Le anime austriache di di Kaiser-Mühlecker
Ogni paese ha molte anime. Per esempio l’Austria come dimostrano due scrittori: Toni Schachinger (1992), figlio di un diplomatico, cresciuto in varie ambasciate, autore di uno splendido romanzo neo-musiliano, In tempo reale (Sellerio). Il ‘fenomeno’ Schachinger ha improvvisamente riproposta quella cultura, un po’ (anzi assai) decadente, dove la decadenza era – ed è – uno statuto metastorico dell’homo austriacus, quello “senza qualità” perché ne aveva troppe, elusivo, ironico, sensuale e insieme distaccato, persino ascetico, nato da quell’improbabile simbiosi tra tutte le comunità dell’Impero, non esclusa quella ebraica, che divenne, paradossalmente, la vena aurea di una cultura laica e insieme spiritualistica: si pensi ai vertici metafisici di due martiri del pensiero mitteleuropeo ebraico-austriaco: il viennese Otto Weininger (1880-1903) e il goriziano Carlo Michaelstaedter (1887-1910), entrambi giovanissimi suicidi per una crisi profonda dello spirito del tempo. Avevano già intuito la fine del mondo, del loro mondo, quello che Karl Kraus (1878-1936) seppe raffigurare negli Ultimi giorni dell’umanità. Era la Vienna in cui si poteva incontrare Freud e Musil, Wittgenstein, Mahler, Schönberg e Otto Wagner, ma dove già covava una violenza inaudita.
Nei dormitori dove si rifugiavano i disperati –spesso giovanissimi – del sottoproletariato serpeggiavano le ideologie della violenza contro gli ebrei, e dell’odio contro la stessa monarchia che tollerava la sorprendente koiné di popoli, culture e religioni. Di quel rancore antisemita si alimentò un giovane provinciale, Adolf Hitler, approdato nella capitale dell’Impero con il vano sogno di entrare all’Accademia delle Belle Arti. Proprio in questi giorni sono andati all’asta (a prezzi importanti) due suoi acquarelli, con la vendita dei quali lui sopravviveva a stento alla miseria. In quel giovane vivevano tutte le frustrazioni di una comunità austro-tedesca tagliata fuori dalla grande cultura della Mitteleuropa.
L’immensa grandezza mozartiana della Vienna cosmopolita, elegante e indulgente, sulla vaporosa scia di Così fan tutte, non aveva eliminato l’altra anima dell’Austria, quella rurale, cupa, spesso gretta, ancorata a un cattolicesimo controriformista, e lentamente avvelenata dai processi di massificazione e industrializzazione. Alla pacata ironia con cui gli scrittori ottocenteschi avevano saputo inventariare il graduale declino della civiltà contadina, nella duplice variante danubiana e alpina, subentrava un astio sociale ottuso, brutale, generato da una mentalità e da una cultura del risentimento. Era questa Austria profonda, quella che, smascherata, ha toccato i vertici raffigurativi con Correzione, Gelo ed Estinzione di Thomas Bernhard (1931-1989): l’Austria della provincia, lontana ed estranea, ‘bruna’, ostile a Vienna e a quel mondo mitteleuropeo, soverchiamente aperto e tollerante. Bernhard sa ancora raffigurare, con estrema ironia, l’Austria della Heimatkunst ottocentesca, dello ‘Strapaese’ austriaco e non certo asburgico, l’Austria che amava, venerava la letteratura delle Dorfgeschichten, delle ‘novelle paesane’, sospese tra idillio di boschi, selve ed edelweiss e brutalità domestica. Insomma un’Austria con una letteratura che sembrava aver trovato in Bernhard la sua realizzazione, la sua denuncia, la sua apoteosi, la sua catabasi, il suo definitivo superamento, poiché Bernhard sa anche essere scrittore di Vienna, certo con il suo straordinario umorismo: quello del vorticoso racconto A colpi d’ascia o di quella sintesi culturale e filosofica, raffigurata in Il nipote di Wittgenstein, in cui il romanziere scriveva il testamento definitivo della Grande Vienna, ormai dispersa nella diaspora, quella di Ingeborg Bachmann e quella in cui ancora persiste Peter Handke (1942) nell’autoesilio presso Parigi.

Ma in letteratura nulla è definitivo ed ecco apparire sulla scena il ‘prolifico e pluridecorato’ scrittore Reinhard Kaiser-Mühlecker (1982), che gestisce con professionalità un’azienda agricola che, a quanto pare, gli lascia abbastanza tempo per una intensa attività letteraria: una strana, intrigante combinazione. L’autore è cresciuto a Eberstalzell, 2563 abitanti con la solita deliziosa chiesetta, non lontano da Wels, dove si svolge Estinzione di Bernhard, dieci chilometri in linea d’aria da Brunau, la patria di Hitler. In questa Austria non c’è più nulla di idilliaco, ma molta violenza, non prati e fiorellini, bensì – come indica il titolo – Campi ardenti, nella coraggiosa e perfetta traduzione di Alessandra Iadicicco (Carbonio, pagg. 292). Il romanzo descrive un paesaggio rurale nel senso di non urbano, attraversato da autostrade, strade nazionali con una continua circolazione di camion sempre rossi. Si potrebbe avanzare un avvicinamento con l’architettura e urbanistica brutalist, quella di cemento grezzo, che non concede nulla a uno pseudo-romanticismo ormai inautentico. La prospettiva del racconto è (a sorpresa) quello di una donna, Luisa Fischer, con una sua movimentata vita sentimentale, che in questa società agraria disgregata, con famiglie esplose da sotterranee violenze, riesce a trovarsi nel suo fil rouge nella scrittura. Vi è in queste storie aggrovigliate una coerenza rappresentata dal proposito di Luisa di scrivere un romanzo che funge da Leitmotiv accennato con discrezione e continuità: «Scrivere è in effetti la mia unica terra».
