Il tuo due per mille a doppiozero

Welcome home my brother

Un sms mette in fila quattro semplici parole che disegnano un panorama spaziale e relazionale. Restituiscono affinità e posizione ad uno spostamento mai terminato, ad un ritorno ambito da chi le riceve e chi le pronuncia. Ossia danno senso al perché fare e come farlo. Qualcosa di importante rimasto in sospeso.

 

Al-Feneiq, guesthouse

 

Le sensazioni descritte in Traslochi della mente riportano al perdersi in un nuovo ambiente, dove la potenza dei nuovi punti di riferimento è capace di risignificare in modo importante la provenienza. Un aspetto che ho vissuto immancabilmente al mio ritorno in Italia, a Bologna, la città che negli ultimi sei anni mi ha offerto un inusuale senso di casa, diventata improvvisamente aliena e colma di esperienze nelle quali rientrare si fa (a seconda dei casi) inaspettatamente straordinario, complesso o addirittura indesiderato. Confinare la mia presenza a poche occasioni collettive, dedicarmi al raccoglimento e limitare la “dispersione” di energie, mi ha portato quindi per settimane a incontrare pochi amici e saltare in tronco rassegne estive,  appuntamenti e… molti aperitivi, ridefinendo molte priorità.

 

Con la testa ancora “calda” dei giorni di Campus in Camps, a sorpresa ricevo l’invito ad anticipare il mio ritorno a Dheisheh ed estendere la mia permanenza fino a gennaio prossimo. Una sorta di saetta che, nel rifugio eremitico eppur frenetico che comprende un cambio di casa e una convivenza, il trasloco dello studio OpenQuadra e l’ingresso nel progetto Archiviazioni, vuol dire riprogrammare i prossimi sei mesi. E non solo.

 

Un cantiere di muri sospesi a Jaffa

 

Mi prendo qualche giorno di comodo a Tel Aviv, approfittando per ricentrarmi e osservare questa realtà conflittuale da un altro punto di vista, facendomi mostrare nuove tensioni e paure. Le tante di una società completamente militarizzata. Immaginate di passeggiare in una Barcellona medio-orientale e vedere ogni trenta secondi un ragazzo o una ragazza che, invece degli shorts, indossa una tuta verde oliva e fa penzolare il mitra al posto della Freitag. Di essere urtati in autobus inavvertitamente al ginocchio dalla canna fredda e pesante di un M-16. Di ammirare il tramonto o ascoltare le onde nella notte con un discreto via-vai di elicotteri Apache che fanno la spola a/da Gaza. Mi racconta Marg. che riscontra tra le maggiori difficoltà della sua gente lasciare da parte una montagna di problemi personali e allinearsi piuttosto su obbiettivi comuni, traducendosi in un individualismo cinico e astioso. Cosa che mi è parso di avvertire dalle secche risposte o nelle chiusure improvvise di molte persone alla richiesta di normali indicazioni. Mi sembra un interessante contraltare alla compattezza comunitaria dei campi profughi, ma in evidente debito questi ultimi di individualità e intraprendenza personale.

 

Cambio d’abito. Questa volta mi occupo del coordinamento che, al di là della funzione organizzativa, significa nè più ne meno muoversi assieme allo staff e ai partecipanti per condividerne tensioni e desiderata su differenti livelli, pronto a cogliere i momenti più propensi a individuare e trasmettere delle direzioni, offrire delle aperture, facilitare il funzionamento e tutelarne il senso. Tre mesi di assenza sono poca cosa eppure, assieme ai miei tanti cambiamenti, aggiungo: Ays. ha costruito con il padre un nuovo terrazzino (ma si è scordato di forare il muro per la porta di accesso), Ghass. si è fidanzato ufficialmente, la municipalità di Betlemme ha fatto costruire cordoli e rotonda all’incrocio che porta ad Al-Feneiq, Ayt. si è ufficialmente fidanzata e pensa già a quando verrà al Campus con un bimbo in braccio (previo matrimonio, ovviamente!), in West Bank i prezzi (controllati da Israele) sono aumentati dal 25% al 50%. Me ne sono accorto. Un ulteriore segno che l’attacco all’Iran potrebbe essere imminente. In tempo di crisi economica anche per lo Stato guerriero, o risucchia risorse dai cittadini e dalla colonia o sta preparando un’economia di guerra risucchiando risorse dai cittadini e dalla colonia. O entrambe le cose.

