Aborto. Sulla pelle delle donne

La marcia dei pro-life verso la Corte suprema è ormai entrata nel vivo. Stato dopo stato –– mentre scrivo siamo a nove – negli Stati Uniti il diritto all'aborto si restringe fino a sfiorare il bando. Se si considera che in America una donna su tre abortirà prima di compiere 45 anni, l'impatto delle nuove regole si mostra per quel che è – un tentativo devastante di riprendere controllo del corpo delle donne e fermare il corso della Storia. 

L'anno cruciale di questa riscossa è il 2019. Negli ultimi mesi Georgia, Kentucky, Missouri, Mississipi, Ohio e Louisiana hanno approvato le cosiddette heartbeat bills che proibiscono l'aborto dopo sei-otto settimane, quando i medici iniziano a individuare il battito fetale. Un periodo che, sostengono i pro-choice, equivale a un divieto perché in questa fase molte donne non sanno ancora di essere incinta.

L'Alabama ha vietato di interrompere la gravidanza anche in caso di incesto o stupro, a meno che la salute della madre non sia gravemente a rischio. Utah e Arkansas hanno limitato la procedura alla metà del secondo trimestre. E la lista minaccia di allungarsi perché altri stati sono al lavoro.

Le nuove leggi, dicono gli esperti, hanno poche probabilità di entrare in vigore nell'immediato futuro perché rischiano di venire bloccate dai giudici, come già accaduto al Texas e alla Florida. Ma l'obiettivo è proprio questo. Collezionare ricorsi e bocciature fino ad approdare ai giudici della Corte suprema – a maggioranza conservatrice dopo la nomina di Brett Kavanaugh da parte di Trump – così da ribaltare la storica sentenza Roe v. Wade che nel 1973 affermava il diritto fondamentale della donna a interrompere la gravidanza.

 

Intanto, negli stati repubblicani le donne scontano immense difficoltà che penalizzano soprattutto le più povere e le afroamericane, per cui il tasso di aborti è più elevato che per le bianche o le ispaniche. Le ultime leggi vanno infatti completare una manovra di accerchiamento che negli anni ha visto le limitazioni moltiplicarsi a ritmo sempre più incalzante.

L'istituto Guttmacher, una delle fonti più autorevoli sui temi della salute riproduttiva, stima che le limitazioni a Roe v. Wade abbiano ormai raggiunto quota 1270, di cui più di un terzo approvate solo nei primi tre mesi di quest'anno. Arenatisi nel circuito giudiziario i tentativi più estremi, è entrato in vigore un complesso di disposizioni che, pur non entrando nel merito della storica sentenza, di fatto finiscono per neutralizzarla. 

È un patchwork di regole che variano nei diversi stati, ma puntano compatte alla rete dei servizi. Si va dalle regole esagerate per le strutture – dagli hospital admitting privileges per i medici (l'obbligo, ritenuto superfluo dagli esperti, di trattare le donne in ospedale) alla sepoltura o cremazione dei resti fetali perché considerati "resti umani"; dai periodi di attesa imposti alle donne al counseling aggressivo e talvolta mistificante, senza tralasciare la cancellazione della copertura assicurativa per l'intervento legata all'Affordable Care Act, l'unica assicurazione sanitaria abbordabile per le fasce più vulnerabili .

Come risultato, negli ultimi anni molte cliniche sono state costrette a chiudere e le donne a rivolgersi altrove. In Louisiana, dove abito, sono rimaste tre cliniche per quasi cinque milioni di abitanti. Nel confinante Mississipi ce n'è solo una come accade in Missouri, Kentucky, North e South Dakota. I disagi e le liste d'attesa si possono immaginare. 

 

Se si guarda la mappa degli stati pro-life si vede un albero con robuste radici allargate a Sud, che lungo il Midwest spinge timide propaggini a nord. È una fotografia del solco che oggi attraversa l'America. È il fronte della Bible belt contro i liberali delle coste, i valori della famiglia e della tradizione opposti ai pericoli della modernità ibridante. Ridurla a una contrapposizione fra repubblicani e democratici è un errore, rivelano i polls. La grande maggioranza degli americani, conferma il Pew Research Center, sostiene Roe v. Wade. L'opposizione all'aborto annulla i confini politici e percorre entrambi gli schieramenti, modulata dal grado di istruzione, il vissuto personale, la pratica religiosa e perfino la razza. In Louisiana, tanto per dire, è stato un governatore democratico a firmare la heartbeat bill.

Partita da Sud dove la condizione delle donne, soprattutto se afroamericane, è tra le peggiori d'America, l'offensiva pro-life minaccia di sommergere il resto del Paese malgrado la resistenza di parte della società civile e degli stati democratici (Vermont, New York e Maine hanno di recente rafforzato la protezione all'aborto.) 

 

 

Il fronte antiabortista ha infatti trovato un alleato di ferro in Trump, la cui elezione è stata propiziata dal blocco cristiano evangelico. Commentando i recenti sviluppi, il presidente si è di nuovo dichiarato "strongly pro-life" (tranne in caso di stupro, incesto o se la vita della madre è a rischio, ha precisato). E più delle parole contano i fatti. 

