Alfabeto Pasolini

Vasco Rossi è lo stadio

Lo stadio della musica

 

Nella musica rock, il mondo anglosassone rappresenta il principale punto di riferimento. È qui, infatti, che tutto è nato e che continua ancora oggi in gran parte a manifestarsi. Pertanto, un italiano come Vasco Rossi, volendo fare musica, non ha potuto evitare di guardare a quello che era già accaduto negli Stati Uniti e in Inghilterra. L’ha fatto, inoltre, da figlio della provincia minore e di una famiglia non benestante. Una condizione per certi versi simile a quella di Bruce Springsteen, che, proprio per la sua provenienza provinciale, ha scelto di percorrere la via dell’autenticità in musica (Frith, 1990). E anche Rossi, come ha affermato lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, ha avuto un successo che «è spiegabile solo con la sincerità e la generosità del personaggio, che riuscì a interpretare la grande anima rock della provincia italiana, offrendo non tanto un sublime messaggio musicale, quanto piuttosto un atteggiamento, una storia vissuta, una mitologia» (Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Bompiani 1990). 

 

Probabilmente, allora, anche Rossi è stato mosso dalla stessa voglia di riscatto sociale che ha animato il cantautore americano. D’altronde, a 13 anni, per poter studiare, ha avuto la necessità di trasferirsi da Zocca, piccola località dell’Appennino modenese, nella città di Modena, in un collegio di salesiani dove si è diplomato in ragioneria, ma dove veniva solitamente considerato dai compagni una persona di livello inferiore perché proveniente dalla montagna. Però ha saputo reagire e, forse proprio in conseguenza della condizione in cui tanti anni fa si trovava, è diventato in Italia il “cantante da stadio” per eccellenza. È riuscito cioè a riempire sistematicamente con i suoi concerti gli ampi stadi costruiti per le partite di calcio, ed è stato il primo cantante italiano a farlo.

 

C’era stato il precedente di Lucio Dalla e Francesco De Gregori, che nell’estate del 1979 avevano dato vita al tour in sette stadi di Banana Republic, ma poi è arrivato Vasco Rossi, che negli anni Ottanta ha cominciato a esibirsi all’interno di piccoli impianti sportivi e il 10 luglio 1990 si è presentato per la prima volta davanti ai 70.000 spettatori stipati all’interno dello stadio di San Siro a Milano, da poco notevolmente ampliato con la costruzione del terzo anello. Nei decenni successivi ha fatto costantemente registrare sold out negli stadi con i suoi concerti. Nel giugno 2019 ha riempito per sei giorni lo stadio di San Siro, circa 330.000 biglietti venduti, un record mondiale assoluto. Ma si pensi soprattutto al megaconcerto organizzato per i quarant’anni di carriera il primo luglio 2017 al Parco Enzo Ferrari di Modena, un evento che può sicuramente essere considerato il concerto dei record. Con un enorme palco largo 135 metri, una parete di schermi digitali che occupava 1500 metri quadrati e la trasmissione in diretta sul primo canale della RAI e sugli schermi di numerosi cinema italiani, questo concerto ha permesso d’incassare oltre 13 milioni di euro grazie alla vendita dei prodotti del merchandising e dei biglietti acquistati dalle ben 225.173 persone accorse da tutta Italia. Nessun concerto al mondo ha avuto più spettatori paganti di questo. 

 

Rossi, prima di diventare cantautore, faceva il deejay a Punto Radio, una delle prime “radio libere” italiane, che ha cominciato a trasmettere da Zocca il 10 marzo 1975. Di solito, mandava in onda musica da discoteca, ma a volte veniva anche coinvolto in discussioni su problemi giovanili di vario tipo ispirate dai testi delle canzoni. Negli anni successivi ha cominciato a esibirsi nelle discoteche locali e progressivamente si è affermato come cantautore di successo. Così sono arrivati anche gli stadi: a prima vista, questi non sono dei luoghi adatti particolarmente per organizzare eventi musicali. Al loro interno, infatti, l’acustica è di scarsa qualità, le persone sono sedute, ma in maniera scomoda e a volte, dove è presente una pista di atletica, il palco sul quale si svolge lo spettacolo è molto distante dal pubblico seduto nelle gradinate. Eppure, a partire dai Beatles, gli stadi sono progressivamente diventati ovunque per i musicisti e i cantanti gli spazi principali dove potersi esibire. Perciò, anche in Italia oggi sono numerosi i personaggi musicali che li utilizzano con successo, sebbene Rossi, come abbiamo detto, rappresenti un fenomeno unico per la costanza con cui negli scorsi decenni ha continuato a riempirli. 