 

Gerusalemme, vaporizzatori a vicino Lion’s Gate, alleviano la stanchezza dovuta al caldo

 

Nel frattempo, camminando lungo gli spazi in abbandono tra Dheisheh e Betlemme alla ricerca di un taxi, curioso di sbirciare gli ultimi momenti di Ramadan a Gerusalemme, immagino un nome ispiratore con cui esplorare le idee che agitano ogni partecipante, primo seme del loro progetto. What if.../Keef? (Cosa succederebbe se... / Come?) Le idee, prima di prendere forma attingendo dalle urgenze, sono fatte come di nuvole (clouds), aggregati di obbiettivi valoriali che, unendosi, generano un numero indefinito tanto di benefici (il patrimonio diretto e indotto) quanto di difficoltà (gli ostacoli da superare, aggirare, accettare o trasformare). Se siete dei progettisti (in senso lato, capaci di organizzare risorse, processi e analizzare la fattibilità di un obbiettivo) avete una vaga idea di cosa intenda. Se non siete abituati a problematizzare una visione, avete ben chiaro quanto sia complesso diventare un progettista e realizzare qualcosa. In sostanza tutti possono essere progettisti di qualcosa, superando il nemico della fretta cheti fa impazientemente saltare i passaggi per arrivare già al prodotto, al risultato. Essendo impossibile, ecco spuntare l’ansia o la frustrazione preventiva, le paure e le acrobazie mentali. Stiamo quindi sperimentando, collettivamente eindividualmente, questi desideri e queste paure come elementi fondanti e benzina di ogni progetto, esplorando i limiti come quadro logico necessario. Si diventa quindi designer per forza: dal momento in cui si definisce questa “nuvola”, si comincia a disegnare la genesi del processo creativo, abbandonando la speculazione e le sue procastinazioni. In sostanza, un rituale che ti aiuta a iniziare un documento di accordo tra ciò che sei, ciò che dici e ciò che fai.

 

What if.../Keef? si basa soprattutto su un dialogo svolto attraverso il disegno

 

In trepidante attesa del ritorno di Alessandro (Petti, direttore del programma), entusiasta per il prossimo arrivo di Fabio e Bianca (BraveNewAlps) e di Giusy, questi primi 15 giorni mi vedono ancora alla disperata ricerca di un appartamento e reduce da 4 visite all’ospedale in 48 ore. Dai 42° dell’esterno ai 16/19° dell’ufficio, grazie ai miracoli di “Quelli che l’aria condizionata” (nonostante le madonne), come reagisce il corpo, attraversando tropici e inverni in pochi metri... si trasforma in ghepardo o in pinguino? Il mio si becca un’infezione batterica ai turbinati e conseguenti dolori diffusi. Il linfonodo ingrossato è incluso nel pacchetto. Via all’assalto antibiotico e analgesico quindi! Lotta all’ultimo spasmo all’aria condizionata, con un cappello in testa. Va meglio.

 

Poche sere fa, io e Chiara (una super dinamica volontaria italiana che da qualche mese presta energie e pazienza ad Al-Feneiq) ci siamo seduti per cena a fianco a Mur., quello tosto (lo Spartano) che parla l’italiano. Con sorpresa abbiamo avvertito che stava emanando una quantità disumana di profumo, degna di una contessa. Annusandolo vistosamente e con fastidio: “Ma che hai combinato?!” – “Niente. Mi sono fatto la doccia...” – “Non ti sembra di aver esagerato con le fragranze?” – “E che cosa dovevo fare... avevo finito il bagnoschiuma e ho usato il detersivo per i piatti...”.

 

Welcome home, my brother.

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Dheisheh Refugee Camp (sx) e Doha (dx). Doha è l’estensione del campo costruita e urbanizzata dagli stessi refugee, attraverso l’iniziativa spontanea

03 Settembre 2012