Tradurre in classe

Il progetto del Traduttore in classe e, nello specifico, la pubblicazione del racconto di Jack London L’apostata testimoniano una scommessa: portare i temi della traduzione e la pratica del tradurre in tutte le articolazioni dell’obbligo scolastico, ossia a studenti che si stanno formando e, per lo più, non sono ancora approdati a una scelta lavorativa precisa. Non sono studenti universitari né allievi di master e scuole per i mestieri dell’editoria, a volte non sanno se non vagamente che cosa sia la traduzione, chi siano i traduttori e in cosa consista il loro lavoro; quasi sempre il loro unico esercizio di traduzione si identifica nella temibile versione di latino e greco, esercizio in cui sono chiamati essenzialmente a dimostrare la loro conoscenza delle regole grammaticali senza preoccuparsi della vitalità o efficacia della resa. Non sanno che il tradurre è un atto creativo che li rende “autori aggiunti” o vicari rispetto al testo originale, e presuppone un lavoro di immersione nella lettera, intesa come carne della parola, una comprensione profonda che è anche un gesto ermeneutico, una possibilità interpretativa, e una ri-creazione, nella lingua d’arrivo, di una voce che sappia restituire le sfumature e le specificità dell’originale, ma che possieda anche una sua autonomia, una bellezza e un’armonia sue proprie.

 

Non immaginano quanto sia faticoso ed entusiasmante questo percorso, quanto li possa condurre lontano dalle loro certezze e mettere di fronte ai limiti del proprio lessico e del proprio bagaglio culturale. Attraverso la traduzione imparano a convivere con il dubbio, apprendono l’arte dell’attesa, si confrontano con l’alterità, con quello che è lontano e per definizione incomprensibile, accolgono il paradosso di un’attività impossibile ma proprio per questo necessaria, interrogano se stessi e gli altri per comprendere e mettersi in discussione, cambiano prospettiva, atteggiamento, postura, identità, sguardo sui molteplici aspetti del mondo. Ecco che la traduzione come attività linguistica, ma soprattutto culturale, determina la formazione di identità mobili, meticce, aperte all’incontro e alla contaminazione, inventa un linguaggio necessario fra le lingue, un linguaggio comune a entrambe ma che non coincide con nessuna delle due, in qualche modo imprevedibile, a volte arriva persino a infiammare gli animi e porta alla rivendicazione di diritti negati, come per questo racconto di Jack London.

 

L’Apostata di Jack London (uscito in rivista nel 1906 e poi pubblicato in volume nella raccolta When God Laughs and Other Stories, del 1911) è una parabola sul lavoro minorile nelle fabbriche d’America, nutrita dei ricordi autobiografici dell’autore stesso. In uno stile teso, contratto, London restituisce con efficacia la fatica e la frustrazione di un bambino che a dodici anni lavora con sua madre nelle fabbriche tessili di San Francisco, con orari massacranti, senza protezioni per la salute, esposto al freddo e alle prepotenze dei sorveglianti, nonché sbeffeggiato dai suoi fratelli più piccoli. Al documento sociale – àmbito in cui lo scrittore era maestro – si unisce qui il disegno di un carattere ribelle e del risveglio di una coscienza: a diciotto anni il protagonista Johnny, ormai divenuto insensibile come una macchina, conta tutti gli innumerevoli movimenti che ha compiuto nelle ore passate in fabbrica e decide di fermarsi, di divenire un uomo orizzontale, cioè di propugnare una sua “eresia” individuale sottraendosi alla religione del lavoro che regge la retorica di sfruttamento dei suoi padroni. Così L’Apostata diventa un vivido antefatto per Martin Eden, uno dei capolavori dello scrittore morto nel 1916; nello stesso anno viene promulgato il Keating–Owen Child Labor Act, noto anche come Wick’s Bill, una legge che proibiva alle aziende di impiegare il lavoro minorile poiché dannoso per i bambini (la legge viene poi dichiarata incostituzionale, ma rappresenta un passo importante nella lotta allo sfruttamento del lavoro minorile negli Stati Uniti d’America, abolito in via definitiva nel 1938). 

Nel sottrarsi, con un atto di deciso distacco, alla falsa coscienza della sua epoca, anche Johnny traduce se stesso verso l’ignoto, lasciandosi alle spalle quel che conosce troppo bene e che non nutre più la vita. 

 

 

Durante il laboratorio a scuola, che si è tenuto in modalità a distanza, gli alunni sono stati suddivisi in piccoli gruppi, ognuno coordinato da una coppia di docenti, e a ogni gruppo è stato assegnato un brano del racconto. I ragazzi e le ragazze del corso hanno dunque tradotto la loro parte del testo e le docenti hanno fatto una prima revisione; poi, durante le dieci ore del corso, si sono confrontati con i loro compagni, le professoresse e i traduttori su alcuni degli elementi fondamentali del racconto, ragionando insieme sulle difficoltà della traduzione, sui problemi della resa, sulle sfumature emotive e culturali di ciascuna scelta linguistica. Alla luce di queste considerazioni, gli studenti hanno poi rilavorato sulla loro parte di traduzione e le insegnanti hanno provveduto a un’ulteriore revisione.

