Tatuaggi: l'illusione dell'autentico

15 Luglio 2023

I simboli si avvicinano a noi dopo 2000 anni che gli dèi hanno abbandonato la terra, secondo la constatazione di Marco Aurelio, o nascondiamo nei simboli un corpo divenuto irriconoscibile e inaccettabile a causa di quella che è, forse, la prima e più radicale forma di indifferenza, quella verso noi stessi? Chiudendo il libro di Federico Vercellone [Filosofia del tatuaggio. Il corpo tra autenticità e contaminazione, Bollati Boringhieri, Torino 2023], dopo una coinvolgente lettura, la domanda rimane. Se si tratti di una pervasiva e compulsiva ricerca di ri-originarsi alla stregua di un narcisismo che rifiuta il sé già esistente, o se sia quella la via per divinizzarsi ed esaltare quello che si è, cercando un'unicità mediante un artificio. Questa è la questione che rimane irrisolta. Siamo di fronte, insomma, a una singolare interpretazione collettiva del monito di Plotino: ognuno sia scultore della propria statua, o a un ritorno dell'ellenistica maschera che sola consente di cercare di impersonarsi?

È più giusto, forse, essere espliciti. Alla fine dell’analisi del filosofo, prevale un senso innegabile di incomunicabilità del segno tatuato, emanato proprio dallo sforzo compiuto e dai suoi esiti: il tatuaggio, in fondo, sembra escludere la significazione, non comunica, rifiuta di lasciarsi definire come messaggio, rinvia solo a sé stesso. Allo stesso tempo, nonostante l’intenzione di autenticità autoreferenziale, quel segno parla di un margine continuo di significazione. 

È lo stesso Federico Vercellone ad essere esplicito sulla questione di fondo: “Il tatuaggio è un fenomeno ambivalente e ambiguo, quantomeno nei suoi aspetti più recenti. Rinvia per un verso ai canoni dell'estetica del sublime, con tutte le sue connotazioni di resistenza al dolore, al pericolo e alla morte: nel tatuaggio si riverbera un ideale, quello di un contrasto eroico con il mondo portato agli estremi, sino a una autoaffermazione di sé stessi che confina con l'autoesclusione dalla compagine sociale. È in gioco l'idea – che è anche un'ideale – dell'estrema resistenza del soggetto nei confronti di un mondo estraneo e minaccioso nei cui riguardi si predilige un atteggiamento di confronto antagonistico” [pp. 27-28]. Ecco: l’ambiguità, che richiama l’irriducibile, il luogo dell’“et-et” e non dell’“aut-aut”. Dall’elaborazione dell’ambiguità emerge la vita stessa, mediante l’esperienza del conflitto estetico. Era il V secolo a. C. e Gorgia da Lentini si poneva il problema di comprendere quella particolare capacità umana di lasciarsi ingannare, di sospendere l’incredulità, ossia di farsi “sedurre” da un prodotto dell’immaginazione, strettamente correlata alla sensibilità (aisthesis). Ove il termine greco ‘aisthesis‘ non indica solamente la sensazione o la sensibilità ma designa la capacità di provare emozioni. Sarà proprio da quel termine greco che trarrà origine, in epoca moderna, la parola ‘estetica’. Gorgia individua con sicurezza la condicio sine qua non del lasciarsi ingannare da una creazione artistica nella capacità di provare emozioni. Il filosofo sottolinea che reagire emotivamente e lasciarsi ingannare da un'opera artistica è una forma di saggezza. Ciò evidenzia la scelta consapevole, deliberata e intelligente di godere dell'arte e del piacere estetico. Il sofista siciliano riesce a cogliere la necessaria correlazione tra arte (inganno artistico) e dimensione soggettiva costituta dalla sensibilità. Interessante è immaginare che nel caso del tatuaggio l’opera d’arte diventi il proprio corpo che si distingue come oggetto di contemplazione, o meglio di auto-contemplazione. 

