Salvini e Boldrini

Se la processione che fanno e il canto del fallo che intonano non fosse in onore di Dioniso, ciò che essi compiono sarebbe indecente; la medesima cosa sono Ade e Dioniso, per cui impazzano e si sfrenano. (Eraclito, frammento 15)

 

Il problema, per così dire, non è il giudizio politico su Laura Boldrini. Il problema è semmai il delirante sessismo che lo accompagna, qualcosa che trasuda dalle parole, dai gesti, dalle allusioni come dalle esplicite volgarità che, molto spesso, si palesano nel web e fuori da esso. Non è una novità ma, durante questa estate, ha conosciuto una riacutizzazione. Ragione di più per domandarsi quale sia il suo fondamento. Accostare la presidente della Camera a una bambola gonfiabile, fingendo poi che sia una goliardata o rivendicando il gesto alla stregua di un “atto di opposizione”, non dice niente della (e alla) politica ma ci racconta senz’altro di un percorso di infantilizzazione collettiva che è al cuore della regressione che stiamo vivendo in questi anni. Boldrini, da questo punto di vista, nella denigrazione pubblica di cui frequentemente è destinataria, sospesa nel suo essere vista dai più come una specie di strega e da molti di meno in quanto mater dolorosa, diventa così la trasfigurazione non di una pur opinabile posizione politica ma, piuttosto, di un microuniverso di pulsioni basate sull’angoscia da impotenza. Impotenza del fare, dell’agire, nel contare ma anche nel pensare e nel ritenere di potere  decidere. Tutti questi sentimenti del presente interagiscono e si rinforzano vicendevolmente, cristallizzandosi nella paura da marginalità, di cui le formazioni politiche populiste sono al contempo bacini di accoglienza e vettori di moltiplicazione.

 

Sembra quindi assai poco casuale che ad averla resa oggetto continuo di sarcasmi, che si trasformano in grevi strali, sia essenzialmente colui che si è candidato, nella mancanza di proposta che altrimenti lo connota, ad esserne una sorta di alter ego rigorosamente rovesciato, ossia Matteo Salvini. Grillo aveva già dato del suo senza però necessariamente cristallizzarsi su una sola figura. Salvini ha invece la necessità di orientare contro pochi soggetti prevalenti la sua divertita e baldanzosa verve polemica. Poiché per il tramite d’essi può dare corpo (nel senso letterale di identificare e carnificare) ai fantasmi sui quali costruisce le sue fortune politiche: l’“invasione”, l’Europa tecnocratica, il nuovo ordine mondiale ma anche il “buonismo”, le élite traditrici e così via. Dopo di che, va detto che non si tratta solo di un’azione di banale sviamento dalle “vere questioni” dell’agenda politica ma della costruzione di un piccolo universo di significati sui quali consolidare e riaffermare il seguito di consensi che, in questi ultimi anni, ha saputo conquistare e garantirsi dentro, ma anche fuori, il suo partito. Esiste con la figura pubblica di Boldrini come una sorta di reciprocità degli opposti, che il leader della Lega riconosce immediatamente. La misura anche e soprattutto sul versante ontologico (e poi estetico), giocando sull’opposizione tra il trittico immedesimazione-cura-distanza, che è attribuito alla donna che occupa la terza carica istituzionale in Italia, e uniformità-minaccia-vicinanza che Salvini si autoassegna. Immedesimazione empatica nel dolore dei migranti; invito alla cura come conferimento alla società di una responsabilità ineludibile (e onerosa); distanza dai concreti bisogni della società (degli autoctoni). Mentre l’uniformità è quella che va garantita a una comunità assediata dalla presenza minacciosa di estranei, marchio tangibile di una vicinanza verace alle necessità del “popolo”. Il completamento (godimento?) del quadro sta nella gioiosa, perché anch’essa infantile, dissonanza tra il tailleur compassato che è indossato dalle istituzioni (feticcio di ipocrisia e indifferenza “borghese”, secondo la lettura “popular”) e la felpa, intervallata dalle polo, che rivestono il corpo di “uno come noi”.

