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Trasparenza tra visibile e invisibile

Prima o poi capita a tutti di suscitare l’ilarità dei presenti andando a sbattere contro una porta di vetro, che, a causa della sua perfetta trasparenza, non appare visibile allo sguardo. Questo inconveniente accade perché, diversamente dai corpi opachi e da quelli lucidi, i corpi trasparenti possiedono la proprietà ottica di farsi attraversare dalla luce e di consentire, quindi, all’osservatore di vedere molto chiaramente anche gli oggetti che sono al di là del corpo rifrangente.

Nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso il termine trasparenza divenne improvvisamente molto popolare, entrando nei dibattiti sociali e politici di gran parte dei paesi occidentali ed orientali. Il significato che gli veniva attribuito, però, non era quello letterale di fenomeno ottico, bensì quello molto più allusivo di svariati traslati metaforici: “accesso”, “chiarezza”, “apertura”, “partecipazione” alla programmazione ed alla gestione di tutti gli atti che governano e decidono la vita sociale, politica ed economica dell’Unione sovietica di allora. Il responsabile di questa trasformazione semantica fu Michail Gorbaciov, il nuovo segretario del PCUS eletto nel 1985, che indicò la “glàsnost” come parola d’ordine del suo innovativo programma di riforme.

 

Anche se la traduzione di “glàsnost” con “trasparenza” non è del tutto precisa, poiché viene fatta derivare dall’assonanza che ha con il termine inglese “glass”, che significa vetro. A sua volta il termine trasparente deriva dal latino transparens -entis (composto da trans- «trans-» e parere «apparire») e lo studio della moltitudine di aspetti e modificazioni che questo singolare fenomeno di interazione della luce con la materia produce ha reso necessaria la nascita di una scienza specifica: la diottrica (dal greco διοπτρική -τέχνη), un ramo dell’ottica geometrica che ha per oggetto, appunto, la rifrazione della luce e le sue applicazioni. Ogni fenomeno di rifrazione implica una deviazione del percorso dei raggi luminosi nel punto in cui entrano in contatto due mezzi trasparenti di differente densità, come potrebbero essere l’aria e l’acqua. Un fenomeno molto particolare di trasparenza si produce quando la luce attraversa un mezzo la cui densità, variando gradualmente in una data direzione, imprime una singolare curvatura alla traiettoria dei raggi luminosi: è quanto avviene regolarmente nell’atmosfera terrestre. È proprio da fenomeni analoghi di rifrazione continua che hanno origine alcuni dei più spettacolari miraggi ottici. 

 

La trasparenza è l’unica possibilità che ha la materia per farsi attraversare dallo sguardo di chi la guarda e consentirgli di accedere al suo interno e a ciò che staziona al di là di esso. Rivela un luogo in cui la luce riesce a con-fondersi con la materia, non essendo più respinta, né assorbita, ma fatta passare affinché essa stessa diventi lucente, accendendosi dall’interno. D’altro canto anche la luce trova nella trasparenza della materia l’unica condizione per mostrare un’anima sensibile e conferire una presenza visibile al suo essere. Come le vetrate delle cattedrali documentano la trasparenza favorisce una effettiva comunione della luce con la materia, perché impone ad entrambe una trasmutazione ontologica: la luce accende la materia al punto da farle irradiare un’intrinseca luminescenza, dando luogo ad un fenomeno molto differente da quando viene parzialmente assorbita o riflessa dalla superficie esterna, che le impedisce di accedere alla sua natura più intima. Nel mentre che la materia si fa luce, la luce si fa colore e acquista una densità tangibile. Il progressivo aumento del grado di trasparenza può portare la materia ad accedere ad un vero e proprio processo di trascendenza del suo essere, conducendola al limite della sua smaterializzazione, al punto più prossimo allo stato della purezza spirituale, divenendo invisibile.

 

Il processo stesso della visione non potrebbe svolgere le sue insostituibili funzioni percettive e cognitive se non esistesse la trasparenza: tutti i principali elementi anatomici coinvolti in questo processo presentano un diverso grado di trasparenza (la cornea, il cristallino, gli umori acqueo e vitreo, la retina) l’unico elemento opaco, situato nel fondo del bulbo oculare è l’epitelio pigmentoso (tapetum nigrum), o parete cieca, predisposta ad assorbire i raggi riflessi al suo interno che non partecipano alla formazione della sensazione visiva. Si può affermare con certezza che senza la trasparenza non ci sarebbe la visione. Oltre a caratterizzare la struttura fisiologica e anatomica degli organi che compongono l’occhio la trasparenza assume un ruolo decisivo anche nel processo psichico della visione. Vediamo in che modo. 

Tra il visibile e l’invisibile si situa, in qualità di anello di congiunzione e intermediazione tra questi due mondi antitetici e contrapposti, lo stadio del vedibile. Uno stadio immanente di visibilità in potenza, sottesa ed estesa al di qua e al di là del visto: si manifesta come l’inattesa e improvvisa apertura, come un’ulteriore dilatazione e perspicuità del senso di quanto appare evidente.