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Non si può prescindere dal considerare la pervasiva diffusione dei tatuaggi, tale da indurre Vercellone a considerare una minoranza le giovani e i giovani non tatuati, una forma di rivolta che sembra strettamente destinata sia a sé stessi che al mondo. Non stare nella propria pelle fino al punto da pagare in sofferenza per punteggiarla di simboli e messaggi dichiarativi di altro rispetto all’esistente, così come esprimere attraverso i tatuaggi una narrazione di sé impressa per sempre sul corpo è, in fondo, ri-voltarsi verso sé stessi. Finendo per fare della propria pelle una esasperata dichiarazione di identità e storia. Come sempre ci si esprime, si parla e si scrive, in questo caso sul proprio corpo, sempre per qualcuno e, nonostante la ricerca di unicità, col tatuaggio ci si rivolge al mondo e ci si rivolta verso il mondo. Tra enfasi e mancanza, quella ricerca di distinzione e diversità contiene una presa di distanza dagli altri, o anche da sé stessi, non accettandosi così come si è? Quella diversità voluta e spesso forzosa, come la definisce Vercellone, pare assumere la connotazione della ricerca di una seconda nascita. Tanto più che non si intravede una via di uscita dal dilemma eccezionalità/serialità, in quanto ogni distinzione risulta non solo vana e provvisoria, ma anche tendenzialmente ripetitiva e standardizzata. Certamente Vercellone coglie un aspetto della questione che attraversa tutta la sua riflessione, quando evidenzia il trascorrere contemporaneo da una percezione prevalentemente “naturale” della realtà, una percezione “tattile”, a una percezione visiva. È ben vero che l’avvento del comportamento simbolico aveva inserito il significato e la ricerca di significato tra gli umani e la realtà nelle sue molteplici manifestazioni. Col tatuaggio il corpo sembra essere incluso nella realtà che noi guardiamo come se fosse da fuori, e così com’è mostra di non bastarci. Del resto, viviamo un tempo in cui la materia stessa si dematerializza sotto l’occhio attrezzato del fisico, mentre noi tutti abbiamo a che fare con una trasformazione dell’idea e della consistenza della realtà, e il tatuaggio può essere inteso come una reazione o una protesta al nichilismo stesso che ne deriva. La messa in discussione dell’universalità dell’umano che con il tatuaggio diffuso si propone all’orizzonte, finisce per essere un’affermazione dell’individuo sulla comunità, un individuo che vuole dire la propria verità, che non è la verità di tutti. Performare il proprio corpo fino all’esasperazione di una unicità ricercata e impressa in modo indelebile è un gesto che si avvicina alla disforia. Dys – che separa, nega, esprime difficoltà, e phérein, che porta, sostiene, trasferisce, richiamano la necessità vissuta di affermare una differenza fino agli estremi dell’unicità, che forse risuona di solitudine. È probabilmente per questo che, come scrive Vercellone, si sopporta la resistenza al dolore fisico, che si somma al desiderio profondo di modificare il proprio sé fisico e intimo e che la ricerca non trova più limite nel tentativo di divenire un altro che maggiormente ci compiace. La confusione tra merce e rappresentazione che caratterizza il nostro tempo, deponendo sempre più a favore della dominanza della rappresentazione, mostra come la merce ormai viva del desiderio che si proietta su sé stessa, non della sua realtà. Da quel circuito non si esce e non si tratta di cambiare prospettiva, ma di abbandonare la prospettiva se si vuole rientrare nel mondo. Per cogliere l’avventura del tatuaggio vi è solo lo spazio estetico fino agli estremi di una metafisica del voyerismo. Nel tatuaggio, infatti, si fa avanti l’idea che si possa fare del proprio stesso corpo, di ciò che è più nostro, una cosa, o meglio qualcosa insieme di nostro ed estraneo. “Scrivere di noi su una parte del nostro corpo significa intenderlo anche come una superficie neutra che rende testimonianza di noi stessi. Significa in fondo costruire su di noi una narrazione mitologica del nostro io”. Il tatuaggio è visto da Vercellone come un’espressione dell’embodiment simbolico, un’invariante atavica della cultura diffusa basata su una ricerca di un sé più vero. È la pelle stessa a divenire un territorio di espressioni e sedimentazioni culturali in cui il soggetto dice chi è. La pelle si differenzia, in questo quadro, da ogni altro supporto dell’azione umana e non è né una protesi, né uno strumento.