 

Salvini contrappone a ciò che è percepito come un discorso astratto, pedagogico e prescrittivo, una retorica dell’autenticità e dell’immediatezza che deriverebbe dal rapporto fisico, ripetuto, quasi carnale con il territorio. Il simbolismo della carne, e del contatto fisico, è in questo discorso strategico. Mentre il segretario padano si “concede” con calcolata immediatezza (ad esempio mostrando lo stomaco tendente alle pinguedine su una spiaggia, nel mentre sorseggia una birra), la presidente della Camera pare essere invece algida non meno che petulante. Distante, per l’appunto. Boldrini assurge, in tale configurazione di significati, a esponente di un ceto che si autotutela riversando sulla collettività, altrimenti abbandonata a sé, gli oneri che derivano dal cambiamento, a partire dagli effetti dei processi migratori. Il tema va ben al di là della costruzione di pallide raffigurazioni politiche, semmai chiamando in causa l’immaginario culturale e la sua  concretizzazione in gesti socialmente rilevanti.

 

 

A seguire alcune note, che riorganizzano riflessioni e conversazioni di queste settimane. Con una precisazione di fondo: non si tratta di adoperarsi in un plebiscito sull’una o sull’altro ma di non trascendere nella puerilità come unica modalità di autoaffermazione pseudocritica. Poiché questa decreterebbe da subito la vittoria di una parte sull’altra ma la sconfitta di ciò che residua della ragione comune.

 

1.         È buona cosa premettere un fatto: più che le idee, più che le fantasie, più che le stesse parole, a contare sono i contesti, quindi le persone che li abitano, nei quali si manifestano, si esprimono e si dicono quelle idee, quelle fantasie e, pertanto, quelle parole alle quali ci si richiama. Poiché sono questi ultimi a dare corpo, ovvero una sostanza duratura, a quelle che altrimenti sono e rimangono senz’altro opinabili, ma anche legittime, categorie dello spirito. I contesti di relazione, che nel caso delle parole sono gli ambiti collettivi in cui vengono “gettate”, indirizzano non solo la formazione di un’opinione pubblica ma anche l’agenda di priorità sulle quali l’attenzione si concentra. Non è di per sé volgare una parola ma il suo uso osceno, al di fuori di un contesto privato perché contenuto, trattenuto, sottoposto a un inequivocabile giudizio sulla scorta di un codice che consolida il principio di realtà. Non è questione di decoro e neanche di etichetta, benché l’uno e l’altra abbiano la loro rilevanza. Si tratta piuttosto dell’effetto di sdoganamento che il ripetere, sboccato e slabbrato, di certi termini assume rispetto alla fantasia di una licenza assoluta che, da ricorso incontrollato e compulsivo alla parola, si tramuta in una sorta di invito a passare ai fatti.

 

