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Sessantenni nello specchio del coronavirus

Ti viene da pensare al Diario della guerra del maiale dopo l’invito dell'assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera rivolto agli over 65 a non uscire di casa per prevenire il coronavirus. Ci si sente sotto attacco, c’è poco da fare, sembra che il sistema si scateni come i giovani di Buenos Aires del racconto di Bioy Casares che per una settimana cercano di eliminare “i maiali”, cioè tutti coloro che hanno più di cinquant’anni. E tu, come “i maiali”, sei costretto a difenderti nascondendoti e fuggendo le tue stesse abitudini.  Ma come, dice Lella Costa: “Noi, i figli del boom, siamo carne di cannone quando impongono di non andare in pensione, di lavorare sempre più, di rimboccarsi le maniche e anche di contribuire a mantenere figli e nipoti. Poi, arriva questa malattia e ci dicono, in sintesi, che siamo cagionevoli ed è meglio tenerci a casa. In realtà, mi sembra che questa Milano sia piena di settantenni in forma, consapevoli, capaci di prendersi cura della loro salute. Perciò viene un po' da ridere, all'invito a stare chiusi a casa.” (intervista in Repubblica-Milano del 04.03.2020). 

 

A un “esame di realtà” le ragioni della scienza sono evidenti e ineccepibili: le statistiche a disposizione dicono che oltre quell’età si è più cagionevoli in generale e, oggi in Lombardia, più esposti al contagio del coronavirus in particolare. Per questo è bene evitare di andare in giro rischiando di essere contagiati e/o di intasare le strutture sanitarie che abbiamo a disposizione. Ma le cose, evidentemente, non si possono risolvere con un semplice dato quantitativo poiché in gioco, a questo punto, c’è il nostro intero sistema di vita a cui, pur con tutte le sue magagne, siamo attaccati. Se poi in discussione c’è la dimensione della vecchiaia, il tema diventa assai controverso, e in effetti con Lella Costa “viene un po’ da ridere”.  L’invito a stare in casa è una promessa che ci viene fatta di una rapida riconquista di benessere? O è una minaccia, un “togliti dai piedi che se ti ammali ci costi troppo”? Tutto funziona finché tutto funziona, certo, ma quando le turbolenze di un sistema arrivano in forma incontrollabile subito sbattiamo il muso contro le contraddizioni più o meno latenti in cui viviamo. 

 

I boomer sono tanti e sono una generazione che sta sperimentando per la prima volta nella Storia una condizione di invecchiamento del tutto nuova basata su longevità e benessere economico. Sono individui che hanno potuto uscire dai protocolli culturali che erano caratteristici del passato fino alla seconda guerra mondiale (famiglia patriarcale) e sono riusciti a prendere in mano il loro destino socio-affettivo e a governarlo fino in fondo. Sono dei “vecchi liberati”, che non obbediscono più ai doveri stabiliti dalla tradizione, obbediscono solo ai propri convincimenti e desideri non facilmente omologabili. Il fatto di continuare, anche oltre una certa età, a credere di poter determinare in misura significativa il proprio futuro pone i “vecchi liberati” al centro della propria vita. 

Scoprire ora, brutalmente, di poter essere collocati al di sotto di questa soglia di autodeterminazione penso possa costituire un vero e proprio, concreto, spavento culturale. Percepire, sia pure a fronte di un serio problema di salute collettiva, di poter essere messi da parte, è per i boomer, in qualche modo, un affronto sociale. Sembra di essere passati repentinamente dalla tranquilla “statica” del decorso naturale di una nuova vecchiaia, alla necessità di una “dinamica” reattiva che fa prefigurare una società dove la vecchiaia potrebbe forse dover essere contesa e conquistata come un diritto. 

 

 

È un passaggio cruciale quello che stiamo vivendo: in pochissimi giorni ci ritroviamo un qualche cosa che ci inchioda alle nostre responsabilità, una minaccia alla nostra salute che sembra quasi l’effetto delle nostre scelte economico-politiche globali. E il pensiero che le mutazioni climatiche e ambientali che sono in corso possano a loro volta introdurre le condizioni di altri sconvolgimenti della salubrità del mondo non è più così peregrino. Dopo tutto viviamo nel regno di Bios. Questo pensiero destabilizza soprattutto chi si sente inequivocabilmente classificare come l’anello debole della catena, debole ancorché essenziale. Se poi focalizziamo l’analisi sull’Italia dove gli equilibri demografici sono fortemente a rischio – cosa che si ripete ormai da anni, ma che viene ancora colta come un semplice rilievo statistico o poco più – la scossa nervosa di questi giorni appare ancora più violenta, la conflittualità tra popolazione giovane e “i maiali” con il loro peso eccessivo su una bilancia economica sfavorevole alle nuove generazioni rischia oggettivamente di aumentare.

 

La vecchiaia, soprattutto quella più recente, si sta muovendo in un terreno di ricerca (vedi OK, BOOMER!), i vecchi più giovani si stanno misurando con le molteplici opzioni che la società occidentale offre loro, ma il tutto avviene in un quadro complessivo di fragilità, di titubanze culturali, di insicurezze psicologiche, di nuove problematicità (pensiamo, per esempio, all’enormità delle nuove solitudini). Se in un simile quadro arriva un meteorite inaspettato che rapidissimamente rimette in discussione ogni cosa e costringe a rivedere, ancora, il paradigma (chiamiamolo così) è facile immaginare una ripercussione scomposta e irrazionale. L’“infezione psichica” che ci sta colpendo (Luigi Zoja in Paranoia e virus dà tutti gli elementi sostanziali di riflessione in merito) costringe certamente a rivedere la narrativa sociale, e di conseguenza della vecchiaia. Quello che conta, credo, è l’attenzione alla soglia di umanità che qualunque comportamento (economico, politico, psicologico) dovrebbe rispettare. 

 

Ora chiudo il pezzo, mi mancano 58 giorni al compimento dei 65, sono in casa, come previsto, me ne andrò a fumare un sigaro nel mio ampio terrazzo, a guardare i monti e la città, passeggiando, come se niente fosse, ma poi io esco, perché “ci si dovrebbe fidare un po' di più delle persone, molti di noi sanno che cosa è giusto fare", come dice Lella Costa. 

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