Società

La sociologia ha inventato nella seconda metà dell’Ottocento il concetto di società. Ha dato vita cioè all’idea che le persone trascorrono la loro esistenza all’interno di un sistema sociale che è organizzato da precise regole e dotato della capacità di durare nel tempo. Ma ci ha anche fatto comprendere che una società funziona al meglio quando è in grado di offrire alle persone che vivono al suo interno la possibilità di disporre di modelli interpretativi. Perché coloro che vivono nelle società non possono fare a meno di avere a disposizione delle idee in grado di attribuire un senso al mondo in cui si trovano, degli strumenti di orientamento che essi condividono con gli altri e motivano ad agire. Quando tali strumenti non sono presenti, una società subisce il destino di deperire e morire velocemente.

 

Infatti, come hanno sostenuto antropologi importanti come Claude Lévi-Strauss e Mary Douglas, ogni società per funzionare deve poter disporre di significati comuni che rendono possibile la comunicazione e la comprensione tra gli individui. E sono prevalentemente gli oggetti che ci circondano – i beni di consumo – a rappresentare la parte visibile della cultura e dunque a permettere agli individui una coesione reciproca attraverso la formazione di una rete di categorie culturali e valori comuni. Essi consentono, insomma, di stabilire visibilmente i significati e i modelli culturali utilizzati collettivamente nella società, i quali, anche se sono continuamente ridefiniti dalle dinamiche dei processi sociali, vengono stabilizzati almeno per un limitato periodo di tempo.

 

Tale processo però è pesantemente messo in crisi oggi dagli effetti della rivoluzione digitale in corso. Si pensi, ad esempio, al fatto che tale rivoluzione comporta l’invasione delle società contemporanee da parte di un’enorme quantità di bit informativi che saturano tutti i principali spazi a disposizione. Il filosofo Luciano Floridi ha riportato nel volume La quarta rivoluzione (Cortina) le stime formulate in alcune ricerche secondo le quali nel corso della storia umana sino all’avvento dei computer sono stati accumulati all’incirca 12 esabyte di dati, tenendo presente che il contenuto di un esabyte può essere fatto corrispondere a un video in dvd che dura 50.000 anni. Dopo tale periodo invece sono stati prodotti nel mondo più di 8000 esabyte. E questa cifra continua a crescere quotidianamente in maniera esponenziale. D’altronde, basti pensare che con i dati generati in un solo giorno si potrebbero riempire più di otto volte tutte le biblioteche presenti negli Stati Uniti. Dunque, nonostante i numerosi tentativi, della tecnologia ma anche della mente umana, di controllare e dominare questo enorme flusso di dati, siamo destinati a esserne sempre più sommersi. 

 

Il vero problema comportato per le società contemporanee dalla rivoluzione digitale in corso è relativo però all’impossibilità di arrivare a una condivisione delle opinioni personali. In passato, nelle società democratiche, ognuno aveva diritto alla sua opinione. Ma ogni opinione poi si confrontava necessariamente con le altre e si arrivava pertanto a un’opinione condivisa, a una “verità” valida per tutti. È così sostanzialmente che funzionava l’opinione pubblica delle società moderne, come ha ben illustrato Massimiliano Panarari nel volume Poteri e Informazione (Le Monnier Università). Ora invece ciascuno sembra avere diritto solamente alla propria realtà e dunque alla propria verità. Perché i social network contemporanei, a cominciare da Facebook, cercano soprattutto di offrire a ogni utente una visione personalizzata del mondo. 

 


L’ha spiegato Eli Pariser nel suo Il Filtro (Il Saggiatore), mostrando con chiarezza quella funzione di “filtraggio” rispetto al mondo esterno che caratterizza in generale il funzionamento odierno del Web. Mostrando cioè che uno spazio nato come liberamente accessibile e privo di confini si è progressivamente trasformato in un insieme di luoghi recintati e chiusi, dove spesso si può accedere a certi servizi solamente pagando un determinato prezzo. Il risultato di tutto ciò, secondo Pariser, è che ciascun utente tende a vivere all’interno di una “bolla”, la quale diventa progressivamente sempre più definita, ma anche sempre più isolata. Ciascuno vede riflesse nello schermo del computer solamente le sue opinioni personali e si vede offrire solo quello che corrisponde ai suoi interessi. Non siamo cioè di fronte ad un mondo più libero e democratico, ma semmai al suo contrario. La democrazia richiede infatti che ci sia un confronto tra diversi punti di vista a partire da una piattaforma comune, da una conoscenza almeno parzialmente condivisa dello stesso argomento. Se ognuno vive in una “bolla” personale popolata solamente dei suoi interessi, ciò difficilmente può verificarsi. 

 

La responsabilità di questa situazione non è naturalmente da attribuire solo ai social network, ma è certo che questi amplificano con forza delle tendenze che sono già in atto nelle società contemporanee. Il fatto più grave però, secondo Pariser, è che di tutto ciò gli utenti sono di solito scarsamente consapevoli. Ognuno di noi infatti non conosce come è stato classificato dalle aziende che operano nel Web e quali decisioni vengono prese al suo posto. Certo, è utile poter disporre di qualcuno che ti semplifica la vita. Se non venisse effettuata questa selezione che filtra quello che può e non può entrare nella nostra “bolla” personale, saremmo sommersi dalle informazioni e dalle proposte molto più di quanto già siamo sommersi oggi. Ma sarebbe giusto sapere che ciò avviene perché su di noi è stato confezionato un determinato profilo grazie alla raccolta di informazioni che sono relative ai nostri comportamenti precedenti e alla nostra vita personale.

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