25 aprile 1945

Per gentile concessione dell'autore e dell'editore pubblichiamo alcune pagine estratte del volume di Carlo Greppi, 25 aprile 1945, Laterza 2018, prima uscita di una serie dedicata ai 10 giorni che hanno fatto l'Italia.

 

Sempre più sopite in ragione del tempo che scorre inesorabile e ci allontana da quegli anni, le polemiche su quanto l’unità antifascista non fosse nient’altro che una chimera, sul fatto che in realtà gli uomini impegnati nella Resistenza fossero in costante conflitto tra loro hanno logorato in parte la narrazione che di quei venti mesi si sarebbe potuta fare. Estenuanti dibattiti e bordate sui dissidi e sui frazionamenti del Comitato di liberazione nazionale e del Corpo volontari della libertà hanno troppo spesso allontanato dagli occhi della memoria pubblica italiana il portato tridimensionale di quelle che furono scelte definitive e senza possibilità di ripensamento, per molti tra coloro che furono ai vertici del movimento resistenziale. Alcuni si salvarono, altri no. 

 

I protagonisti indiscussi di questa storia – Valenti, Maurizio, Italo – sono tre uomini nati a pochi chilometri e a pochi anni l’uno dall’altro, nello scorcio tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Sono tre uomini con retroterra differenti, biografie politiche e culturali diversissime, eppure con un destino comune, che il 26 agosto del 1944 si trovano per la prima volta nella stessa stanza, a Milano, e si stringono la mano. Senza sapere cosa sarebbe successo in quelle ultime settimane estive, e poi in autunno, e poi in inverno, e quando sarebbe iniziata la primavera. Senza sapere dove sarebbero stati e se ci sarebbero stati, alla fine di tutto, otto mesi dopo. 

 

“La sopravvivenza della Resistenza, ovvia a posteriori, è il primo e niente affatto scontato azzardo, che pochi avrebbero dato per vincente nell’inverno del ’43, e non tutti nemmeno nell’inverno successivo. Si tratta di un’avventura lunga solamente venti mesi, che è però fuorviante immaginare come un percorso rettilineo. Se ci si colloca in un ideale punto prospettico coincidente con l’insurrezione finale – il 25 aprile – i venti mesi precedenti finiscono per apparire come qualcosa di fatale, scontati preliminari di una vicenda che non poteva che concludersi come si concluse. Viceversa, il senso di sfida, di dramma, in certi periodi anche di tragedia o di scoraggiamento che caratterizzano la concreta esperienza storica, può essere compreso solamente rinunciando al senno del poi, avvicinandoci per quanto possibile al punto di vista dei protagonisti che, ovviamente, non sapevano come sarebbe andata a finire”. Queste parole che ci riportano al senso del “punto prospettico” finale, il 25 aprile, sono dello storico Santo Peli: le scrive nei primi anni Duemila, in quella che è considerata forse la migliore sintesi della storia della Resistenza. Uno dei tanti libri che ci trascinano anche nell’estenuante discussione nata in seno al Cvl per la formalizzazione del ruolo del generale Valenti che, per volontà degli Alleati e del governo dell’Italia liberata e con l’appoggio dei partiti più moderati deve, di fatto, contenere il carisma di Maurizio e Italo. Il che assomiglia parecchio a un paradosso, perché è proprio con loro che deve collaborare. [...] 

 

***

 

Ultime istruzioni ai compagni [Da “La Nostra Lotta”, aprile 1945, n. 7]  

Cari compagni, la battaglia insurrezionale precipita verso la sua conclusione vittoriosa. Quello che ieri pareva ancora lontano, da un momento all’altro può divenire un fatto compiuto. Berlino occupata dalle truppe sovietiche, l’esercito rosso congiuntosi con gli angloamericani, Bologna liberata e il Po raggiunto sul largo fronte, possono determinare, prima ancora che gli eserciti alleati si avvicinino ai grandi centri del nord, un crollo generale del nemico, per disgregazione, per collasso interno dei nazifascisti. Dobbiamo tendere tutte le nostre forze per provocare, per accelerare questo collasso, per portare l’insurrezione nazionale alla sua trionfale affermazione. 

Dobbiamo perciò realizzare con tutte le forze le direttive già date per la disgregazione delle file del nemico, per obbligarlo a cedere le armi, a capitolare, ad arrendersi. 

