citoyen (MOUVMA! Nous, qui avons encore 25 ans, 2016). 

 

Eppure, se ci fermassimo all’elencazione delle assonanze, intercetteremmo forse qualcosa di un’aria artistica ma non coglieremmo il cuore del lavoro, che a nostro avviso risiede nell’occasione che offre al teatro. Qui, infatti, sembra che del teatro e dei suoi linguaggi non si abbia davvero più bisogno, eppure è nel teatro che ci ritroviamo, il teatro è quel terreno collettivo che rende semplicemente possibile un confronto, come non avverrebbe in club, o in una piazza, al cinema o sul web. Non sappiamo più che farcene e non possiamo farne a meno, del teatro, ma a patto di estenderne i contorni così tanto da rischiare di non riconoscerlo. In questa aporia, praticata dai Babilonia con grande maturità poetica, è grazie al teatro che possiamo tornare ad abitare gli spazi concavi della cronaca e della politica, è grazie al teatro che possiamo riattivare dei processi dialettici capaci di connettere mondi e persone che mai si sarebbero incontrati, come Regeni ed Essam.

 

Le fotografie sono di Eleonora Cavallo.

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