Bottici

Un effetto di questo processo è la scomparsa della nudità del corpo. La nudità diventa impossibile, come sostiene Vercellone. “Davvero ormai non è più lecito parlare di un’antitesi tra natura e cultura. Non è possibile né lecito farlo”. Citando Philippe Descola, l’autore riconosce che ogni alternativa tra natura e cultura è ormai, e forse da sempre, impraticabile. L’infinita varietà dei segni tatuati, con le storie che narrano, si configura come una nuova e inedita rete di mitologie. La modernità si è vista sfuggire di mano una capacità poietica che oggi mostra di insinuarsi per vie diverse nella contemporaneità. Tra le manifestazioni neo-mitologiche sembra situarsi anche il tatuaggio, come prodotto delle sottoculture che assumono i caratteri di vere e proprie nuove mitologie. Secondo Vercellone nel tatuaggio e dietro di esso si cela o si palesa una dimensione fondamentale, quella dello scambio – improprio e non dichiarato – tra verità e autenticità. Se la verità esiste solo in quanto non è un’istanza a disposizione delle parti e delle loro contrattazioni, allora ciò non vale per il tatuaggio che “si limita ad attestare e a rendere riconoscibile il vero volto del soggetto che lo reca con sé”. Una verità incarnata come il tatuaggio, che è quella di un corpo creatore dei propri simboli, che li iscrive su di sé quasi come un riverbero dell’io, nonostante tutto riesce a diventare metafora di tutta una condizione dell’ordine e dell’immaginario sociale e culturale. Quella condizione è contraddistinta da un’evidenza che la teoria del tatuaggio mostra abbastanza chiaramente: scegliere di tatuarsi è contrapporsi a un’identità imposta dall’esterno per motivi di disciplinamento sociale. Si tratta in fondo di una specie di rivolta che, secondo Vercellone, conduce dall’identico all’autentico e comporta la revoca di qualsiasi delega circa se stessi. “Libertà qui significa una dimensione autopoietica che non dipende dal comando soggettivo, né altrui né proprio. Il tatuaggio diviene un principio anarchico; ma significa anche sovrapporre i propri codici a quelli del mondo senza chiedere il permesso”. Si può allora connettere il tatuaggio alla ricerca di ridefinizione della dipendenza che ci invita a comportamenti diversi, basati su un principio relazionale, nei confronti della natura di cui siamo parte e di noi stessi. Una dipendenza finalmente riconosciuta dalle origini che, come sostiene Chiara Bottici, citata da Vercellone, riguarda il recupero di una filosofia del mito politico, che poi è una filosofia del mito tout court, della narrazione del sé in relazione alle proprie origini.

“Il tatuaggio viene così a proporsi come motivo di conoscenza dell’altro e di autoriconoscimento dei singoli sul terreno sociale. Lo scambio sociale avviene sul piano di una relazione in cui l’esteriore si fa interiore e viceversa: il simbolo tende a farsi forma di vita, magari trasgressiva e sfidante”. In questa prospettiva i limiti tra natura e cultura si fanno sempre più ibridi e indistinguibili, e l’autentico sfuma, probabilmente, verso l’illusione. Se l’illusione, come sostiene da sempre Alfonso Maurizio Iacono, non è un inganno ma una via per conoscere e abitare il mondo, per giocarci letteralmente dentro, anche l’autentico ne è un’espressione. Qualcosa che sta fra la nostra ricerca continua e la nostra disposizione a non crederci mai; fra il nostro desiderio di appagamento e la nostra continua tensione ad andare oltre per continuare a cercare. Forse, al di là delle intenzioni, il tatuaggio risponde all’unico residuo o rifugio dell’illusione identitaria: mentre il tempo fa di ognuna e ognuno di noi degli esseri viventi in quanto diventano, i segni fissati sulla pelle ritornano sempre uguali a sé stessi, certo non fino all’eternità, ma comunque fino alla fine della pelle stessa. 

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