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Storia

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Dare un nome alle vittime del Mediterraneo / I morti sono più eloquenti dei vivi

Mi giunge ora, domenica 20 gennaio 2019, un WhatsApp. Me lo invia una collega psicoanalista che da anni si occupa di trauma: “Aiutateci, presto non riuscirò più a parlare perché sto congelando”. Il messaggio dice che queste parole sono state inviate alla Guardia Costiera alle 20:30 di oggi. Pare che su questa nave ci siano circa 100 persone, che assommate ai dispersi di questi giorni potrebbero portare le vittime a oltre 250.  Da alcuni anni ascolto richiedenti asilo che non dormono di notte, hanno incubi insopportabili, hanno paura, sono arrabbiate – in questo caso si tratta soprattutto delle donne –, mostrano i segni delle torture e le tumefazioni delle botte ricevute in Libia. La Libia di oggi, tutti lo sanno, maltratta, tortura, schiavizza, uccide, massacra e alimenta i viaggi della morte a pagamento. Nessuno fa nulla, ogni tanto se ne parla in televisione, troppo poco. È già accaduto settant’anni fa: gli aerei passavano sopra la Germania nazista, fotografavano i campi, nessuno ne parlava, gli alleati facevano finta di nulla, anche allora. Qualche voce, qui e là, ma ancora oggi, a settant’anni dal “male assoluto”, non è venuto fuori tutto. All’epoca però si sapeva chi...

Ritorno al futuro / "Le Conseguenze economiche della pace" di John Maynard Keynes

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Sono passati cento anni da quando, alla fine del 1919 – pochi mesi dopo la firma del trattato di Versailles – John Maynard Keynes pubblicò Le conseguenze economiche della pace. L’autore, che aveva partecipato alle trattative come rappresentante del Tesoro britannico, denuncia la durezza e l’insensatezza della “pace cartaginese” imposta alla Germania sconfitta. Il libro ebbe grande diffusione, e rimane ancora oggi nella memoria delle persone colte. Keynes non sapeva, naturalmente, il corso futuro della storia europea. Ma molti, in seguito, hanno letto il suo libro come una premonizione: la pace cartaginese di Versailles fu interpretata come il germe del revanscismo, del nazismo e della seconda guerra mondiale. Rileggere il libro oggi, rivivere la temperie di un secolo fa, ci aiuta a ragionare su due temi quanto mai urgenti e vivi: l’Europa; il populismo.   Il libro, per...

L'altro dell'altro / Marrani

Questo articolo può sembrare una recensione, ma non lo è. E non lo può essere perché non riesco a nascondere pensieri tutti miei, seppur generati dalle pagine magiche che ho letto. Dico del libro Marrani, L’altro dell’altro, (Einaudi 2018) di Donatella Di Cesare, che insegna Filosofia Teoretica alla Sapienza di Roma ed Ermeneutica filosofica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Da Teresa d’Avila a Baruch Spinoza, da Husserl a Yerushalmi, da Jacques Derrida a Carlo Marx si forma il concerto nel quale si staglia il canto vittorioso e di lacrime della viola Donatella Di Cesare. Nel suo libro giovanile La Questione ebraica, Carlo Marx, afferma che, con il capitalismo, la diffusione della borghesia farà diventare “ebraica” di fatto la società europea del futuro. Sarà smentito dalla Storia del poi.   A questa citazione a memoria aggiungo mie riflessioni delle quali mi prendo piena responsabilità: Marx si era convertito, con la sua famiglia, dall’ebraismo al cristianesimo luterano, come tanti, nel XIX secolo, l’epoca dell’integrazione. Non si trattava quindi di una conversione forzosa, ma quello che mi chiedo è perché mai lui pensasse proprio all’ebraismo, lui, quello delle...