2.         I ripetuti, ossessivi, a tratti lascivi strali contro una donna che riveste la terza carica dello Stato non demandano alla politica e ancor meno al sesso, reale o figurato che sia, ma al loro scimmiottamento. Chi se ne fa espressione pubblica ha in testa l'idea che la sessualità, nei fatti, non sia né possa mai essere libera espressione di sé e del piacere di godere, e quindi di godersi, bensì pratica coatta, grevemente onanistica ma anche da esibire, in quanto simulacro di soddisfacimento, come un trofeo. Il parlare volgare simula di essere sinonimo di disinvoltura e anticonformismo. Il linguaggio senza freni, vissuto come atto liberatorio, diventa indice, davanti al pubblico, di un presunto spirito critico. Offendendo si metterebbe finalmente alla berlina il “potere”, dicendogliene quattro. Il re è nudo. Anzi, lo è la regina. Si tratta allora di un sesso da simulare oppure da osservare attraverso il buco della serratura. Le due cose si tengono insieme, peraltro, essendo facce di una stessa medaglia, quella dell’incapacità/impossibilità di intendere la vita (anche) come insieme di funzioni erotiche e di pulsioni creative. Si temono le prime, angosciano le seconde. Il sesso non è gioco, non è esplorazione e non è neanche desiderio ma solo foia. Perlopiù vissuta come perenne stato libidinoso, quindi inappagato, mai come reale possibilità di gratificazione. Qualcuno si ricorda il cosiddetto “celodurismo” della passata gestione? Per questo chi esprime tali “sarcasmi” si rivela in sé insopportabilmente bigotto (socialmente parlando) prima ancora che volgare se non scurrile, e quindi osceno in quanto di «cattivo augurio», come rammenta il vocabolario della lingua italiana. E chi lo applaude non è da meno, rivelando l’incurabile gregarismo che lo anima. Siamo per l’appunto nel campo dei simulacri, come la bambola gonfiabile grevemente esibita in pubblico, nel mentre si simula un atto falsamente liberatorio, del pari alle barzellette “sconce” raccontate magari durante una funzione religiosa. Poiché, così facendo, ci si ritiene non solo disinvolti ma anche iconoclasti quando, invece, si è solo irrispettosi sia delle persone con le quali si interagisce sia delle circostanze in cui tali relazioni sono manifestate. Soprattutto, si finge ancora una volta di fare critica dell’esistente quando invece lo si cela dietro a dei sembianti contro i quali si indirizza la rabbiosità popolare. Il sarcasmo sessuale è, per l’appunto, l’indice dell’impotenza collettiva che si fa capitale politico per coloro che la sanno manipolare.

 

3.         Come per tante cose della vita associata, certe condotte non valgono per la presunta funzione manifesta (ciò che si dice di volere esprimere) bensì per i simbolismi latenti, peraltro facilmente identificabili, appena sotto la patina di fittizia rispettabilità che si trascinano immediatamente appresso. Rispettabilità di superficie, banalizzazione culturale, gregarismo subalternizzante e bigottismo sociale sono indici di mancanza di autonomia. Il suo difetto è, va da sé, segno di dipendenza da un “qualcosa” o un “qualcuno” che non offrono soluzioni reali ma solo compensazioni occasionali. Una radice del moderno autoritarismo, tra le altre cose. È come se costoro dicessero tutti insieme: “in quella bambola gonfiabile c'è l'idea che noi abbiamo della corporeità e, con essa, di noi stessi, della nostra dignità”. Offendendo una donna attiva in politica con il ricorso alla sua denigrazione attraverso la pseudo-ironia di un fantoccio sessuato in realtà parlano male delle proprie persone, dell’idea che coltivano di sé come donne e uomini senza una vitalità che non sia mero vitalismo occasionale, in questo caso condensato nel gusto della derisione e dello scempio di una immagine. La loro non è pornografia, se con essa si intende una forma – non importa quanto condivisibile o discutibile – di raffigurazione della sessualità, ancorché mercificata. Sono invece il grado zero della sessualità, poiché azzerano il corpo e lo sostituiscono con laidi e ridicoli sembianti. Al punto da disgustare senza offendere l’intelligenza altrui fino in fondo. La vera offesa, semmai, è la meccanica ripetizione di questa miscela di scempiaggini sospese tra caserma, trincea (figurata) e orinatoio. Sono come degli adulti infantilizzati che si toccano ossessivamente le parti intime senza saperle usare.

 

4.         Non è un caso che attacchino Laura Boldrini, secondo una logica da mandria di predatori: prima di tutto perché donna (che “va messa sotto” in quanto “femmina”); poi perché emancipata (inconcepibile che ci siano donne, ma anche uomini, che non siano tributari della deferenza al gruppo, alla microcomunità, alla Gemeinschaft intesa come tribù primordiale); successivamente per la sua aria al contempo “borghese” (indice di appartenenza alle élite tanto odiate), piacente (laddove non importano i gusti personali ma il profilo che le viene attribuito) e passionale (l’unica passione e l’unico “piacere” possibili sono quelli che derivano dal rapporto di potere, il quale implica che alcune categorie di individui, a partire dalle stesse “femmine”, siano subalterne a prescindere); infine, perché esponente politica (la “vera” politica deve essere prerogativa solo dei capi, perlopiù maschi, oppure di donne “rudi” e maschili; non certo delle folle, altrimenti osannate, che invece, per definizione, "sono femmine"; e se le collettività debbono essere ricondotte alla loro "minorità femminile", Boldrini allora non può essere che un "utero che parla", quindi una pericolosa deviante). Un ulteriore elemento – più sottile e, alla resa dei conti, maggiormente pericoloso – è però il discredito che si intende costantemente gettare sulle funzioni istituzionali.

