Era digitale: io io e gli altri
Le parti in gioco nell’emergere relazionale di noi stessi e del nostro Sé sono diventate tre. Non c’è più soltanto la relazione tra l’io, l’altra/o e gli altri ma è intervenuto l’alter digitale, l’intelligenza artificiale (IA) che è ormai parte costitutiva del terno e agisce come tale. Con le tecnologie si è sempre creato uno scarto tra le loro potenzialità e la nostra capacità di utilizzarle, governarle e non subirle. Quello che accade con l’IA è che la mediazione tecnologica avviene incidendo nelle nostre relazioni, sui nostri corpi e sulle nostre menti, sulle nostre emozioni, sulla nostra affettività e sui nostri sentimenti, con una pervasività sconosciuta. Tanto che sembra difficile parlare solo di mediazione. L’IA mostra di entrare in noi, dal linguaggio alle emozioni, dagli affetti alla conoscenza, dalla cura alle scelte politiche, dagli orientamenti valoriali all’intimità. Un’immaterialità molto consistente e l’esperienza totalizzante a livello temporale, con la neutralizzazione dello spazio, tendono a creare una inedita antropologia. Cosa diventiamo, allora, come umani? L’IA è una protagonista attiva che ci attrae e ci fa paura mentre svolge un’azione diffusa nella costituzione del Sé: l’emergere, il manifestarsi, l’esprimersi e il trasformarsi del Sé prende forma in questo inedito contesto. Si pensi solo, ad esempio, a cosa sono diventati lo spazio, la distanza e la nostra geografia affettiva: possiamo accedere a chiunque, ovunque sia, ma è diversa la natura di quell’accessibilità. L’accesso alla nostra intimità e al nostro spazio personale è divenuto incontrollabile e ansiogeno. Lo spazio del noi, oltre a quello dell’io, è esploso in ogni direzione disperdendo densità relazionale e significati. Le nostre sono diventate paure indefinite riguardo ad un invisibile continuamente presente. Nel frattempo scopriamo le potenzialità crescenti dell’IA, i vantaggi che ce ne derivano, e ce ne stupiamo, ci meravigliamo di giorno in giorno e siamo impegnati a domandarci che cosa ci rende superiori all’IA, che cosa l’IA non sa fare e noi sì, o che cosa rimane di non colonizzato nelle nostre esperienze. Una gara singolare che evidenzia comunque la profonda trasformazione che stiamo vivendo, in tempi rapidissimi, nel nostro spazio relazionale e nella nostra stessa antropologia.
In quell’area intermedia in cui si apprende a divenire sé stessi, in cui il Sé viene a sé stesso e prende forma, è in corso un’esplorazione di forme altre di vita relazionale ed emozionale, una nuova pensabilità di noi stessi come umani, una trasformazione del vertice relazionale e intersoggettivo, dovuto all’avvento di una presenza che fa presa in modi sconosciuti su di noi, l’alter digitale. Se lo spazio noicentrico è la condizione per capire la nostra unicità; se per comprendere noi stessi e la nostra singolarità si deve partire dallo spazio condiviso, in quello spazio è intervenuta l’IA e in parte ha confermato il nostro essere cyborg da sempre, come sostiene Claudio Paolucci, in parte sta evidenziando nuovi modi di essere umani. Una conferma che è il divenire che distingue il vivente. Ma come diveniamo e cosa stiamo diventando con l’IA? Da queste domande nasce la ricerca di Vittorio Gallese su Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, [Raffaello Cortina Editore, Milano 2026].

Il cuore del libro è “il tentativo di comprendere cosa stia diventando il soggetto umano nell’epoca della sua interazione quotidiana con dispositivi digitali”. Confermando i risultati fondamentali che ha dato alla comprensione dell’umano e della relazionalità costitutiva di noi stessi, Vittorio Gallese volge qui la sua ricerca alla comprensione delle trasformazioni in corso, e scrive: “Il punto centrale che qui sviluppo è che questa trasformazione non coincide con un processo di disincarnazione, ma con l’emergere di una nuova modalità dell’esperienza incarnata, che chiamo il Sé digitale. Un Sé che nasce non al di fuori del corpo, ma attraverso pratiche sensomotorie e affettive riconfigurate dalla mediazione algoritmica. A fianco dell’altro umano, ora sempre più mediato dagli schermi, compare un altro non umano, simulato e predittivo: l’intelligenza artificiale. Questo nuovo alter – senza corpo, ma capace di parlare, ascoltare, rispondere – ci pone domande radicali. Se da un lato esso si adatta al nostro stile comunicativo, dall’altro lo riplasma”.