Classico Pop / La catastrofe che incombe

L’imperatore Settimio Severo aveva la pelle scura e parlava latino con forte accento punico. Come molti dei migranti odierni, proveniva dalla Libia. La mostra Roma Universalis. L’impero e la dinastia venuta dall’Africa (Colosseo, Foro Romano e Palatino, fino al 25 agosto 2019) ricostruisce la storia della dinastia imperiale dei Severi (dal 193 al 235 d.C.). La loro dominazione coincise con una stagione di riforme fra le quali la Constitutio Antoniniana proclamata nel 212-213 d.C. da Antonino Caracalla che concesse la cittadinanza romana ai figli delle coppie miste, agli schiavi liberati e agli abitanti delle regioni più periferiche dell’impero.  Che ne è della legge italiana sulla cittadinanza per nascita (ius soli), approvata dalla Camera il 13 ottobre 2015 e da allora in attesa di essere esaminata dal Senato?    Ritratti della dinastia dei Severi con Antonino Caracalla che volge lo sguardo corrucciato verso il visitatore. Forse sta pensando alla seduta del nostro Senato del 23 dicembre 2017, nel corso della quale si doveva votare lo ius soli, disertata da M5S, da tutta la destra e anche da una parte del centrosinistra. Possiamo rispecchiarci nella politica...

A cent'anni dalla sua morte / Un ritratto di Rosa Luxemburg

“Esiste per la rivoluzione una regola assoluta: non fermarsi una volta compiuto il primo passo, non cadere nell’inazione, nella passività. La migliore parata è assestare all’avversario un colpo energico. Questa regola che si applica a ogni battaglia, vale soprattutto per i primi passi della rivoluzione”. Forse, fu questa convinzione, più volte espressa, che portò Rosa Luxemburg a restare al fianco dei compagni spartachisti nelle drammatiche giornate dell’insurrezione armata a Berlino, nei primi giorni di gennaio del 1919, anche se, in dissenso con Karl Liebknecht, non aveva considerato né pronto il Partito comunista tedesco (PKD), nato a dicembre, né propizie le condizioni sociali e politiche generali per una rivoluzione, nella quale pure credeva fermamente dopo le manifestazioni di novembre, uscita dal carcere di Breslavia. Tanto che aveva preferito i Consigli dei soldati e dei lavoratori, sorti in vari punti della Germania, all’Assemblea nazionale costituente indetta dal governo provvisorio, che, caduto il secondo Reich, in accordo con l’esercito, i suoi vecchi amici e compagni socialdemocratici avevano accettato di costituire, impegnandosi a contrastare ogni velleità...

15 gennaio 1914 / Etty Hillesum e la gratitudine

“Non sopravvalutare le tue forze interiori”, scrive Etty Hillesum in un passo del suo Diario (Adelphi, 2012). È la mattina del 10 marzo 1941. Il groviglio della sua anima, che non smette di interrogare, è groviglio che, al cuore, ha questo “sentirsi prescelta”, questo “dover diventare ‘qualcuno’” cui fa spesso ritorno. L’educazione spirituale passa, per la giovane ebrea che morirà ad Auschwitz, attraverso una profonda accettazione della propria “nullità”: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. La propria vita emotiva e intellettuale è messa in relazione con quella delle persone che, ai suoi occhi, appaiono “normali”; sa bene, tuttavia, che non le è dato comprendere nulla del mondo interiore di chi ha davanti. Del proprio, invece, conosce la bizzarra irrequietezza. “Perché devi saper fare qualcosa?” L’ambizione trattiene il suo dire, la vanità lo attorciglia. Etty Hillesum non porta soluzioni, le pagine del diario mostrano invece il continuo guardare alla propria posizione: dove sono?, sembra chiedersi in ogni parola che scrive. C’è un passo, in Vite che non sono la mia, in cui Carrère scrive: “la malattia, il terrificante approssimarsi...

Straniamento / Edgar Hilsenrath, Notte

Edgar Hilsenrath lavora al suo primo romanzo per circa tredici anni, dal 1944 al 1957. Scrive ovunque, nei ritagli di tempo, senza alcun ordine; prima in Palestina, poi in Francia, poi negli Stati Uniti. Non conosce i ferri del mestiere, non ha modelli letterari, è uno dei tanti ebrei tedeschi deportati in Ucraina e sopravvissuti per miracolo. Nel 1954, in mano, ha 1.250 pagine manoscritte che diverranno la metà solo tre anni dopo, questa volta dattiloscritte, peccato che manchi un editore disposto ad accogliere un testo del genere. Nel 1964 un’importante casa editrice di Monaco di Baviera si fa avanti, ma poi quasi tutte le copie finiscono fuori commercio, poiché molti sopravvissuti all’Olocausto si sentono offesi dal ritratto che Hilsenrath fa degli ebrei. In Germania, pensate, Nacht riapparirà solo 14 anni più tardi, dopo essere stato tradotto in Olanda, in Inghilterra, in America. Edgar Hilsenrath è scomparso quando questo articolo era già stato consegnato, il 30 gennaio scorso: aveva 92 anni e indossava con fierezza un paio di irsuti baffi bianchi. La notizia è che a più di mezzo secolo dalla prima pubblicazione Notte (Voland, pp. 576, euro 20) arriva in Italia, nella...