 

5.         Se c’è qualcosa che nel populismo di ogni latitudine e longitudine va a braccetto con la deificazione del “popolo”, titolare di una sorta di adamitica ragione, è infatti l’avversione per le mediazioni e, quindi, per la complessità dei ruoli istituzionali. Tutti ricondotti a una sorta di patologia, essendo nella percezione altrui non lo strumento e il prodotto della negoziazione dei conflitti bensì il segno della degenerazione di una “comunità” altrimenti “perfetta” perché in grado di autogovernarsi. Un miraggio venduto come sogno, il quale nasconde un repentino ritorno alla legge del più forte. Il rimando all’“onestà” fa il paio, in questi casi (dove il conflitto non è una dinamica sociale ma una devianza a prescindere) con la visione organicista e corporativa delle relazioni interpersonali. È tipico del pensare fascista il ritenere i conflitti di interesse non come espressione di una fisiologia democratica bensì in quanto prodotto di una escrescenza tumorale (il riferimento all’anatomopatologia non è per nulla casuale), quindi da estirpare alla radice. L’idea del bisturi, peraltro, ha da tempo sostituito in certi ambienti quella del manganello. Secondo questa visione del mondo, il conflitto non deriva dalla differenziazione di interessi bensì da un complotto da smascherare. Per questo è patologico in sé.

 

6.         Questi atteggiamenti, neanche troppo reconditi o inconsci, sono non solo il prodotto dello spirito dei tempi bensì il tracciato di qualcosa di più profondo e carsico, innervato nell'incapacità di imparare a volersi bene e ad affrontare l'altro da sé senza il narcisismo pre-puberale di quei bambinetti che non sono mai cresciuti, quelli che orinano contro il muro per vedere l'effetto che fa. Manca solo il riferimento alle feci, alle attività di deiezione e alle funzioni escrementizie e poi il quadro regressivo è pressoché completo, del pari a un infante in età prescolare che inizi a parlare usando i bisillabici elementari: “pupù, cacca”  e così via. A ciò, tuttavia, si aggiunge anche dell’altro. La regressione a una sorta di analità (e di oralità) di massa è infatti indice di un fantasma che si accompagna da sempre agli stati di minorità affettiva e relazionale, quello del tabù dell’incesto. Il rapporto oppositivo che i detrattori più volgari intrattengono con Laura Boldrini è quello che sussiste tra una madre vista come una donna di facili costumi (la «boldracca», neologismo ripetuto tempo addietro da alcuni followers di Beppe Grillo su Facebook) e una prole al contempo “tradita” e desiderosa di esprimere un possesso carnale che si basa su una duplice violazione, sia del corpo individuale che di quello istituzionale. Boldrini sconterebbe la colpa inemendabile di amare i figli sbagliati, gli immigrati, venuti in  Italia per sottrarre ai veri “figli della nazione” il diritto ai propri beni e alla propria identità. A una madre che viene meno nel suo ruolo di “femmina comprensiva e accogliente” si può allora contrapporre la fantasia della violazione incestuosa. È come il renderle la pariglia per non avere adempiuto alla sua missione “naturale”. Il primo nesso che storicamente deriva è il rimando al triste motteggio neofascista che recita: «il 25 aprile è nata una puttana, l’hanno chiamata Repubblica italiana», rinnovato in più occasioni e ancora rinverdito nella polemica contro i «partiti» e i «politici», gli uni e gli altri colpevoli di introdurre divisioni insanabili nel corpo altrimenti unitario della «nazione» e dei «cittadini». A chi è indicato al pubblico ludibrio come alfiere di questa separazione non si può rispondere altrimenti che con la sopraffazione da penetrazione. Riprendiamoci le istituzioni, così come si fece ai tempi delle sollevazioni popolari, entrando letteralmente dentro di esse e “possedendole”. Una sorta di tribunale permanentemente convocato per emettere sentenze di indignazione. Questa è la vera rivoluzione che il populismo promette. Non l’emancipazione come processo di trasformazione reale di sé, oltre che degli altri e, con essi, delle condizioni della vita associata, ma una sorta di commistione tra i cascami dell’ideologia proprietaria (“padroni in casa nostra”, “riprenderci il maltolto” come anche “ci rubano il lavoro” e altro ancora), un identitarismo che coniuga un bislacco campanilismo al panico agorafobico da globalizzazione, la ricerca di “radici” intese non come genealogia di sé ma in quanto zavorra per sentirsi attaccati a qualcosa. La reificazione è totale e coinvolge quindi la sfera della carnalità come della sessualità. Non potrebbe essere altrimenti.