 

A quel punto le pagine sono passate nelle mani dei traduttori responsabili del corso e del progetto, che hanno compiuto la loro revisione definitiva, occupandosi della cura del testo. Un lavoro che è durato mesi e, dalla originaria coralità di voci e prospettive, ha portato – attraverso il dialogo, il confronto, l’ascolto, la negoziazione e lo scambio dei ruoli – a una voce omogenea, uniforme, certo, ma che contenesse comunque, in filigrana, questa pluralità, questa polifonia del processo traduttivo. Una voce, come succede sempre in ogni traduzione (ancora di più se è collaborativa) che ci ricorda che la traduzione non è un atto linguistico finito, inchiodato a una forma fissa, ma un processo culturale in divenire. «Il progetto di traduzione collaborativa mi ha dato una mano a scegliere la facoltà universitaria a cui iscrivermi», ha detto all’esame di maturità Anastasia Mininno (una fra le partecipanti al laboratorio), mentre un altro studente, Walter Guardiani, che adora Lovecraft e ne possiede varie versioni edite in italiano, sta immaginando di seguire la strada della traduzione. «Credo che traducendo si possa condividere con gli altri lo sconforto e lo stato d’animo di un autore per le ingiustizie nel mondo, come per me è stato mentre traducevo questo bel racconto. L’importante è seguire la guida del dizionario ma anche immaginare la condizione mentale dell’autore, il contesto storico e sociale dell’opera, ascoltare il ritmo e la musica dell’originale, sapendo che comunque tradurre è una parziale riscrittura del testo». 

 

La traduzione presuppone che le due lingue, quella del testo di partenza e quella del testo di arrivo, si ascoltino, si comprendano e si accordino, ed è proprio per questo che la traduzione collaborativa potrebbe considerarsi la forma più alta di traduzione.

Ogni traduttore professionista sa che tradurre significa ascoltare l’altro, e che ascoltare l’altro significa accettare che la verità dell’altro, dell’altrove, si opponga alla nostra verità. È per questo che la traduzione collaborativa è la forma più alta e ardua di traduzione, perché moltiplica le voci, le orecchie, gli sguardi, le sensibilità, le verità, i punti di vista, amplifica questo esercizio di pace e democrazia che è ri-dire nella nostra lingua le parole di un altro.

 


Infatti il momento del laboratorio in cui si decide quali parole mettere a testo nella traduzione evoca il mondo della discussione democratica, le voci incrociate dell’agorà, i processi decisionali del parlamento; le opinioni lasciate da parte, o giudicate infine non adottabili, non sono in alcun modo “ferite” od offese. La critica di una proposta traduttiva da parte del docente non deve configurare un “trauma”, ma un invito ad approfondire, a complicare i piani e le pieghe del pensiero.  

La traduzione, infine, ci appare non come riproduzione di qualcosa di già dato, sovrapposizione o mimetismo utopico, ma come risposta a una domanda del testo, il quale, nella sua inesauribilità consegnata al tempo, ci dice che siamo creature in metamorfosi, che riconoscono l’alterità e traducono se stesse in altro, capaci di vedere nello specchio della parola scritta e tradotta l’espansione del nostro spazio di conoscenza, le forze che agitano la storia presente, le loro radici, i loro possibili riflessi in noi e dopo di noi.  

 

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Quattro anni fa, dalla collaborazione tra un festival dedicato ai libri e a chi traduce e alcuni Istituti Comprensivi marchigiani, è nato Il traduttore in classe: la voce dell’altro, un progetto che porta tra i banchi di scuola, dalla primaria ai licei, i traduttori editoriali. Con il tempo, il progetto è cresciuto e ha coinvolto nuove realtà, tra cui una piccola casa editrice di Recanati, Giaconi Editore. Frutto di questa nuova collaborazione, e del workshop di traduzione nel liceo “Da Vinci” di Civitanova Marche è la pubblicazione di un racconto di Jack London, L’apostata, con cui si inaugura anche una nuova collana della casa editrice, i “Quaderni del Traduttore in classe”, che d’ora in avanti pubblicherà le traduzioni del progetto

L’articolo riporta e rielabora brani della prefazione al libro di Jack London, che sarà presentato il 1° agosto a Pedaso (FM) nell’evento conclusivo del festival BookMarchs – L’altra voce, dedicato a chi traduce professionalmente per l’editoria. La realizzazione del progetto ha ricevuto un contributo dall’Università IULM di Milano (Progetto di Ricerca “La traduzione collaborativa” del Dipartimento di Studi Umanistici).

Tutte le informazioni sul festival sono sul sito.

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