Una conversazione con Filippo Ceccarelli / "Questi qua" al potere

Il mostro, come lo chiama, l’autore è un tomo di 958 pagine dove si racconta la storia della politica italiana e dei partiti cominciando dai grandi dominatori della prima repubblica, i democristiani, sino ad arrivare a “questi qua”, ovvero gli attuali governanti gialloverdi. S’intitola Invano per indicare che è tutto vano, inutile, che il potere è vanità delle vanità, come dice l’Ecclesiaste. Filippo Ceccarelli, romano, firma di “La Repubblica”, è l’archivista e il commentatore curioso e onnivoro di un cinquantennio della nostra vita nazionale. Dopo i democristiani, dalle origini ad Aldo Moro, ci sono Craxi e i rampanti, la caduta e il marasma di Segni e Di Pietro, quindi i barbari della Lega con Bossi, e i comunisti, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni, i fascisti, il lungo ventennio berlusconiano, infine l’Ulivo che prende fuoco, ed eccoci qui, ai giorni nostri.   Filippo Ceccarelli: Comincio dalla metà degli anni Sessanta, quando ho iniziato a occuparmi di politica, ma c’è anche il prima. Quando incontravo i grandi, Nenni e Moro, necessariamente mi documentavo; sentivi in loro il peso dell’esperienza e l’importanza che avevano avuto.   Marco Belpoliti: Tutto questo...

Architettura, formazione e società / Giancarlo De Carlo, La Piramide Rovesciata

Era il 18 aprile di cinquant’anni fa quando De Donato mise in stampa questo pamphlet di Giancarlo De Carlo dal titolo poetico e provocatorio, La piramide rovesciata. Le date sono importanti perché De Carlo intercetta, anticipandola, una questione centrale che riguarda una idea precisa di cosa significhi essere architetti, di quale sia il ruolo sociale dell’architettura e quale, secondo lui, debba essere la formazione gli architetti. Questioni che in quegli anni stavano prendendo già la forma di contestazione nei confronti delle istituzioni e che di lì a poche settimane avrebbero portato gli studenti in strada dando vita a quello che ancora oggi viene chiamato il “maggio del Sessantotto” dove, come da tradizione, le facoltà di architettura ebbero un ruolo importante. Ed è proprio ai nostri atenei che Giancarlo De Carlo si rivolge, cercando un dialogo e cercando di accogliere le non poche ragioni degli studenti, rilanciando su una possibile riforma universitaria – didattica, ma soprattutto disciplinare. Il centro della disputa è il ruolo dell’architetto e dell’architettura in un momento destinato ad agire da spartiacque nella storia delle società moderne e in cui, per dirla con le...

Venire a patti con la sua potenza / La sfida del Mare

Sul Pequod, la baleniera del capitano Achab, Perth, il vecchio fabbro silenzioso e solenne, svolge paziente il suo lavoro. L’alcolismo lo ha reso responsabile della rovina della famiglia, ma dopo la morte della giovane moglie e dei figli non cede alla tentazione del suicidio, al “varo verso le regioni dell’ignoto inesplorato”, affida invece il suo lutto al vagabondaggio sulle acque, sedotto dal canto che sale dagli oceani. Per coloro ai quali la morte risulta desiderabile, “l’oceano che tutti soccorre e riceve, apre, seducente, tutta la sua distesa di terrori inimmaginabili e attraenti e di meravigliose, inusitate avventure, e dai cuori di infiniti Pacifici, migliaia di sirene cantano a loro: ‘Vieni, tu che hai il cuore spezzato, qui vi è un’altra vita, senza il delitto della morte mediatrice, qui vi sono meraviglie sovrannaturali, senza dover morire per raggiungerle. Vieni! Seppellisci te stesso in una vita che, per il tuo mondo di terra ferma, ora ugualmente aborrito e aborrente, è più obliosa della morte. Vieni! E poni anche la ‘tua’ pietra tombale del cimitero, e vieni, che sarai nostro sposo!’”. Fin dall’incipit del Moby Dick Melville suggeriva che l’immagine liquida in cui...