È Gallese a parlare di “ambigua reciprocità”. Una felice definizione se, come ha sostenuto Sören Kierkegaard ciò che si vede dipende da come si guarda, perché l’osservare non è solo ricevere o scoprire, ma è al tempo stesso un atto creativo. Con inferenze di particolare rilevanza tratte dalla scoperta dei neuroni specchio di cui è stato uno dei principali protagonisti, come il modello dell’embodied simulation, Gallese ha mostrato e mostra l’importanza della componente poietica nella ricerca scientifica, confermando la definizione che Andrea Zanzotto ha dato della poesia: “qualche cosa che, nel momento in cui si genera, accresce la realtà”. Benvenuto quindi al Sé digitale che accresce la realtà ed evidenzia come “in questa ambigua reciprocità, l’alterità artificiale potrebbe diventare il nuovo modello di soggettivazione: non solo uno specchio, ma un vincolo normativo. L’algoritmo non si limita a rispondere: comincia a dettare il ritmo, a suggerire il desiderabile, a configurare l’intimità. La posta in gioco non è solo tecnica, ma antropologica. Per comprendere queste trasformazioni non basta osservare i mutamenti macroscopici della società o dell’economia. Occorre entrare nel dettaglio delle pratiche, delle percezioni, delle micro trasformazioni che investono il corpo e l’esperienza. È qui che le neuroscienze, se lette attraverso la lente dell’embodied cognition, possono offrire un contributo prezioso: non come modello riduzionista del mentale, ma come strumento per pensare il corpo quale luogo dinamico della soggettività, crocevia tra natura e cultura, tra tecnica e senso”.
Un vero e proprio programma di ricerca di cui questo libro rappresenta un chiaro e rigoroso apripista. La differenza essenziale fra una ormai sterminata letteratura sul digitale e sull’IA e questo libro di Vittorio Gallese può essere individuata in una visione dall’interno del corpo-cervello-mente, una prospettiva view from within, così accuratamente sostenuta e praticata già da Francisco Varela, che ha dato i più autorevoli contributi alla comprensione di noi stessi. Il paradigma corporeo adottato dall’autore informa di sé tutto il percorso del libro e consente di tenere dritta la barra dell’analisi, criticando esplicitamente e implicitamente ogni dualismo e ogni via di fuga deterministica, con una felice combinazione tra risultati della ricerca sperimentale e fenomenologia. I nove capitoli più l’introduzione e le conclusioni del libro assumono le caratteristiche di un approccio indiziario alla ricerca delle condizioni mediante le quali si realizza l’ibridazione e la porosità in ragione delle quali il digitale informa il Sé e ne diviene una componente costitutiva. Il gioco viene da lontano e caratterizza l’intera nostra evoluzione. Siamo parte del vivente, naturalmente empatici con gli altri viventi e con le cose, in circolarità ricorsiva con le nostre invenzioni e scoperte che non se ne stanno là fuori mentre le inventiamo e scopriamo ma ci cambiano, cambiando il nostro cervello-corpo e le nostre menti e le condizioni stesse della nostra continua individuazione. Stabiliamo un’estetica delle relazioni incorporando il mondo e i suoi oggetti mentre li viviamo e li creiamo. L’estensione di noi con il mondo passa per l’aisthesis mediante una consilienza che fa di ogni confine un inizio, un principio, dove ancora una volta l’originario e l’originale si fondono. In questa forma di riconoscimento esteso che ci consegna il superamento critico del mito dell’autenticità. Proprio l’ibridazione con l’IA mette in gioco una forma di soggettività sperimentale e un Sé basato su un riconoscimento dinamico e poroso, non più la turris eburnea presunta autentica e individuale, cioè indivisibile.
Gallese, infatti, valorizza nel libro decenni di ricerca scientifica con un approccio non scientista né riduzionista e sottopone ad una critica costruttiva le narrative che propongono un cervello “senza corpo né mondo”. Per comprendere noi stessi e integrare finalmente il digitale nella nostra esperienza – unica e indispensabile condizione per non subirlo –, bisogna partire da noi stessi, animali relazionali a vocazione simbolica, inventori e narratori sistematici di mondi paralleli. Dopo anni di ricerca per esplorare i fondamenti naturali dell’esperienza estetica, con questo libro Gallese avanza verso un turning point: l’estetica viene da lui proposta e riconosciuta non solo come una componente essenziale del nostro essere umani, ma come una matrice costituiva della nostra individuazione e della nostra esperienza. Sperimentiamo con il mondo e le sue manifestazioni un’estetica delle relazioni come principio costitutivo di noi stessi: “essere umani significa creare mondi”. Ecco così individuato l’alveo per collocare la ricerca degli indicatori che possono permetterci di comprendere alcune dinamiche essenziali relative alle trasformazioni che il digitale e l’IA producono nella nostra vita. Solo una scienza della mente incarnata può consentirci di imboccare la strada per comprenderci nel mondo inedito in cui ci siamo ritrovati. “Non basta localizzare funzioni: bisogna comprendere le condizioni incarnate dell’esperienza. Non basta misurare attivazioni: bisogna ascoltare la soggettività”. “Una scienza della mente incarnata deve articolarsi su più livelli di descrizione: neurofisiologico, esperienziale, relazionale e culturale”. La riconcettualizzazione della soggettività si impone oggi con particolare urgenza, in un’epoca digitale in cui la relazione mediale tende a indebolire la corporeità dell’incontro, mediandolo attraverso dispositivi che trasformano le dinamiche percettive e affettive. Le forme della presenza si modificano: volti filtrati, corpi digitali, interazioni asincrone alterano l’accesso diretto all’altro, intervenendo sui presupposti sensomotori dell’intersoggettività incarnata. Possiamo verificare così che il digitale non cancella la corporeità, ma la rilancia in forme nuove, rendendola nodo cruciale della nostra capacità di sentire, pensare e connetterci con gli altri. La prima interfaccia della nostra esperienza è il nostro corpo.