Dal taglio dei finanziamenti federali a Planned Parenthood e analoghe organizzazioni all'ampliamento dell'obiezione di coscienza per gli operatori sanitari, l'amministrazione non si è finora risparmiata. A completare l'opera, il clamoroso taglio alla ricerca con tessuti fetali che ha appena colpito centinaia di progetti sostenuti tramite l'NIH-National Institute of Health, mettendo a subbuglio la comunità scientifica. 

 

Poco importa se nulla per ora può sostituire quei tessuti nella ricerca di una cura per l'Hiv, il Parkinson o la demenza. In quest'America chi non è ancora nato conta più dei malati, per non parlare delle donne. E basta guardarla in prospettiva, per capire che la posta in gioco è così radicale da sembrare incredibile. 

"I rivoluzionari progressi nello status sociale delle donne americane sono generalmente attribuite alla disponibilità dei contraccettivi orali", scrive Katha Pollitt sul New Yorker. Ma, chiarisce, recenti studi statistici li collegano invece alla possibilità di interrompere la gravidanza senza infrangere la legge. "Senza l'aborto – conclude – i presupposti che hanno modellato la vita delle donne negli ultimi decenni – incluso il fatto che sono loro, non un condom strappato, una pillola dimenticata o uno stupratore, a decidere cosa accade dei loro corpi e del loro futuro – cambierà".  

Inoltrandosi nel groviglio delle sentenze, la questione si mostra in tutta la sua portata. La battaglia in atto, spiega Jeannie Suk Gersen, docente alla Harvard Law School, riporta in scena uno "scontro di assoluti" che finora era stato risolto da un compromesso di fatto. 

 

Roe v. Wade rifiutava esplicitamente di stabilire "quando inizia la vita", bilanciando invece i diritti dello stato a tutelare il feto con quelli della donna ad abortire. Lo spettro delle "discriminazioni contro il feto" è stato però di recente evocato dal giudice supremo Clarence Thomas, commentando la legge firmata nel 2016 dall'allora governatore dell'Indiana Mike Pence che proibiva l'aborto se motivato da sesso, razza o disabilità del feto.

La legge in questione era stata invalidata dal Settimo circuito e la Corte suprema aveva rifiutato di entrare nel merito. Pur concordando con la decisione, Thomas sottolinea che leggi come quelle dell'Indiana "promuovono il pressante interesse di uno Stato a prevenire che l'aborto diventi uno strumento dell'eugenetica moderna". 

Il paragone fra l'aborto e le teorie che fra gli anni Venti e Trenta in America condussero alla sterilizzazione forzata di soggetti "deboli di mente" perché considerati non adatti a procreare è uno dei leit motiv della retorica antiabortista che più hanno presa sull'opinione pubblica. 

L'equiparazione non ha senso, perché legalizzare l'aborto non implica alcuna forma di costrizione da parte dello stato. "L'Olocausto genetico" – nella definizione raccapricciante di certi sostenitori – è però solo un'esca, avvisa Gersen. Fermarsi lì significa non cogliere l'argomento sotteso, più estremo e profondo, che senza troppo clamore, sta guadagnando terreno.

 

"Se si pensa che i feti hanno gli stessi diritti delle persone – scrive Gersen nel suo intervento sul New Yorker – una futura decisione potrebbe andare al di là del rovesciamento di Roe. Potrebbe stabilire che è anticostituzionale per ogni stato consentire qualsiasi aborto". "Questa posizione – la costituzionalizzazione dell'abolizione dell'aborto – andrebbe oltre ciò che sia i liberali sia i conservatori hanno immaginato possibile, ma è dove le ambizioni della 'personalità fetale' che ora sta entrando nel mainstream legale sono dirette". 

È ormai chiaro che non è l'ennesima bagarre politica destinata a sgonfiarsi alla prossima scadenza elettorale. L'attacco a Roe v. Wade potrebbe non essere fra le priorità dei giudici supremi, ha sostenuto Adam Liptak del New York Times in una recente intervista a Npr-National Public Radio. "La mia impressione – ha detto – è che la corte potrebbe muoversi con maggiore cautela e confermare modeste restrizioni sull'aborto, più che affrettarsi ad annullare Roe v. Wade". Scossone dopo scossone, le limitazioni possono però svuotare la sentenza fino a farla crollare, preparando il terreno per nuove micidiali regole del gioco. 

 

Trent'anni fa Margaret Atwood ne Il racconto dell'ancella immaginava una dittatura modellata sul fondamentalismo cristiano. L'immagine delle ancelle avvolte nei mantelli rossi, resa celebre dall'omonima serie tv, torna oggi con triste frequenza sui media. Sono donne senza volto né nome, donne riproduttrici che non appartengono più a se stesse. 

Sull'onda dell'attualità la distopia visionaria di Atwood è tornata all'attenzione dei lettori e il seguito, intitolato The Testament, in uscita a settembre, è il libro più atteso dell'anno. Eppure, malgrado tutto, si stenta a credere che l'America voglia davvero questo per il suo futuro. 

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