Da irredentista ad antimilitarista / La guerra di Alvaro

Il 4 novembre 1918, l'armistizio di Villa Giusti, siglato il giorno prima da Italia e Austria-Ungheria, poneva fine alle ostilità fra i due Paesi. Una settimana dopo, la Prima Guerra Mondiale era finita. Evento cardine della modernità novecentesca, la Grande guerra gettava le basi per un equilibrio fragile, destinato a sfociare in un altro e ancora più sanguinoso conflitto. A un secolo esatto di distanza, che cosa rimane di quella terribile esperienza? Siamo stati davvero capaci di elaborare il trauma, o stiamo nuovamente cadendo preda di pulsioni revansciste, militariste e xenofobe? Con l'aiuto di storici, scrittori e studiosi, attraverso una serie di interventi cerchiamo di ricostruire l'impatto del primo conflitto mondiale sulla coscienza collettiva. Un modo per ripensare la memoria della Grande guerra, con un occhio al futuro.   Ai primi di gennaio del 1915 Corrado Alvaro «da San Luca» (come si firma nelle prime prove poetiche), classe 1895, si reca da Roma a Firenze, sede del corso per Allievi Ufficiali cui è assegnato. Il suo arrivo è evocato in quello di Luca Fabio, alter ego dell’autore e protagonista di Vent’anni: «All’alba d’una mattina d’ottobre, Luca Fabio...

Levan Berdzenisvili / La Santa Tenebra

Scrivere, che un autore lo voglia o no, è sempre, avrebbe detto Furio Jesi, un atto politico. Che si tratti di spostare o spodestare un’abitudine del pensiero in chi legge, o che la si voglia al contrario rassicurare, intrattenere, assopire – sempre la scrittura agisce in questo senso. Levan Berdzenisvili, autore georgiano, con La Santa Tenebra (uscito a settembre per e/o), rientra decisamente nel primo caso.    Per lo più il libro, che racconta i tre anni di Gulag da lui scontati tra l’ ‘84 e l’ ‘87 per aver fondato un partito repubblicano il cui programma era l’indipendenza della Georgia, è stato lodato dalla critica per la sua capacità di divertire il lettore nonostante l’argomento fin’ora affrontato sempre in maniera piuttosto cupa, come si trattasse di una di La vita è bella dei campi sovietici. In realtà c’è molto di più.  La Santa Tenebra è un racconto di resistenza, e lo è proprio in virtù dell’ironia attraverso cui parla dei Gulag e dell’ottimismo con cui filtra quell’esperienza. Certo, come sottolinea l’autore stesso quello da lui vissuto non era il regime degli anni ’40: negli anni ’80 l’URSS è agli sgoccioli e l’atmosfera relativamente più rilassata di...

La forza della memoria / Le pietre di inciampo riguardano tutti?

Noi ebrei siamo convinti di non praticare il culto dei morti, tanto convinti che, per via delle mummie, soprannominammo l’antico Egitto, il potente Impero dei due Regni, “Terra dei morti”. “Polvere sei e polvere ritornerai”, ripetiamo instancabili, ma, in attesa del Messia, professiamo un nostro particolare culto degli antenati, simile peraltro a quello di altre civiltà. I nostri morti riposano nei cimiteri ebraici che, per la loro vetustà, finiscono per sembrare con l’andar del tempo elegantemente trascurati, e si chiamano in ebraico “Case dei vivi”. Non per coincidenza e nemmeno per contrasto esclamiamo nei nostri allegri brindisi conviviali “Ai vivi!”: non ci piacciono la morte e l’oblio. Di recente ho letto, non ricordo più dove, un detto del Talmud: “Si muore veramente quando il proprio nome viene dimenticato”. Per appassionarsi dei nostri cimiteri basta vedere una volta quello del Ghetto di Praga, nel quale i nomi dei defunti restano ricordati da lapidi di pietra fitte fitte e tutte sbilenche quasi fossero mazzi di carte da gioco sparigliate. La religione ebraica non ammette l’incinerazione e l’esumazione.   Le narrazioni bibliche inciampano nei lunghi elenchi di nomi...

Un verso, la poesia su Doppiozero / Paul Celan. Laudato tu sia, Nessuno

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso apre la seconda strofe della poesia di Paul Celan intitolata Psalm (Salmo), cuore della raccolta Die Niemandsrose (La rosa di Nessuno), del 1963. Un verso che nel suo movimento e nella sua intonazione accoglie la preghiera rivolta a Colui che è il principio e il fondamento del...