 

 

7.         Non è un caso, allora, se questi atti sessisti, al contempo di aggressione e di regressione implichino non solo un obiettivo, la donna politicamente impudica contro la quale scagliarsi, ma anche un contraltare affermativo, il maschio “sano” e popolare. Se il quadro di riferimento è la ricostituzione del senso di appartenenza a un’entità comunitaria, tribalistica, allora l’uomo normotipo, raffigurato del “capo” rassicurante, è un altro soggetto imprescindibile. Si tratta di una vera e propria dialettica degli opposti che, in qualche modo, si completano: non se ne dà uno se, da subito, non si presenta anche l’altro. L’immagine estiva di un Matteo Salvini ruspante, sorridente, alla mano, eternamente circondato da una piccola folla festante, una claque di astanti, molti dei quali propensi a farsi immortalare insieme a lui in un selfie improvviso e, quindi, “spontaneo”, è l’icastica raffigurazione di questo stato di cose. C’è un nesso inscindibile tra l’algida estraneità che viene attribuita a Laura Boldrini, la borghese che predica l’accoglienza a “nostre spese”, e la calorosa prossimità che viene esibita dall’ancora giovane ma “popolare” Salvini. Il secondo ammonisce la collettività sulla pericolosa distanza che anima la prima, «tarata mentale» (così nel comizio ad Arcore del primi giorni di agosto) sulle questioni dell’immigrazione. La sinistra, quel che di essa resta, dice il leader della Lega, è quanto di meno sociale vi sia sulla piazza. Se l’unica società possibile è quella dell’assedio, ovvero del perimetro identitario che va difeso a oltranza (non importa quale sia, può mutare a seconda delle circostanze e delle necessità del caso, comprendendo l’Italia intera o la sola «Padania», basta che sia sufficientemente accogliente per chi può riconoscersi in esso), allora Boldrini rappresenta la differenza che sancisce la diffidenza. È la concreta rappresentazione di ciò che spregiativamente viene altrimenti liquidata come “Gauche Caviar”, la sinistra dei salotti e degli apericena, che ha tradito la sua missione, quella di raccogliere e rappresentare gli interessi di una collettività smarrita. Ciò facendo, la sinistra è di per se stessa un corpo estraneo. Del pari agli immigrati, ai quali ha aperto non a caso le porte, e quindi anche al corpo del presidente della Camera, che quelle porte continua a sforzarsi di mantenerle aperte. La Lega di Salvini trova qua il suo punto di equilibrio simbolico: nel suo dichiararsi l’unica raffigurazione di società possibile, quella che diventa tale nel momento in cui vuole consapevolmente depurarsi dalla contaminazione in atto a causa delle migrazioni prodotte dalla globalizzazione, essa rinnova una delle più autentiche istanze del fascismo di sempre, dell’Ur-fascismo, ovvero l’interclassismo fondato sulla trasversalità della paura. Non di meno, in accordo a ciò, recupera alcune parole di mobilitazione che appartenevano all’arsenale concettuale e comunicativo di una sinistra che si è oramai perduta nelle vaghe periferie di un neoliberalismo senza anima, dove gli individui vengono abbandonati al loro destino.