 

Se i cantanti e i musicisti hanno cominciato a utilizzare gli stadi, è sicuramente per ragioni economiche, ma anche per ragioni di ottima riuscita dello spettacolo. Lo stadio consente infatti di concentrare in uno spazio estremamente limitato ampie quantità di persone. E la musica rock impone di far sentire nei concerti agli spettatori un’energia potente e quasi tribale, anche a scapito della qualità sonora. Un’energia che viene amplificata dalla percezione di essere parte di una enorme folla festante ed eccitata che prova nello stesso momento le medesime emozioni. Il concerto di musica rock, infatti, è in grado di sviluppare un’intensa partecipazione fisica negli spettatori grazie alla capacità di tale musica, in conseguenza del suo ritmo ripetitivo e del suo elevato volume, di produrre un effetto di stordimento e di leggera trance. I corpi degli spettatori sono spinti così a muoversi in perfetta sintonia con la musica e a fare ricorso alla danza, che può consentire di vivere la sensazione di trascendere i limiti dell’abituale condizione materiale e terrena (F. Ferrarotti, Homo sentiens. Giovani e musica. La rinascita della comunità dallo spirito della nuova musica, Liguori 1995). Lo stadio, pertanto, si è rivelato essere particolarmente adeguato alle necessità espressive della musica rock. 

 

 

Vasco Rossi apparentemente non sembra essere il personaggio ideale per un concerto che si svolge all’interno di uno stadio. Come scriveva alcuni anni fa l’intellettuale Edmondo Berselli, «sulle assi del palcoscenico Vasco si muove come un tacchinone, saltando qua e là con balzi che il peso rende meravigliosamente goffi, e quando si avvicina alla chitarra solista, mimando con audacia il riff spalla a spalla con il chitarrista, sembra a tutti gli effetti il ritratto dell’ex giovane che si è lasciato un po’ troppo andare, benché abbia ancora un’ammirevole voglia di provarci» (M. Panarari, Edmondo Berselli. Su Vasco Rossi, FrancoAngeli 2019).

Eppure, è addirittura possibile sostenere che «Vasco è lo stadio», come ha dichiarato con sicurezza uno dei giovani che sono stati intervistati in una ricerca sociologica curata qualche tempo fa da Piermarco Aroldi e Fausto Colombo (Successi culturali e pubblici generazionali, Link Ricerca-rti 2007). Vale a dire che Rossi è il cantante che è riuscito a incarnare più di chiunque altro in Italia l’essenza del rocker e i rocker in tutto il mondo si esprimono al meglio nell’esperienza del concerto dal vivo di massa, nel concerto cioè che si svolge all’interno di uno stadio.

 

Da cosa nasce il successo di Vasco Rossi

 

Evidentemente, se «Vasco è lo stadio», gli spettatori che riempiono gli impianti sportivi dove si è esibito Vasco Rossi non hanno visto quello che lui è, ma soltanto quello che rappresentava ai loro occhi. Come per tutti i cantanti, è fondamentale ciò che il cantautore di Zocca, attraverso le sue canzoni, è riuscito a fare per esprimere un’identità dotata di specifiche caratteristiche. La bellezza fisica di certo non lo ha aiutato: è calvo da tempo, è dotato di una evidente pancetta e presenta un aspetto fisico che lo allontana enormemente dalla classica figura della rockstar affascinante che seduce folle di ammiratori adoranti. Inoltre, col passare del tempo, ha irrimediabilmente perso anche quell’energia fisica che era in grado di esprimere nei primi anni della sua carriera.