Si diffonda il più largamente possibile l’intimazione “arrendersi o perire”, si faccia di tutto per ottenere la resa di presìdi, di unità, di caporioni nazifascisti. Si prelevino nelle case e nelle strade gerarchi e ufficiali nazifascisti e si imponga loro di capitolare, di far delle dichiarazioni di resa, pena la fucilazione immediata. Si dia la più larga diffusione ad ogni episodio, ad ogni dichiarazione del genere. Ma tutto questo non basta più. Bisogna portare tutta questa azione su un piano superiore, di lotta insurrezionale di massa. 

 

 

Nelle fabbriche, negli uffici, nelle aziende, non si deve più lavorare. Dappertutto si deve solo più parlare della resa che si deve imporre ai nazifascisti per accelerare la fine della guerra, per salvare dai bombardamenti e dalle distruzioni i nostri impianti e le nostre città. Comizi, scioperi, manifestazioni di strada, dimostrazioni davanti a podesterie, prefetture, sedi nazifasciste, devono essere organizzati in tutti i modi per imporre ai nazifascisti la resa al Cln, al Corpo dei volontari della libertà, cioè alla patria, che ha garantito salva la vita a chi si arrende. Ordini del giorno, risoluzioni in questo senso, devono essere votate e presentate ai responsabili di aziende, alle cosiddette autorità fasciste e tedesche, per l’esecuzione. Devono essere mobilitate soprattutto le masse operaie e popolari, le massaie e le donne, il popolo in generale. Queste manifestazioni devono impadronirsi delle strade e delle piazze e non più abbandonarle fino alla completa vittoria. Appena possibile si deve cominciare a far vedere i bracciali e le bandiere tricolori del Cln. 

Bisogna seguire con la più grande attenzione e ora per ora la situazione, gli spostamenti di forze, per poter portare il movimento insurrezionale sempre più avanti. 

 

[...]

 

Ripetiamo le direttive generali: mobilitare tutte le forze partigiane, tutte le forze popolari, per liberare il più gran numero di villaggi, di paesi, di vallate, di province e di regioni; proclamare solennemente, con manifesti e ordini del giorno, le liberazioni avvenute, invitare la popolazione a darsi immediatamente dei propri organi popolari di amministrazione e di governo. In questo momento, già intiere vallate e regioni possono essere liberate. Noi speriamo che le nostre organizzazioni e i responsabili militari non si siano lasciati superare dagli avvenimenti. Una cura particolare deve essere portata per la liberazione e l’occupazione delle zone industrialmente importanti o per gli impianti elettrici che in esse vi sono o per le industrie che vi fioriscono. La liquidazione dei residui presìdi fascisti e nazisti, non deve più essere cosa impossibile, se l’azione di forza si accompagna con intelligente azione di agitazione e dimostrazioni di masse popolari. Non c’è più da temere che i nazifascisti tentino dei rastrellamenti nelle zone liberate. La Valdossola, la Valsesia, il Biellese, il Canavese, le Valli di Lanzo, come le valli piemontesi occidentali, le Langhe e il Monferrato, l’Oltrepò pavese e la sesta zona ligure, le vallate appenniniche, possono essere liberate, già da oggi, dalle sole forze partigiane. Questo deve essere fatto senza esitazione. La realizzazione anche solo di alcuni di questi obiettivi può favorire la realizzazione degli altri e più difficili. 

Non si può fissare allo sviluppo insurrezionale un corso determinato e unico. Situazione per situazione, i nostri compagni, responsabili di partito, di organizzazioni di massa o militari, devono studiare e decidere con la più grande freddezza, col più scrupoloso esame di tutti gli elementi della situazione, ma anche con la più grande audacia, il da farsi, e realizzare con la più grande energia ogni decisione presa. 

 

Ripetiamo: l’insurrezione precipita verso la sua conclusione vittoriosa. Il nazifascismo può crollare per disgregazione e per collasso interno. Noi dobbiamo provocare questo crollo con l’agitazione di massa e con l’azione armata. L’insurrezione nazionale di tutto il popolo deve essere la causa determinante di questo crollo, e non il seguito, non la coda. Nella misura in cui i compagni e le organizzazioni riusciranno a questo, si vedrà la loro capacità politica, la loro decisione e la loro audacia insurrezionale. 

Tutto e tutti mobilitati per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, per l’insurrezione, per la vittoria! 

24 aprile 1945

 

***

 

Tre obiettivi, e decine di migliaia di uomini che si devono coordinare per realizzarli. 

A Torino, il 25 aprile le squadre partigiane di città – Gap e Sap – hanno ricevuto un “ordine di mobilitazione” perentorio dai propri comandi, che elenca gli obiettivi. 