 

8.         Su Salvini e sul suo “presupposto di irresponsabilità” (dico sul serio ma parlo come la “gente”, non dovendo rispondere degli effetti del mio affermare se non davanti alla gente medesima), che ha sostituito in politica il principio-speranza di cui parlava un filosofo come Ernst Bloch, si scriveranno trattati nei tempi a venire. Ha un futuro, essendo un personaggio navigato, capace di attraversare i marosi della Lega e in grado di capitalizzare il tramonto dei Bossi. Soprattutto, è un uomo di questi tempi, quelli della politica sospesa tra populismi, identitarismi e comunitarismi più o meno fondamentalisti. In quanto politico di lungo corso, nonostante la patina di “nuovismo” della quale si ammanta (altra retorica ricorrente nei discorsi di questi anni), ha costruito le sue fortune, dall’inizio degli anni Novanta, su uno studiato candore che è riuscito a fare emergere come la proiezione della non meno presunta genuinità del “popolo”. Si presenta nella sua natura di “capitano”, ovvero oracolo del comune sentire. E il comune sentire ha già sanzionato il paternalismo, il sessismo e la dipendenza (di qualsiasi genere essa sia) come gli orizzonti di ritorno delle nostre società. Salvini è il vero approdo nostrano di una parte della Nouvelle Droite, nata e cresciuta in Francia ma ben presto diffusasi, anche come risposta insofferente al nostalgismo e al reducismo di quella depositaria dei trascorsi fascisti e collaborazionisti, anche nel Continente europeo. Dai vagheggiamenti metapolitici, dall’elitarismo aristocratico, dal compiacimento intellettualistico fino a sé, in una parola dal «mito incapacitante» che fondava l’impossibilità di tradurre la pulsionalità giovanilistica che l’accompagnava in una coerente linea d’azione, ora può trasfondersi in un processo politico continuativo. In continuità con il pensiero di colui che è e rimane la matrice della destra radicale a cavallo tra due secoli, Alain de Benoist. Il comunitarismo differenzialista, la visione al contempo corporativa, gerarchica e suprematista dei rapporti tra gruppi etnici, la congiunzione tra minaccia ed emergenza come tratti persistenti delle relazioni sociali, sono tra i punti di sintesi di un lungo percorso, dagli anni Sessanta in poi, che promette di proseguire godendo parassitariamente dai benefici derivanti dallo sfaldamento progressivo della coesione sociale. Il leader della Lega è capace di volgarizzare questi temi introducendoli e diffondendoli nella discussione quotidiana. Cosa che, a onor del vero, a molti altri non è capitato in sorte. Per Salvini, infatti, il nesso tra politica (come strumento di identificazione e raffigurazione degli interessi) e geografia (la centralità del territorio in quanto spazio antropico e relazionale) è incontrovertibile.

 

9.         Si tratta, a ben vedere, di una sorta di reciproco speculare dei discorsi neoliberali su Tina, “There’s no alternative!”: alla falsa meritocrazia, alla finta efficienza, alla sperequazione crescente giustificata come un processo “naturale” e non in quanto costruzione sociale, si risponde invitando le società che si sentono abbandonate a sé a praticare le vecchie, “sane virtù” della prevaricazione. Anche in assenza di reali capacità e strumenti in tal senso. È uno dei noccioli della demagogia contemporanea. Il miracolo dei Salvini è di rispondere all’opacità dei processi di accumulazione e all’invisibilità dei ceti arricchitisi nel mentre – due elementi che scompaiono totalmente dalla scena sociale e territoriale; le élite globali non intendono presidiarla né tantomeno governarla – con l’invito a una permanente lotta sociale capovolta, esercitata contro i più poveri. Questi ultimi, infatti, visibilissimi, quasi esibiti pressoché ogni giorno dai mezzi di comunicazione, sono anche tangibili nel disagio di cui diventano portatori. Non di meno, si insediano nei territori di quei segmenti delle nostre società che stanno vivendo sulla loro viva pelle il proprio declassamento. Alimentandolo come si fa con uno spettro che assume corpo. Il trasformarli in minaccia permanente è un capolavoro politico, per più aspetti.

