Che cos’è un grand’uomo?

Sebbene abbia scritto molto, il primo Libro segreto spetta di diritto a un gigante del Novecento il cui nome non è legato tanto alla parola quanto alle immagini: Orson Welles. Il libro, It’s all true. Interviste sull’arte del cinema, nell’edizione italiana di Serafino Murri era già uscito cinque anni fa da minimum fax, che ha provveduto a riproporlo impreziosito da un dvd con un documentario di Gianfranco Giagni e Ciro Giorgini, sul rapporto di Welles con l’Italia – paese nel quale ha vissuto vent’anni, ha avuto una moglie e girato diversi film. Il titolo, Rosabella, rinvia appunto alla traduzione della parola sulla quale si conclude la sua opera prima, Citizen Kane ovvero Quarto potere, e cioè Rosebud. E il documentario fa pensare proprio a quell’indagine multiprospettica su una figura colossale e insieme sfuggente.

 

Quanto al libro, di esso molto semplicemente dirò che è il modo migliore per fare la conoscenza con uno dei quattro o cinque assoluti genî del Novecento. Il che non vuole certo dire che si conoscerà, così, la sua “verità”. Da temperamento squisitamente teatrale quale nasce e quale è sempre rimasto, Welles considera anche l’intervista, infatti, una mistificazione colma di verità. Soprattutto i più lunghi e meno noti speciali dedicatigli dalla televisione negli ultimi anni (ce ne sono alcuni, dedicati a Shakespeare da quello che ne è stato forse il massimo interprete di sempre, che sull’argomento valgono più di intere bibliografie specialistiche), sono un vero e proprio teatro di mitologie sbugiardate e, dopo poche battute, compiaciutamente riproposte. Dell’amico, nel ricordo posto in coda al volume, dice Gore Vidal che una volta gli disse: «Ho fatto dell’intervista una forma d’arte». Ma malinconicamente aggiunge, lo stesso Vidal, che la «tragedia di Welles» è stata «che ha passato più tempo a rievocare i suoi film seduto a un tavolino che in uno studio cinematografico».

 

A un certo punto lampeggia la battuta pronunciata da Marlene Dietrich alla fine di quello che forse è stato l’assoluto capolavoro di Welles, A touch of Evil ovvero L’infernale Quinlan: «A suo modo, era un grand’uomo. Cosa importa quel che dice la gente?». Ecco, fra i tanti temi toccati da questo straripante conversatore, proprio quello della grandezza – tema esistenziale ma anche politico – è forse il più enigmatico e avvincente. Come dice lui stesso, da un punto di vista meramente fisico Welles era costretto a interpretare, come attore, «sempre parti di capi, di persone che hanno una dimensione straordinaria: devo sempre essere bigger than life, più grande della natura».

 

Proprio questa dimensione bigger than life gli ha in un certo senso dettato anche, in sede di regia, scelte stilistiche che hanno fatto di lui il più stupefacente artista barocco della modernità. E tuttavia resta per così dire “sospetta”, in un convinto antifascista come lui, l’ossessione per personaggi autocrati e tirannici come Kane o Quinlan: da lui esplicitamente detestati. Gli intervistatori definiscono, questa sua, una forma di ambiguità. Ma, proprio rifacendosi a Shakespeare, risponde Welles che si tratta semmai di una concezione più vasta, fisicamente più vasta appunto, della morale: «una specie di cinemascope morale», aggiunge con un sorriso.

 

Si coglie, nascosta nelle pieghe dello humour trascinante di Welles, una nota persistente di pessimismo. Lui la spiega una volta, sempre ispirandosi al suo Shakespeare, con quella che è per me la sua battuta meno a effetto, ma anche più memorabile e rivelatoria: «Solo gli ottimisti sono incapaci di capire cosa significa amare un ideale impossibile».

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