“Difendere gli impianti industriali, le opere d’arte ferroviarie, i ponti, i servizi pubblici”. 

“Disturbare al massimo il ripiegamento delle forze tedesche, disarmare quanti nemici sarà possibile, se si arrendono, eliminare senza pietà quelli che offrono resistenza”. 

“Reprimere con forza e decisione ogni forma di delinquenza comune, in modo che la liberazione di Torino avvenga in quell’atmosfera di disciplina operaia, patriottica che le è propria”. 

I partigiani entrano in azione seguendo queste direttive, e prendono il controllo di numerose industrie cittadine, tra cui la Grandi Motori. Anche a Milano, a partire dal pomeriggio, le fabbriche, scelte dalla metà del mese come cuore dell’insurrezione, vengono occupate insieme alle sedi dei giornali – nella capitale della Resistenza si combatte strada per strada. E sui tetti, come a Torino, ci sono i cecchini fascisti da stanare. 

A Genova, intanto, sono arrivati i partigiani dalle montagne a dare manforte. Con una manovra a tenaglia hanno catturato alcuni presidi tedeschi, bloccando diversi tratti stradali e sfondando a ovest. Viene espugnato anche il punto chiave di Castel Raggio e liberata l’altura di Granarolo. Lì c’è una stazione radio, da cui si dà al mondo la notizia che Genova è insorta. Il comandante Pittaluga parlerà alla radio così: 

Popolo genovese, esulta. 

 

I tedeschi resistono ancora in alcuni quartieri, ma il generale Meinhold nel tardo pomeriggio firma la resa di fronte al presidente del Cln, l’operaio comunista Remo Scappini, compagno di partito del comandante Gallo. È un caso eclatante nell’Europa occupata: un comando tedesco si arrende ufficialmente a delle formazioni partigiane. 

Per la prima volta, nella storia di questa guerra, truppe tedesche si sono arrese alle forze spontanee di un popolo, del nostro popolo, del popolo genovese. 

Ma non è ancora finita. 

Nei palazzi del potere, intanto, si cercano mediazioni. A Milano il cardinale Schuster, con la collaborazione di alcuni suoi sottoposti, del prefetto (fascista) e di un industriale (vicino ai fascisti), si impegna in prima persona nelle trattative, cercando di favorire un accordo tra i vertici della Resistenza e i gerarchi di Salò: nonostante in molti, nella cerchia di Mussolini, abbiano cercato di avviare delle trattative separate, i loro nemici non cedono di un passo. Schuster questo lo sa, e convoca l’incontro facendo il gioco delle tre carte, stando a quanto avrebbero ricordato molti dei presenti: gli unici ad avere le idee chiare su quello che vogliono ottenere dall’incontro sembrano essere gli antifascisti. La mattina presto, una seduta del Clnai ha stabilito la linea che i tre rappresentanti del partigianato – ne parleremo – avrebbero dovuto seguire in Arcivescovado. 

Resa senza condizioni, e consegna delle armi. 

 

***

 

Ricordando, amici, la storia della Resistenza, non abbiamo nulla da rivendicare, nulla da insegnare, nessun giudizio da chiedere. Ma i nuovi devono sapere quello che è stata l’Italia in un momento alto della sua storia; veramente, credo, il più alto nel quale questo popolo nostro è riuscito a organizzare un’insurrezione popolare e insieme nazionale. Ecco perché la storia di questo momento è così importante. 

Gli uomini della Resistenza, pieni spesso di recriminazioni, dicono talora di voler continuare a liberare, continuare la Liberazione, e ritengono che la Resistenza debba resistere, magari fino a un altro ventennale. Mi sembra non manchino spesso in questi propositi interpretazioni forse un po’ arbitrarie. Non è che non ci sia stato uno spirito comune, non è che questo non possa ancora operare. In realtà, ogni giorno, la storia di un popolo pone problemi nuovi ed ogni giorno ha una liberazione da compiere. Quello che conta è che il cammino segua una linea di chiarezza e di forza morale, una linea di spirito sinceramente, profondamente democratico, quello che non c’è ancora e si fa strada adagio. Spetta ai giovani intendere e seguire sempre e soltanto le soluzioni democratiche. Portando un passo avanti sulla strada della libertà e della giustizia, esse sono quelle che il popolo può intendere, che sorgono dal basso. Questa è forse ancora la strada della Liberazione.

 

Ferruccio Parri, alias Maurizio, La Liberazione, 1965.

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