 

10.      Detto questo, e ritornando a un altro ordine di considerazioni, quando si parla di “fascismo” – da non accostare immediatamente ai populismi – ci si riferisce di certo a una condizione storicamente determinata ma non necessariamente al suo identificarsi in un regime specifico, compiuto e ultimativo. Sul piano storiografico ciò non sarà molto corretto ma la dimensione antropologica è forse quella che più interessa al giorno d’oggi. Non si tratta, va da sé, di un generico stato d'animo bensì di una disposizione materiale, simbolica e morale che, nell'età contemporanea, ha trovato addentellati con alcuni sistemi politici e determinate società (o momenti della loro evoluzione). Il fascismo ha a che fare, quindi, con diversi problemi, più che mai aperti, cioè a noi contemporanei, dalla costruzione del consenso agli effetti di ritorno dei processi di “nazionalizzazione della masse” e di spersonalizzazione individualizzante fino all'occultamento dei rapporti di forza. Su ognuno di questi temi – e altri ancora – si potrebbe riflettere a lungo. È tuttavia certo che i movimenti fascisti organizzino gruppi sociali che non sono in grado di autorappresentarsi (nel senso di trovare solide figure e adeguate istanze in grado di tutelarne gli interessi, dei quali spesso sono invece inconsapevoli portatori). Almeno in certe contingenze storiche. Così ciò che un tempo era definito come “sottoproletariato” (la questione era molto chiara all’allora sinistra marxista, molto meno ai “progressisti” di oggi, debitori di una visione neoliberale delle società dove i soggetti collettivi spariscono) del pari alle cosiddette “classi medie” allo sbando o in via di declassamento. La forma con la quale si dà un comune timbro a individualità in dissolvenza è il rancore che si trasforma in (diritto alla) rivalsa. Si tratta, a stretto giro, di un ritorno alla riduzione degli individui a quel fascio di reazioni intercambiabili che si basano sull’istigazione all’istintualità della quale parlava la Hannah Arendt. I fascismi, infatti, aborrono l'eguaglianza ma cercano spasmodicamente di offrire l'uniformità. L'uniformità è istinto del branco, accomunato dalla condivisione di una paura che viene convertita in qualcosa d'altro. Ossia in energia mortifera, di prevaricazione prima e di auto-annientamento poi. La potenza dei fascismi è, infatti, quella di ricondurre l'individuo spaesato, spiazzato, “spiaggiato” verso una meta premiante, ancorché illusoria. Nella figura narcisista del capo si rispecchia il piccolo narcisismo degli eterni anelanti a una qualche rassicurante omologia.

 

Cosa c’entra tutto ciò con Matteo Salvini e con Laura Boldrini? Apparentemente molto poco. Concretamente molto di più di quel poco. Applicare una etichetta esclusivamente demonizzante, rifacendosi al passato del nostro Paese, e dell’Europa, non aiuta a capire cosa stia avvenendo. Bisogna semmai ragionare sui sedimenti di ciò che è trascorso. Salvini, nella sua finta disinvoltura contro Boldrini, rivela la sua vera vocazione, quello dello sdoganatore e del legittimatore di atteggiamenti altrimenti censurabili. Un passo all’indietro, in buona sostanza. In buona compagnia con una parte del Movimento cinque stelle di Beppe Grillo. Sono segmenti carsici non di un qualcosa che ritorna ma di un substrato di regressioni cha mai sono venute meno. Quando si organizzano stabilmente in un comune sentire politico allora qualche domanda è legittima farsela. Senza per questo avere risposte preconfezionate. Ritornano quindi in mente le parole, preveggenti e proverbiali, di un Gramsci che diceva del suo tempo, nel mentre correva l’anno 1921: “Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano”. La storia non si ripete, i suoi moventi, a volte, invece sì.

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