 

Eppure, da decenni piace moltissimo a tanti italiani. Come può essere spiegato allora il suo successo particolarmente intenso e duraturo? Berselli ha sostenuto che Rossi «ha impersonato per primo l’emiliano post-ideologico, privo di certezze politiche o sociali, e che proprio in quanto tale […] è divenuto l’emblema di alcune generazioni che hanno sofferto le stesse perdite» (E Berselli, Quel gran pezzo dell’Emilia, Mondadori 2004). Generazioni cioè che hanno smarrito i loro principali punti di riferimento e si sono messe alla disperata ricerca di verità in cui poter credere. 

Rossi ha avuto dunque la capacità di rappresentare un modello di riferimento particolarmente efficace e coinvolgente: quello di chi non è soddisfatto della realtà che ha davanti e vuole sentirsi pienamente libero di soddisfare i suoi bisogni personali.

 

Vuole cioè rifiutare le responsabilità e non accetta di farsi irreggimentare dalle ideologie o dalle regole che vengono stabilite dalla società. Come le migliaia di persone che accorrono a vederlo perché hanno lo stesso problema di doversi necessariamente adeguare alle norme imposte da una società conformistica, che chiede ai suoi appartenenti buonsenso e ragionevolezza. Vasco Rossi si presenta invece come selvaggio e autentico. Esprime una specie di “primitivismo” in cui il pubblico può identificarsi, almeno per la durata di uno spettacolo. Di solito nei concerti non parla tra una canzone e l’altra e si muove con gesti poco aggraziati. Anche fuori dal concerto fatica a esprimersi attraverso discorsi che abbiano il dono della compiutezza e della profondità di analisi e sembra aver dovuto scrivere di getto i testi delle canzoni, guidato soprattutto dalla necessità di esprimere un’urgenza interiore. Senza mediazioni e senza curare particolarmente la forma del linguaggio, che appare così semplice, essenziale e privo di qualsiasi ambiguità. Il che vuole anche dire che, nelle canzoni, si rivolge direttamente a un interlocutore, o più spesso a un’interlocutrice, e fa di frequente ricorso a un tono imperativo.

 

Ma è proprio questo che viene apprezzato dal suo pubblico: l’immediatezza, la sincerità, il presentarsi generosamente agli altri così com’è, senza frapporre filtri o tentare di mascherarsi in qualche modo, anche a costo di mostrare senza pudore un corpo ridotto male da anni di stravizi e di ammettere il frequente uso di sostanze stupefacenti che ha fatto in passato e l’ha portato due volte in carcere. Vasco Rossi sembra però accettarsi totalmente e perdonarsi senza problemi i suoi eccessi. E se “il re delle trasgressioni” tollera i suoi peccati, allora possono farlo anche le persone comuni, i cui peccati sono decisamente meno gravi. Pertanto, gli spettatori trovano in Rossi un gratificante modello d’indulgenza che sono in grado di applicare con soddisfazione a sé stessi. Anche perché, come ha affermato ancora Berselli, il cantautore di Zocca è un personaggio che, «con le sue canzoni sfondate e le sue poesie adolescenziali, non è più nemmeno una star. È uno del popolo, con il Suv strafigo, un’aurea via di mezzo fra un sottoproletario e Briatore. Quando sale sul palco assomiglia a uno qualunque, a uno di noi» (M. Panarari, cit). 

 

Non deve sorprendere allora che Rossi abbia spesso utilizzato i social media per comunicare con i suoi numerosi fan scrivendo dei messaggi estremamente semplici in cui commenta gli articoli dei giornali che lo riguardano oppure carica dei brevi video nei quali è protagonista, come quello nel quale prima di andare in ospedale per un piccolo incidente canticchiava goffamente la sua celebre canzone Albachiara. Ha cercato insomma di far capire ai suoi fan che aveva l’intenzione di stabilire un canale diretto di comunicazione con loro, abbassando il più possibile il suo livello. 

 

 

Questo testo è  un capitolo del libro di Vanni Codeluppi, Creativi d’Emilia, di prossima pubblicazione presso Carocci editore.

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