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Antonella Moscati. Il giudizio universale all’isola del Giglio

 

Con questa riflessione di Antonella Moscati prosegue la serie di interventi, selezionati da Alessandra Sarchi, dedicati al tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.

 

Antonella Moscati è nata a Napoli e vive nei dintorni di Siena. Si occupa di filosofia e collabora con la casa editrice Cronopio. Ha pubblicato con Nottetempo “Una quasi eternità”, (2006) e “Deliri” (2009).

 


 

Antonella Moscati. Il giudizio universale all’isola del Giglio.

 

Ho spesso pensato che, se la storia del nostro pianeta si concludesse con un giudizio universale che avesse il compito di condannare o di assolvere non i singoli esseri umani ma le specie viventi nel loro complesso, se cioè dovessimo comparire dinanzi a un qualche dio o alla natura non in quanto me, te, lui, lei, ma in quanto specie umana, l’unica cosa che potremmo addurre a nostro favore, e a parziale compensazione dei nostri terribili crimini, sarebbe la bellezza.

A differenza degli altri viventi, infatti, gli umani sono gli unici esseri in grado di inventare o produrre consapevolmente nuova bellezza, aggiungendo a quello che Kant chiamava il bello naturale altra, inaudita e insospettabile, bellezza. Ed è in questo, forse solo in questo, che possiamo dire di essere fatti a immagine e somiglianza di dio. In quell’ipotetico giudizio universale la produzione di bellezza potrebbe forse rendere più indulgenti i nostri giudici, perché mi pare che essa sia il segno che negli esseri umani c’è qualcosa di buono.

Il bello, infatti, è anche buono, o meglio il bello non può non essere anche buono, nel bello c’è sempre anche qualcosa di buono. Alla triade medievale che caratterizza l’ente come unum, verum, bonum, aggiungerei allora pulchrum, perché anche, o inversamente, la bontà e la verità si accompagnano per lo più alla bellezza.

 

Tuttavia questa capacità umana di produrre bellezza è qualcosa di contingente ed estremamente fragile e, in questo momento storico, soprattutto in occidente, essa appare particolarmente minacciata. Non si tratta quindi di una capacità innata nella nostra specie che farebbe parte della sua essenza, nonostante i graffiti preistorici, nonostante le steli neolitiche, nonostante la produzione elegantissima di civiltà ben più antiche di quella greca.

Che cos’è allora che ha spinto gli esseri umani ad aggiungere, fin quasi da subito, bellezza al mondo? E perché oggi ci sembra che questa meravigliosa qualità si stia spegnendo? Non ho una risposta, e queste domande non sono retoriche. Mi sentirei soltanto di dire che la bellezza nasce da un senso di sovrappiù, di eccesso, da un sentimento di superfluo che diventa però necessario o quasi necessario, quando gli esseri umani si abbandonano alla libertà di non corrispondere interamente a qualcosa. Quando, cioè, si abbandonano alla felicità o al dolore senza alcuna finalità, liberandosi dalla volontà di trarre profitto: trarre profitto da questa o da quella esperienza, da questa o da quell’azione, da questa o da quell’attività. Come nel caso della danza o del canto, che sono state forse le prime forme d’arte.

Croce contrapponeva il bello e l’utile come distinti, e aveva sicuramente ragione. Ma il bello e l’utile sono addirittura incompatibili. Non si produce mai bellezza per un motivo specifico, in vista di un fine preciso, e non c’è quindi da meravigliarsi che in un universo dominato dal mercato, dal profitto come finalità di quasi tutte le nostre azioni e attività (oggi perfino l’educazione e la cultura devono essere finalizzate al mercato del lavoro), lo spazio per la bellezza vada restringendosi.

 

Qualche giorno fa sono andata all’Isola del Giglio. Mancavo da molto tempo, e soprattutto mancavo da almeno quindici anni da una delle sue spiagge più belle, quella delle Cannelle. Se gran parte dell’isola è rimasta più o meno la stessa, con le sue acque chiarissime e la sua ricchissima macchia mediterranea, la ginestra, il mirto, il cisto bianco e rosa, la spiaggia delle Cannelle è stata scempiata.

 Mi appare chiaro allora che il contrario della bellezza non è la bruttezza – che spesso è solo un insieme di qualità singolari che a prima vista cozzano coi canoni di una falsa bellezza imposta anch’essa dal mercato e dal consumo – ma il degrado. È proprio la facoltà di produrre degrado, qualcosa che né la natura né gli altri viventi conoscono, a costituire l’opposto di quella facoltà che aggiunge bellezza al mondo. Ed è proprio questa qualità che oggi ci contraddistingue più di ogni altra.

L’asfalto subito sbrecciato, pieno di strisce e buche, che copre i vecchi sentieri, i cespugli impolverati da sabbie di cemento, le case cresciute su se stesse e subito semiabbandonate, in pessimo stato già solo dieci anni dopo la loro costruzione, le cattive pendenze delle pavimentazioni dove l’acqua s’impantana subito. Un degrado che, soprattutto nei luoghi che erano stati di rara bellezza, testimonia urlando contro di noi in quel temibile giudizio di specie. Un degrado in cui già mi ero imbattuta: in quell’isola quasi disabitata che è Giannutri, o a Capo Falcone, punta estrema, e un tempo selvaggia, della Sardegna, di fronte all’Asinara.

La capacità di produrre degrado e quella di produrre bellezza sembrano due qualità opposte e tuttavia complementari, complementari come si diceva degli angoli, cioè inversamente proporzionali: se cresce l’una, diminuisce l’altra, se l’una si propaga a dismisura, fino a soffocare tutto, l’altra non può che scomparire.

 

 

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