 

I suffissi aggettivali deverbali (ibileabile) conferiscono ai verbi guardare e vedere la possibilità di transitare da una condizione in atto a quella in potenza, che, così come suggeriscono le due categorie aristoteliche, equivale a concepire il vedibile e il guardabile carichi di aspettative, che dilatano il proprio orizzonte interno e amplificano le soglie percettive dei soggetti vedenti, favorendone l’attenzione visiva e predisponendoli a intravedere, a scorgere e farsi sorprendere dal non visto perennemente latente nel già visto. L’intrinseco statuto di imprecisabile determinazione, o ineffabilità propria dell’intravisto o del vedere indistintamente e di un ricorrente avverarsi e rivelarsi di ciò che permane potenzialmente e incessantemente inesauribile nella visione in atto, ha un suo equivalente fisico nel fenomeno ottico del diafano, nelle sue indefinite declinazioni e sfumature di senso che riesce ad evocare quando cessa di denotare una proprietà e si fa carico di indicare un mezzo, un milieu. Il diafano non è un’accezione o un grado di trasparenza, (come viene ben tematizzato in una serie di saggi inclusi nel volume curato da Chiara Casarin ed Eva Ogliotti. Diafano. Vedere attraverso. Zel Edizioni, Treviso 2012) la sua origine rivendica “un vedere attraverso” che racchiude in sé il “moto” e il “modo” -διά- caratteristico di qualsiasi percorso euristico. La diafanità è la proprietà ottica di ciò che lascia intravedere; è quel milieu per mezzo del quale si invera un processo di affioramento alla visibilità di qualcosa che in sua assenza non avrebbe avuto modo di manifestarsi.

 

Opera di Inka e Niclas Lindergård.


Il diafano precisa Patrizia Magli nel suo saggio Esiste dunque del diafano, come lo intendeva Aristotele non è riconducibile ad una proprietà esclusiva di alcuni corpi fisici dotati di particolare trasparenza come l’aria o l’acqua o il vetro, ma appartiene in potenza a tutti i corpi sebbene in misura variabile. La diafanità esplicita dunque una visibilità sempre latente dei corpi visibili che si fa vedere o si rende visibile soltanto per mezzo e attraverso l’opera di intermediazione di qualcosa che si interpone tra la cosa guardata e lo sguardo dell’osservatore. Per l’autrice il diafano si costituisce come la metafora dell’atto stesso del vedere che non si stabilizza mai in una visione certa, trasformando la contemplazione in un esercizio che non si libera mai dell’incertezza.

 

Nondimeno anche i differenti gradi di trasparenza ottica di un copro si prestano esemplarmente a fenomenizzare il passaggio, la transizione continua e reversibile tra il visibile e l’invisibile: quanto più elevato è il grado di trasparenza di un materiale tanto più appare visibile ciò che sta al di là di esso. Questo incremento di visibilità dell’oggetto intravisto, però, porta con sé anche un incremento contrario dell’invisibilità dello stesso materiale trasparente: la visibilità dell’uno comporta la scomparsa dell’altro. Di contro, la riduzione del grado di trasparenza del materiale comporta la progressiva scomparsa dell’oggetto che si trova al di là di esso: si ha qui una evidente dimostrazione che ogni visibile cela ineluttabilmente qualcos’altro, implica l’immanenza di qualcosa di invisibile, ma anche che il diafano è il vero medium della visione. Così come già per la luce, ciò che porta alla visibilità deve essere di per sé stessa invisibile; giacché, diversamente si vedrebbe unicamente il mezzo e non l’oggetto illuminato. Il ruolo che svolge la trasparenza ci impartisce una grande lezione di fenomenologia: nulla è accessibile direttamente ai nostri sensi. Il visibile accede nei nostri occhi non direttamente ma per via di un mezzo che per necessità deve essere di per sé stesso invisibile. La visibilità è sempre mediata da un medium invisibile. Vedere è sempre un vedere-attraverso, il diafano, dice Aristotele. 

 

Oltre alla trasparenza ottica esiste anche la trasparenza fenomenica, poco studiata, ma di fondamentale importanza per la pittura e per le immagini riprodotte su di una superficie piana chiamate a restituire la visibilità di oggetti trasparenti mediante pigmenti cromatici prevalentemente opachi.

Le tecniche pittoriche che permettono di modulare i valori cromatici e luministici dei colori a livelli pressoché impercettibili sono l’acquarello e la pittura ad olio. Il testo di Stefano Poggi (Il colore e l’ombra. La trasparenza da Aristotele a Cézanne; Il Mulino, Bologna 2019) espone una disamina molto accurata della storia delle teorie del colore e della sua visione, all’interno della quale sottolinea anche l’importanza che la trasparenza ha avuto al loro interno. Riprendendo il famoso passo contenuto nella De Pictura di Leon Battista Alberti, l’autore sottolinea che il mito fondativo della storia della pittura moderna si apre con la trasparenza perfetta di una finestra spalancata, oltre la quale appare la scena dipinta in prospettiva. A partire da questo passaggio egli più volte ribadisce l’importanza, o meglio l’essenzialità che la trasparenza percettiva ha assunto nella raffigurazione piana della profondità dello spazio, evidenziando il ruolo ricoperto dal velo prospettico nel primato inattaccabile di restituire la realtà nella sua immediatezza percettiva. Tutto è reso possibile grazie alla trasparenza del velo prospettico, la cui etimologia declina una particolare forma di visione, quella del perspicere (vedere attraverso o in modo perspicuo) e del prospicere (vedere innanzi).

 

Il testo espone un’analisi molto puntuale della storia della visione attraverso la lettura dei trattati di ottica fisiologica e fisica che si sono succeduti nei secoli, a partire dall’Ottica dell’arabo Ibn al-Haytham, noto con il nome di Alhazen, che nell’XI° secolo descrisse l’intero processo della visione in tutti i suoi aspetti fisici, anatomici e psicologici, accludendo efficaci descrizioni e spiegazioni di numerosi fenomeni visivi. La trattazione riprende testi molto noti come il De Anima e De sensu di Aristotele, quelli di Bacone, Grimaldi, Witelo, Grossatesta, Leonardo, Keplero, Newton, Goethe e anche altri meno citati come il testo De rebus naturalibnus libri XXX del 1590 di Jacopo Zabarella e, l’ancor più importante, Opticorum libri sex pubblicato nel 1613 dal gesuita François Aguilon e il Coloritto, or the harmony of Colouring in Painting, che Jacob Cristoph Le Blon pubblicò in inglese e francese nel 1725. Certo, considerata l’importanza che i molteplici riferimenti ai testi svolgono nell’esposizione teorica e auspicando che i lettori possano sentirsi stimolati a fare ulteriori approfondimenti, sarebbe stato opportuno corredare il testo di un apparato di note bibliografiche con relativi rimandi alle pagine dei testi citati.

In nessun’altra epoca il concetto di trasparenza ha assunto l’importanza e la funzione che negli ultimi decenni gli hanno conferito sia le lotte politiche, da un lato, sia l’avvento dei nuovi media digitali, da un altro lato. Mai come in questi ultimi anni il concetto di trasparenza ha travalicato la dimensione fenomenica per assumere quella della metafora più potente del nostro tempo. 

 

Viviamo in una società permeata da mezzi di comunicazione che si avvalgono di sofisticatissimi schermi, monitor, visori e display sempre più sottili e trasparenti al punto da sottrarre alla vista e al tatto la loro seppur labile esistenza fisica e tali da produrre la sensazione che non sia soltanto la luce ad attraversarli ma che consentano perfino ai corpi e agli oggetti che proiettano all’esterno a poter uscire fuori dallo schermo ed avanzare verso l’osservatore, come avviene nelle proiezioni dei film 3D, realizzando in un modo molto più efficace il desiderio originario dei fratelli Lumiére di far percepire agli spettatori la sensazione realistica di essere investiti dal treno in arrivo nella stazione. Le attuali tecnologie visive basate sulle immagini digitali oltre a queste forme di illusioni percettive propongono anche una diversa e opposta forma di trasparenza, ovvero permettono l’attraversamento dello schermo o del display all’osservatore che è spinto a valicare non soltanto con il suo sguardo l’impercettibile confine dello schermo, bensì con il suo intero corpo, immergendosi nello spazio virtuale dell’immagine proiettata. Una volta attraversato lo schermo si ha la sensazione di muoversi ed interagire con gli altri corpi e gli altri oggetti che compongono la virtualità di quello spazio o ambiente visivo e visibile ad un tempo, transitando dal ruolo di spettatore a quello, più attivo, di attore della stessa immagine che si sta vedendo. Questo tipo di tecnologia porta alla condizione di un regime scopico che soltanto il sogno aveva reso possibile in precedenza: quella di vedersi vedere e agire in quel che si vede.

 

Questo tipo di trasparenza porta al superamento del ruolo svolto fin qui dagli schermi e dalla superficie pittorica, elevando il loro statuto da semplice dispositivo ottico a quello di interfaccia o di soglia, la cui duplice funzione, è da un lato quella di consentire l’accesso ad altre dimensioni e realtà, e da un altro lato quella di azzerare quella insormontabile distanza che da sempre ha separato la percezione della realtà dalla percezione della sua finzione. Il che equivale a istituire una continuità tra il reale e l’immaginario, il visibile e il vedibile e l’invisibile, il possibile e l’immaginabile: assistiamo ad una versione moderna della rottura del velo di Iside chiamato a a rivelare i segreti della natura? A chi volesse approfondire queste tematiche rimandiamo all’acuta ed esaustiva trattazione che Pierre Hadot ha esposto nel suo bellissimo saggio (Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura. Einaudi, Torino 2006) 

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Opera di Inka e Niclas Lindergård.