Carlo Emilio Gadda. Un gomitolo di concause

E' appena uscito, nella Piccola Biblioteca Adelphi, Un gomitolo di concause, ossia le Lettere a Pietro Citati, scritte da Carlo Emilio Gadda in un lasso di tempo che va dal 14 agosto 1957 al 27 agosto 1969. E' stato recensito con ampiezza da Paolo Di Stefano sul "Corriere della Sera" del 23 agosto u.s. Rimandiamo a quel testo per un'esauriente informazione generale.

 

  

 

Qui vorremmo fornire qualche appunto a caldo, qualche impressione di lettura di fronte a queste eccezionali quarantaquattro lettere.
Precisiamo che le ottantacinque pagine del testo gaddiano sono accompagnate da altrettante pagine di note accuratissime di Giorgio Pinotti, da una nota al testo, sempre sua e da due saggi, uno ancora di Pinotti e uno, conclusivo, di Pietro Citati stesso. (Il volume è di complessive duecentotrentanove pagine).

 

Ricordiamo che Citati era, a quell'epoca consulente di Livio Garzanti (lo rimase dal 1956 fino a dieci anni dopo). Era lui che teneva i contatti tra l'editore e Gadda. Era lui che curava testi come il Pasticciaccio o Accoppiamenti giudiziosi o I viaggi, la morte. Gadda fu il solo grande uomo che conobbe in vita sua. Ne divenne amico, confidente, padre persino, benché avesse quarant'anni meno di lui. (Si ha qui una situazione che è un po' come quella evocata da Caproni in una poesia del Muro della terra, dove il poeta, rivolto al figlio, dice: "Diventa mio padre, portami per la mano...").

 

Pietro Citati

 

L'editore Garzanti aveva dato a Gadda ottocentomila lire per finire il Pasticciaccio. E, del resto, più o meno negli stessi anni, stipendiava Pasolini perché scrivesse i Ragazzi di vita. (Gli dava il doppio della sua paga di insegnante). Erano decisamente altri tempi!
Citati frequentava abitualmente Gadda a Roma durante l'anno, ma d'estate le visite s'interrompevano per le ferie. Subentrava la corrispondenza. Ecco perché quasi tutte le lettere sono datate luglio o agosto.

 

In tutte le lettere Gadda si lamenta. Gli mancano le forze. Il suo stato d'animo è più che depresso. Attraversa un brutto periodo. E' molto giù. E' molto stanco e spiritualmente disperato. Anche "Le Imposte" gli provocano amarezze e angustie. Un nipote lo perseguita. Soffre di un grave esaurimento nervoso. Non riesce più a ricordare nomi e facce. Va al Policlinico, dove si sottopone ad accertamenti di ogni tipo: sangue, urine, radioscopia del torace, radiocardiogrammi, pressione, peso ed anche esame oftalmico completo. Assume farmaci di cui si cura di specificare i nomi, quali Corturion e Esidrex nonché Ròvigon (vitamine). Nel luglio del '64 ipotizza tre diagnosi diverse per spiegare il suo malessere: o influenza atipica di ceppo ignoto asio-afroide o avvelenamento da cibo deteriorato o, addirittura, febbre tifoide. Poi, però, fortunatamente e inaspettatamente i sintomi scompaiono, grazie agli antibiotici.

 

La salute non va, non va, ripete sconsolato.
Il caldo lo attanaglia. E' inchiodato nella sua casa-forno di via Blumenstihl 19. Nell'afa. Nella calura. E non si schioda.

 

Citati lo invita a Cervo Ligure. E Gadda non va. Andrebbe. Gli piacerebbe. Potrebbe partire. Ma non parte. Citati lo invita a Grosseto, tenuta "Sinitraie". E lui non va. Citati lo invita al Cinquale. E Gadda non si muove. Citati lo invita a Giuncarico, alla "Castellaccia", grande villa acquistata nel 1965, e Gadda quasi quasi è tentato, di recarvisi, là, in quel verde maremmano, in quella pace, in quella fresca tranquillità. Sta per accettare. Citati lo porterebbe in auto. Sì. In effetti non sarebbe male. Non si può escludere che Gadda si faccia convincere. Ma poi non se ne fa niente. Gadda rimane a Roma.

 

Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini

 

Non sempre però. Sfidando rapinatori in agguato negli scompartimenti ferroviari, Gadda raggiunge Cortina. Nel 1961 è a Venezia, per la Mostra del Cinema, invitato da Pasolini, il "ragazzo di vita", ad assistere alla proiezione di Accattone. E di questo personaggio fornisce una sublime, epigrafica definizione: "ladro che cerca di elevarsi a sfruttatore di mignotte".

 

Fa anche qualche gita di più corto respiro. A Bracciano, con Parise, che guida la sua spider rossa come un pazzo.
Nell'agosto del '63 si spinge fino a Bergamo. Ma per un lungo periodo di degenza nella Clinica Gavazzeni.
Si parla molto di letterati, in queste lettere. Oltre che di editori. Soprattutto di Livio Garzanti ("Liviogar") e di Giulio Einaudi, i quali si disputavano i testi di Gadda. Einaudi voleva per l'appunto einaudizzarlo. Ma Garzanti se lo teneva stretto. Di qui altre sofferenze atroci del povero Gadda. E si parla anche di critici.

 

Gadda si preoccupa del critico Falqui, inutilmente stroncatorio. Citati lo tranquillizza: "l'idiozia del Falqui è cosa nota". Gadda non ha ottenuto un importante premio letterario. Citati lo consola: "Cosa vuole, i Suoi libri sono troppo belli, intelligenti, generosi e moderni per essere capiti dagli stupidi, dai presuntuosi e dai vecchiacci rimbambiti che, in Italia, fanno la critica e danno i premi".

 

Alberto Moravia e Elsa Morante

 

Ci sono Moravia e la Morante in trattoria, impegnati nell' "aspra cornacchiante erogazione di teoremi storiografici", mentre Attilio Bertolucci li guarda serafico, "languente in gentili rossori", distratto, forse pensando già alle ferie, le sue ferie leggendarie, di quattro, cinque mesi, molto invidiato per questo da Gadda, forse anche perché erano ferie pagate, "con paga quadrupla".
Compare anche Bertolucci figlio, Bernardo, allora (1962) non ancora regista, ma poeta, lodato perché autore di versi né montaliani né "luz...zureggianti".

 

E compaiono poi, in queste lettere, brani di prosa sublime, come questo: "Se potessi poi far perdere le mie tracce ai propinqui e al nepote, non le dico la mia felicità. Mi parrebbe d'essere una mongolfiera improvvisamente délestée, cioè sgravata di zavorra, che zompa al cielo in un colpo".

 

O come questo: "i miei volumi... vengono da un patimento vissuto, non da immagini teatrate o posticce o da petizioni di principio tolte a orecchio dalla verbosità corrente...", dove Gadda rivendica la base morale, risentita della sua poetica, in cui l'esagitazione verbale è riflesso dell'indignazione, dell'offesa, dell'umiliazione subita - e non del gioco fine a se stesso. Alla sua origine sta Dostoevskij, non Dossi o Faldella o gli altri scapigliati.
 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO