raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

6. Chiusi per virus, messaggi nella rete

Non li vedo e non li sento da dieci giorni. Mi sono riposato anche troppo. Ho passato ore e ore ogni giorno a cercare le fonti autentiche, scientifiche sul coronavirus. Quando le trovo le condivido sui gruppi WhatsApp e sulle mailing list dei colleghi. Con i colleghi sono rimasto in contatto. Ne ho anche visto qualcuno. Spesso scherziamo, a volte condividiamo soprattutto l’incertezza, e i rush di angoscia. Quando abbiamo capito che anche la nostra regione avrebbe chiuso i suoi edifici per due settimane consecutive qualche studentessa (il femminile non è casuale, perché i maschi per la chiusura stanno gongolando e rincoglionendo su videogiochi e smartphone, as usual) si è fatta finalmente viva, incorporea e muta. Mail, personali o di genitori. Dalila ha scritto: «Prof, quando riapre la scuola?». Qualcuno (maschio) ha detto che «si sta annoiando». Di pomeriggio non si vedono più, e a loro manca la scuola come socializzazione elementare che si sovrappone, invade, boicotta il tempo dell’apprendimento. Non si parlano: chattano. Non si vedono: filmano tik tok. Verso i 17-18 anni cominciano a vedersi, ogni tanto, tra amici e amiche, si parlano. Qualcuno fa l’amore. Prima, nada. Nessuno ha esternato nostalgia per le nostre lezioni. Vorrebbero tornare all’allegra baraonda che noi prof dobbiamo sedare per incoraggiare lo sviluppo delle loro competenze.

 

Le Università più avanzate hanno utilizzato la didattica tecnologica: la Bocconi ha mandato nelle aule deserte i suoi docenti, che hanno collegato in videoconferenza i loro studenti, potendo essere visti, potendoli vedere, chattando con le loro domande. Nella scuola secondaria (di primo e secondo grado) improvvisamente ci si è resi conto di quanto le belle parole sulla innovazione & animazione digitale siano in gran parte fuffa. Buona parte dei colleghi non sa cosa siano Padlet, WeSchool, Edmodo, non hanno digital classroom. Aborriscono la reperibilità via mail o, peggio, via chat con i loro studenti. Ottime colleghe mi hanno detto: «Per carità, io mi godo questo inaspettato riposo, altro che webinar!».

Aziza è stata la prima a scrivermi, molto «mi scusi se la disturbo» eccetera. Io ho avviato una corrispondenza, e al secondo scambio lei ha aperto la diga. Ho letto i suoi deliri, forse isterici. Pieni di rabbia, e di dolore forse. La sua visione del mondo è cupa, apocalittica.

 

 

Dice che nel Corano continuamente è prevista la fine del mondo imminente, e che è evidente che ci siamo. Dice che il busto che porta dopo decine di operazioni al suo scheletro è diventata la sua corazza contro le emozioni. «Io non ho emozioni, non le voglio avere». Quando le consiglio di guardarsi una serie tv, per ingannare il suo rimuginare, indico su un canale digitale in chiaro L’amica geniale, dai romanzi di Elena Ferrante, nella buona produzione Rai-HBO. A quel punto, urla nella mail: «Non lo guardo proprio! È una ca***zata! Una roba sentimentale!»; le spiego come farsi quindici minuti al giorno di meditazione, come abbiamo provato in classe qualche volta: sedersi con la schiena diritta, non appoggiata allo schienale, socchiudere gli occhi con sguardo verso terra a 45°, inspirare ed espirare, osservare la ridda di pensieri inutili passare come nuvole nel cielo azzurro… Dice che ci proverà, ma è improbabile. Così la chiudo dicendole di aprire la grammatica dedicata alla comunicazione e alla produzione dei testi, perché il binario è morto. Una collega mi ha pure messo in guardia: «Stai attento, se si attacca a te, nello stato in cui è, potresti passare dei guai».

 

 

Così, che didattica a distanza posso fare? Scrivo mail, e ho proposto una variante aggiornata del buon vecchio tema: «ITALIANO-GEOGRAFIA-STORIA “I giorni del virus: l’epidemia nel mondo, intorno a me, dentro di me” diario quotidiano di almeno 200 parole al giorno, dal 3 all’8 marzo 2020. Al rientro lo scritto verrà valutato nelle tre discipline». Almeno molti di loro si prenderanno un momento in cui silenzieranno tutto, e ragioneranno su causa-effetto, su cui li martello ogni ora da settembre. Tutto è collegato. Da ogni prospettiva: scientifica, spirituale, politica, storica. Dovranno vedere la loro figura in una stanza, e intorno la famiglia, il quartiere, la città, come un satellite che arretra lo zoom, e inquadra infine la Terra, momentaneamente meno inquinata e meno spaventata da Greta Thunberg.

Seguo il Ministero dell’Istruzione e cosa attrezza, aggiorno la mia classroom convinto del valore immenso del documentario d’autore come narrazione scientifica del passato, e del globale. Vedere gli scrittori da vivi, sentirli parlare in un’intervista, Ungaretti o Montale che leggono le loro poesie. Pasolini che intervista Pound. E scavare scavare scavare nella loro maledetta ipnotica fascinazione per il fascismo e il nazismo, aiutandoli a destrutturare il loro essere sia massa che individuo, spiegando che è possibile essere consapevoli ma socievoli, rassegnandosi alla complessità semplicissima del tutto.

 

 

Intanto, le scuole più attrezzate (Google Education, lavagne Sharp stratosferiche…) si stanno preparando alla “didattica a distanza” e saranno pronte a epidemia conclusa; i webinar per insegnare ai prof tontoloni la “didattica a distanza” spesso vengono annullati «per problemi tecnici». Domattina noi prof dobbiamo andare a spostare le scartoffie degli studenti-fantasma perché gli operatori scolastici passino un po’ di alcool sui banchi, su cui abbiamo scatarrato sino al 21 febbraio, ora che sappiamo che il Covid-19 dilagava in Italia da metà gennaio. I dirigenti scolastici ci invitano a chiedere agli allievi di portarsi sapone e carta-asciugamani, al loro futuro rientro. Governo e Regioni hanno ordinato igiene, ma nelle toelette dagli studenti non ho mai visto in vita mia un dispenser di sapone. Ora che le disposizioni igieniche vanno improvvisamente rispettate le scuole non hanno neanche i soldi per installare dispenser di sapone gratuiti. 

 

Domattina, nella corvée dei prof (o samu, nel glossario zen) domattina metterò almeno i guanti di lattice monouso, mascherina no perché il farmacista ha detto che le mascherine sono sparite in tutta Italia, e che i fornitori gli hanno detto al telefono: «Quando sarete zona rossa la Protezione Civile verrà a distribuirvi gratis le mascherine». Come dice la mia tabaccaia, senza guanti di lattice e senza mascherina, «se devo morire muoio, e se non muoio mi farò due settimane di vacanza». I genitori hanno paura di mandarli a scuola ma si rompono assai i coglioni di averli a casa, i figli. Io continuo a mandare messaggi nelle mie bottiglie: nel mare della rete qualche studentessa sveglia le aprirà, e si connetterà con me. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO

2Array ( )