Un libro di Maurizio Bettini / La vera storia del presepio

Mentre sindaci, dirigenti scolastici, deputati e senatori della ex Lega Nord, ora Lega di Salvini, e altri personaggi consimili, tutti membri di diritto dell’eterno Carnevale italiano, si agitano per riaffermare la presenza del Presepio nelle scuole e nei luoghi pubblici, dal momento che in virtù del “politicamente corretto” vi è stato estromesso, esce un bel libro dove la storia del presepio è raccontata per filo e per segno. Che cos’è esattamente il presepio? Come nasce? Perché ci sono quei personaggi? Che senso ha farlo oggi? Sono tante le domande che s’affollano in questo libro del classicista Maurizio Bettini, Il presepio (Einaudi, pp. 189, € 19). Il suo non è solo un libro di studio, ma anche un libro di memoria. Meglio: un’autobiografia in forma di studio e di racconto. Tutto comincia con una dichiarazione ad apertura di volume: “Non saprei dire da quanti anni ho smesso di fare il presepio. Venti, trenta, anzi molto di più”. Perché interrogarsi oggi su questo “oggetto” tanto da scrivere un libro dotto e complesso? La risposta non viene subito. Prima bisognerà intraprendere un cammino, per quanto una definizione l’autore la dà subito: il presepio è “una finzione fragile, per...

Oggi non sarà mai domani / Che ne è oggi del soggetto collettivo?

Il soggetto è collettivo   Il termine soggetto collettivo è riemerso, dopo anni di silenzio. Come si andasse a trovare un anziano signore, che ha avuto un lungo periodo di popolarità e, dopo la pensione, si fosse ritirato a vita privata entrando in casa di riposo.  In generale, quando diciamo: “soggetto”, parliamo di un individuo, come di un numero all’anagrafe, un nome proprio. Ma il soggetto, più che essere individuo, appartiene alla singolarità dell’evento. Dobbiamo pensare a un insieme - un corpus - che si disordina, esce dai confini propri, invade territori. Il soggetto è sempre collettivo perché non è identità, ma differenza. L’individuo è astrazione, il soggetto appartiene al concreto.   Per maggior chiarezza: il termine “individuo” si riferisce a un’identità chiusa, coerente, eguale a se stessa, una sorta di ripetizione indifferenziata, è un concetto razionale, cristallizzato; il soggetto si presenta sulla scena della vita come singolare, in quanto appartiene a un sostrato storico: il farsi e disfarsi della vita. Il soggetto collettivo è entità propria, sui generis, sistema che produce eventi: gesto, carezza, schiaffo sono soggetto collettivo, non...

L’ordinamento giuridico di Santi Romano / Il diritto oltre lo Stato

Ogni testo rivoluzionario vive di contraddizioni patenti e fecondissime, esito inevitabile della lacerante compresenza, al suo interno, di tradizione e innovazione, conservazione e superamento. È dunque null’altro che una riprova della sua assoluta rilevanza se L’ordinamento giuridico che Santi Romano, già al tempo unanimemente riconosciuto tra i maestri del diritto pubblico italiano, assembla nel biennio 1917-1918 finisce per ribadire forzosamente la supremazia dello Stato quale somma realtà giuridica dopo averne per più di duecento pagine disvelato, in una sorta di implacabile ontologia deflattiva, lo statuto, tutt’altro che regale, di ordinamento tra ordinamenti. Non più dunque unica e indiscussa forma politico-giuridica, ancorata a un’inappellabile sovranità, ma istanza di regolazione in concorrenza con altre forme di organizzazione che ne contestano, più o meno apertamente, il primato.    A destabilizzare la forma Stato a poco più di cent’anni dalla sua epocale riaffermazione al Congresso di Vienna (1815) non sarà dunque né l’impressionante serie di lutti della prima guerra mondiale né gli ultimi patetici colpi di coda della stagione del terrorismo anarchico, quanto...