L’autore s’impegna a raffigurare questa società di contadini, di pescatori, di cacciatori che rivelano un tradizionalismo indicativo di una dilagante regressione ideologica: «La maggior parte degli uomini – compreso Ferdinand, come notò allora Luisa – indossavano abiti da cacciatore verde scuro con tasche applicate, molti portavano la barba». Sembra più che una riunione di amici – tutti maschi, salvo la protagonista, capitata là quasi per caso – un incontro di aderenti alla FPÖ (il partito di estrema destra, comunque maggioritario) o alla più minacciosa “Identitäre Bewegung Österreichs” (“movimento identitario austriaco”). Come un’isola per Luisa affiora l’esperienza della scrittura quale l’altra ‘terra’, nonché come via di realizzazione interiore: «Il lavoro di scrittura era una singolare ascesi, un puro servizio a una causa che non si sapeva che esito avrebbe avuto, e non c’era forse in questo un legame diretto con la religione?». Scrittura come servizio all’osservazione silenziosa, costante della realtà e infatti proprio attraverso la scrittura Luisa recupera il legame, ancorché paradossale, con la terra: improvvisamente percepisce quella nostalgia per la perdita della terra, laddove tuttavia sono ancora le sue radici: «ma era proprio così, la scrittura glielo aveva dimostrato: che i paesaggi non le dicessero niente non dipendeva dai paesaggi, ma da lei.
Era perché non li conosceva e non aveva un linguaggio per descriverli, niente parole, niente nomi, niente denominazioni. […] Per la prima volta in vita sua si rese conto di quanto bene conoscesse quella che gli altri – lei no, non ancora – chiamavano terra natia». E la scrittura è lo strumento per recuperare un’identità in bilico nelle traversie dell’esistenza (e la sua è particolarmente agitata), proprio sui “campi ardenti” della vita: Luisa, da adolescente si era innamorata del padre, che scopre essere il patrigno. Turbata fugge di casa; dopo anni l’uomo, Bob, si ripresenta, ma l’unione non corrisponde a un idillio da Mulino Bianco. Bob viene ammazzato, quasi per incidente, durante un suo tentativo di furto notturno. Luisa – che intanto aveva avuto diverse storie e diversi figli – alla fine si mette insieme a Ferdinand, che è colui che aveva ucciso, ancorché involontariamente, Bob. Storia cupa di un’Austria cupa, che sarebbe redenta solo dall’ironia che pervade l’altra vena della letteratura austriaca, quella mitteleuropea, che traversa tutta la scrittura da Musil a Bernhard. Il romanzo di Kaiser-Mühlecker è l’estrema apparizione di una corrente, che era stata assai feconda nell’Ottocento austriaco con Adalbert Stifter fino ai suoi epigoni come Peter Rosegger, dove l’idillio nascondeva spesso tensioni che ora nei Campi Ardenti affiorano in tutta la loro stridente pregnanza realistica. Vi è – e non solo in Austria, come confermano gli accadimenti proprio di questi mesi – una violenza che s’intreccia con una sbalorditiva ‘nuova innocenza’, con una ingenuità che è al di là di ogni considerazione etica, per la sua totale impudenza, estranea a ogni statuto morale.
Alla scrittura è affidata la flebile possibilità di districarsi in un labirinto di intrighi e di drammi, di cui Campi Ardenti costituisce l’ultimo pannello del trittico dei “Fratelli Fischer” (2022-2024), chiamato anche la “trilogia contadina”, che rappresenta nei destini di Alexander, Jakob e soprattutto di Luisa la fine incontenibile della società rurale con il frantumarsi dei suoi valori e della sua bellezza – ad esempio paesaggistica: è un grande, insistente tema doloroso, senza tragicità apparente – come confermano anche i due precedenti romanzi – poiché non c’è più senso nemmeno per la tragedia in un mondo sfaldato. Ed è proprio il progetto di una saga familiare che conferisce un significato a una scrittura che diventa la memoria di un mondo disperso e sperduto a se stesso. La ‘brutalità’ sorprende, può allontanare, tuttavia la straordinarietà della scrittura consiste proprio nella raffigurazione di questa società disfatta. Solo uno scrittore ‘interno’ a questo mondo poteva consegnarci una rappresentazione così intensa.