La soggettività pertanto la costruiamo e il digitale interviene come parte attiva del processo di costruzione. “In questo senso, ogni tecnologia, dal linguaggio ai touchscreen, non è mai solo un mezzo per comunicare o agire, ma anche un dispositivo ontologico, cioè un filtro che definisce cosa può essere visto, detto, toccato, sentito. Le tecnologie costituiscono dei regimi aisthesici, forme storiche di organizzazione sensibile dell’esperienza”. Una funzione particolare in questo scenario la svolgono le immagini che oggi non si guardano soltanto, ma si toccano, si scorrono, si indossano, installando un nuovo regime di esperienza, “in cui la realtà diventa immagine e l’immagine realtà”. Per questa via Gallese si dedica all’analisi della genealogia degli schermi, definendola non solo una storia del progresso tecnologico, ma soprattutto una storia delle configurazioni sensibili del mondo che chiama in causa il senso aptico, mentre la visione si fa portatile e l’esperienza si fa nomade.
Se il Sé corporeo, lungi dall’essere un’entità stabile o predefinita, si configura come un processo incarnato e relazionale, situato nella tensione costante tra interiorità ed esteriorità, tra sensazione e azione, tra autoaffezione e riconoscimento intersoggettivo, “il Sé digitale è una variazione emergente del Sé corporeo, una sua estensione trasformativa attraverso regimi tecnici di mediazione”. Il corpo mediatizzato, dunque, non è un residuo passivo della presenza fisica, ma un dispositivo attivo di soggettivazione incarnata. Ogni gesto, ogni segno, ogni scelta di inquadratura o silenzio contribuisce alla costruzione del Sé come presenza relazionale. Il digitale non elimina la prossimità: la riformula secondo logiche affettive e tecniche nuove. Il volto in videochiamata, il timbro della voce in un vocale, il ritmo di risposta in una chat: tutti questi elementi partecipano alla costruzione di un’intercorporeità remota, ma non per questo meno reale. Nella mediasfera digitale emergono forme di affettività bonsai che Gallese riconduce a micropolitiche del sentire; le piattaforme digitali sono ambienti affettivi che strutturano la forma e il ritmo del sentire in cui l’empatia non si limita più a essere mediatizzata, ma viene simulata da agenti artificiali che imitano emozioni umane. In questo scenario si gioca la possibilità di un’etica digitale della relazione: non fondata sull’immediatezza, ma sulla cura della distanza, sulla capacità di abitare lo spazio dell’altro anche quando l’altro non è presente in senso forte.
Sarà necessario chiedersi quali pratiche, quali saperi, quali esperienze possano ancora ospitare l’imprevedibile, l’aperto, il fragile. Con un effettivo e coraggioso salto epistemologico e operativo Gallese propone il concetto di estetica radicale come ontologia critica: una risposta critica e incarnata all’estetizzazione digitale della relazione. “La politica dell’aisthesis non è più un terreno marginale della riflessione filosofica. È il luogo in cui oggi si giocano le forme della realtà condivisa”. “Il digitale è oggi il principale luogo di negoziazione ontologica della nostra esperienza”. Contro la chiusura algoritmica del senso, Gallese, senza negare l’aspetto inquietante delle relazioni sintetiche dovuto alla disattivazione dell’alterità reale e all’opacizzazione della responsabilità, e senza evitare di dedicare un intero capitolo ai rischi che il Sé e le relazioni corrono nell’era digitale, propone un’estetica dell’incontro, dell’esposizione e della risonanza imprevista. Non una nostalgia del corpo, ma un pensiero del sentire come spazio di alterazione reciproca. Perché se il volto dell’altro può essere programmato per rispondere sempre alle nostre attese, allora solo nell’esperienza viva di ciò che ci sorprende, ci disorienta, ci eccede, può ancora accadere, e vorremmo aggiungere, sempre accadrà l’incontro in grado di generare un’estetica delle relazioni incarnate. La dantesca e umana semenza, all’interno dello spazio noicentrico “a tre” che Vittorio Gallese esplora con scienza e passione, si propone al fine come una domanda, e pure il Sé emerge e si affaccia come domanda, mostrando che, in fondo, è nel suo divenire cercandosi, e non certo in una presunta e fissa autenticità, che sta la sua essenza.