Realmente si stava meglio nel tempo che fu? / Città sicure

Alcuni vips italiani si sono lamentati di recente circa la scarsa sicurezza delle città in cui vivono. Anzi, a dire il vero, non proprio delle città intere, a cui a loro non è che importi poi così tanto, ma dei loro quartieri specifici di residenza. Insomma, se nemmeno un vip che abita in una zona vip può ritenersi al riparo da spiacevoli incontri, dove andremo mai a finire? Dove siamo già arrivati, se un onesto personaggio dello spettacolo o della cultura, sul tardi, non può più portare in pace il levriero a far pipì?! (La bestiuola oltretutto potrebbe riportare traumi durevoli dal semplice contatto con sgradevoli individui.) In passato era diverso, si dice. Una volta sì, si ripete, che si stava bene, tranquilli, sereni, nelle nostre città, paesi, villaggi ch’erano autentiche oasi di pace senza traccia alcuna di turpi invasori. Ma è davvero così? Realmente si stava meglio nel tempo che fu? Proviamo a interrogare, un po’ random, qua e là indietro nei secoli, qualche testo letterario, per vedere cosa ci suggerisce. Essi sono i nostri oracoli, dopotutto.    Prendiamo Plauto, il primo atto dell’Amphitruo, che registra questo significativo esordio di Sosia: “qui me alter est...

Tra Ungaretti e Olmi / Alberi e prati della Grande Guerra

Il 4 novembre 1918, l'armistizio di Villa Giusti, siglato il giorno prima da Italia e Austria-Ungheria, poneva fine alle ostilità fra i due Paesi. Una settimana dopo, la Prima Guerra Mondiale era finita. Evento cardine della modernità novecentesca, la Grande guerra gettava le basi per un equilibrio fragile, destinato a sfociare in un altro e ancora più sanguinoso conflitto. A un secolo esatto di distanza, che cosa rimane di quella terribile esperienza? Siamo stati davvero capaci di elaborare il trauma, o stiamo nuovamente cadendo preda di pulsioni revansciste, militariste e xenofobe? Con l'aiuto di storici, scrittori e studiosi, attraverso una serie di interventi cerchiamo di ricostruire l'impatto del primo conflitto mondiale sulla coscienza collettiva. Un modo per ripensare la memoria della Grande guerra, con un occhio al futuro.   «Mi tengo a quest’albero mutilato / abbandonato in questa dolina / che ha il languore / di un circo / prima o dopo lo spettacolo /e guardo / il passaggio quieto / delle nuvole sulla luna»: l’endecasillabo iniziale della più bella poesia italiana dedicata alla Grande Guerra (I fiumi), fu scritto il 16 agosto 1916 (nei giorni della sesta battaglia...

Furio Jesi, Germania segreta / Fare chiarezza nel tempo dei miti

Dopo aver corrisposto con lui per circa un anno, finalmente nel maggio del 1965 Furio Jesi incontra a Torino Károly Kerényi, che egli considera il proprio maestro, “la persona da cui ho imparato di più in materia di mitologia” come scriverà in uno dei saggi dedicati allo studioso ungherese. I due percorrono le sale della Pinacoteca Sabauda. Kerényi si ferma davanti a un quadro di Francesco Albani che raffigura il ratto di Proserpina, estrae un taccuino e prende appunti. Di fronte a quella scena mitologica Jesi chiede a Kerényi cosa pensi della tonalità estremamente serena con cui è rappresentata l’irruzione demoniaca della divinità infernale. Con uguale serenità, il maestro risponde: “Ade non era un dèmone, ma un dio”. Questa risposta ebbe su Jesi l’effetto di una rivelazione e segnò l’inizio di quella che egli chiama – con un termine tipicamente kerényiano – la propria “guarigione”. In cosa consiste questa rivelazione dagli esiti terapeutici? È Jesi stesso a raccontarlo in una lettera inviata a Kerényi poco dopo il loro incontro: “Le Sue parole dinnanzi a quei dipinti (…) mi hanno rivelato ciò che già dentro di me si stava preparando, e cioè che il mito – il mito genuino – non è...

Coop 70. Valori in scatola / Due forchettate di pasta

È il 26 luglio 1860. Camillo Benso conte di Cavour così scrive in una lettera un po’ in codice e un po’ in ironia: “Nous seconderons pour ce qui regarde le continent, puisque les macaroni ne sont encore cuits, mais quant aux oranges, qui sont déjà sur notre table, nous sommes bien décidés à les manger”. Il conte che sta cercando di portare avanti l’operazione “Unità d’Italia”, comunica in francese che non è ancora arrivato il momento di tentare l’annessione di Napoli (les macaroni), capitale del Regno delle due Sicilie, ma che i tempi sono invece più che maturi per l’impresa garibaldina in Sicilia (les oranges). Come si vede, uno degli artefici dell’unità politica della penisola ragionava (in francese!) in termini alimentari più che pittoreschi. Analizzato meglio, il suo ragionamento lascia trasparire una visione precisa del Bel Paese d’allora: una Italia in frammenti, anche dal punto di vista alimentare. Chi riporta la citazione è Alfredo Panzini, autore, un secolo dopo, nel 1963, di un Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni. La citazione completa corrisponde alla voce “Maccheroni”: “I maccheroni sono comunissimi a Napoli e costituiscono, con le...

Un dialogo a più voci / Entrare nella mente di un terrorista

Il dialogo a più voci di cui qui si riportano alcuni dei passaggi salienti è avvenuto il 15 novembre scorso, alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Trento, in occasione della giornata intitolata “Nella mente di un terrorista. Per un approccio multidisciplinare al fanatismo”, con la partecipazione di numerosi esperti di differenti settori. Nata per sviluppare, su diversi fronti d’indagine intellettuale, gli spunti del saggio Nella mente di un terrorista (Giulio Einaudi Editore, 2017), l’incontro riacquisisce in questi giorni, a fronte di quanto accaduto ai mercatini di Natale di Strasburgo, una tragica vitalità. Benché non si possa affermare con certezza che le parole spese in quella sede descrivano in maniera puntuale le caratteristiche e i moventi di quest’ultimo attacco, i cui contorni sono ancora oggetto di accertamento, possono forse aiutarci a comprenderne il contesto. Un contesto in cui l’eco di un’aggressione, in Europa, riporta subito alla mente il terrorismo islamista. Di quelle parole riportiamo qui qualche accenno.   Alla conferenza hanno partecipato: Armando Sanguini, ex ambasciatore d’Italia in Arabia Saudita; Paolo Liguori, direttore di...

Vegliare il tempo / Lune artificiali e gli insegnamenti della notte

Da bambini si ha terrore del buio; tra tutte le paure forse la più comune, certo la più istintiva e primordiale. Oggi è una paura più difficile da provare, tanto meno da vivere, confusa dentro una modernità che ci appare spesso sfavillante.   C’è peraltro qualcosa di innaturale nella moderna abitudine alla luce artificiale: occorre un evento imprevedibile come un’interruzione della rete elettrica per comprendere appieno questa assuefazione. Di colpo ci ritroviamo catapultati in una condizione dimenticata, da milioni di anni dalla nostra specie, da qualche anno o da qualche decina nella nostra vita personale. Del resto, aver bucato l’oscurità è stata una delle rivoluzioni, forse la più importante, nella nostra evoluzione culturale, l’addomesticamento del fuoco nel mito di Prometeo è lì a ricordarlo in un racconto trasfigurato ma che un giorno fu storia, anzi preistoria, circa un milione e duecentomila anni fa, sembra. Ce lo ricorda in alcune pagine Bruce Chatwin quando nel 1984, presso la grotta di Swartkrans in Sud Africa e affiancando per alcuni giorni gli scavi del paleontologo Bob Brain, è testimone della scoperta del primo focolare e con esso della “nascita” della...

Democrazia tedesca / Weimar nel vortice della storia

In un’opera del 1919 dal titolo Demokratie, George Grosz, celebre pittore tedesco, rappresenta la classe politica degli anni Venti e Trenta del secolo scorso in un vortice turbinoso, in balia degli eventi e inabile a governare. È la prima democrazia tedesca: la Repubblica di Weimar (1919-1933). All’epoca nessuno chiamava quell’esperimento democratico con il nome con cui divenne successivamente famosa. Fu una Repubblica nata quasi per caso, annunciata prematuramente dal socialdemocratico Philipp Scheidemann cento anni fa, il 9 novembre del 1918, dal balcone del Reichstag all’indomani della resa delle truppe tedesche nella prima guerra mondiale e dell’abdicazione del Kaiser Guglielmo II. Il paradosso è che poche ore dopo l’annuncio di Scheidemann anche la Lega di Spartaco annunciò con Karl Liebknecht la repubblica dei soviet al Lustgarten, a poche centinaia di metri di distanza dalla sede del parlamento tedesco.    La rivoluzione di novembre riuscì ad abbattere il vecchio regime monarchico ma gli obiettivi delle opposizioni alla Monarchia erano diversi. Inconciliabili. Da una parte i socialdemocratici che volevano una democrazia repubblicana e dall’altra gli spartachisti...