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Ai Weiwei: morte alle terme

Uno dei momenti in cui si pensa alla morte è immersi nelle tiepide acque di una spa. Ai bordi di una enorme piscina di un complesso termale. In fondo ci si reca per rigenerarsi, vale a dire colla preoccupazione che la morte sta strappando via via alla vita pezzi – alle volte anche fisici, epidermici, cellulari – e noi dobbiamo correre ai ripari, fare qualcosa, non rimanere fermi di fronte allo scorrere del tempo. E se è vero che non ci si bagna due volte nelle medesime acque di un fiume, conoscere se stessi è, ugualmente, porsi di fronte al limite dello scorrere, di certo al limite della morte per primo. È per questo che nel complesso termale più grande dell’antichità, le Terme di Diocleziano di Roma, il “gnoti seautòn” è impresso in un mosaico in cui è raffigurato un divertito scheletro che ci guarda sdraiato sul fianco sinistro. Non era peraltro raro trovare raffigurazioni della morte e della caducità della vita anche in occasioni che sembrano lontanissime, stridenti: nel Satyricon di Petronio viene narrato il momento in cui uno schiavo, durante uno dei ben noti pasti di Trimalcione con ospiti e fasti d’ogni sorta, porta in scena un “larva convivialis”, uno scheletro d’argento “snodabile” davanti ai commensali. Magari lo appoggia proprio sotto la luce di un enorme e sfarzoso chandelier. Il significato è presto detto: dato che finiremo tutti in quelle condizioni, è bene darsi da fare per vivere bene quanto concesso. 

 

L’area archeologica che prende il nome dall’imperatore Diocleziano s’inserisce oggi, dopo millenni di trasformazioni sociali e urbanistiche, di fronte alla stazione Termini, ovvero di fronte al brulicare di gente che scorre, passa, cerca di comprimere il tempo degli spostamenti. Lì, a due passi, all’interno di ciò che rimane di quel complesso termale e accanto al mosaico del “conosci te stesso”, è stata posta per alcuni giorni una installazione di enormi dimensioni: un lampadario elefantiaco realizzato interamente in vetro di Murano ideato dall’artista cinese Ai Weiwei, uno dei personaggi più influenti del nostro tempo, figlio del poeta esiliato Ai Qing. Quello che ammiriamo volgendo il capo verso l’alto è uno chandelier di circa nove metri di altezza per sei di larghezza e quattro tonnellate di peso, composto da scheletri, organi anatomici e protesi del post-umano: morte, uccellini di twitter e videocamere.

 

Morte come momento post-umano, nel senso di temporalmente dopo l’umano; tweet nel senso di ciò che è postumo, che resta dopo di noi; videocamere che rappresentano uno stadio evolutivo verso il post-umano, questi occhi ulteriori che ora sempre portiamo appresso e continuamente registrano. E mentre siamo noi a guardare l’opera, questa “Commedia umana”, quelle videocamere puntano su di noi. Mentre ci spariamo qualche selfie con alle spalle le ossa esposte su questo chandelier, qualcuno sta riprendendo noi, noi che riprendiamo conoscenza di fronte allo svenimento causato dal “conosci te stesso”. 

 

Riconosci te stesso (in principio sulla tastiera era stato: riconosci te steso, non male come calembour). Riconosci te stesso fra questi scheletri? Riconosci te stesso mentre la videocamera mostra te stesso che osservi l’opera? Allora non è tanto una installazione che riflette sulla morte, quanto la morte che riflette su di noi, che si specchia su di noi e al contempo contempla le nostre vite. E noi giriamo in tondo, giriamo attorno come per risalire dall’inferno al paradiso, dal buio alla luce.

 

 

Riconosci te stesso mentre osservi i Lego che compongono i colorati ritratti di Galileo, di Dante, Filippo Strozzi, Girolamo Savonarola? Ti rivedi mentre giocavi con i tuoi Lego a comporre figure vicine al tuo sentire, magari sentire di bambino, e per questo selvaggio e autentico? Perché, se il lampadario è rimasto esposto alle Terme di Diocleziano solo per pochi giorni (“il tempo” di mettere in scena anche la Turandot al Teatro dell’Opera di Roma), i ritratti citati figurano invece nella mostra visitabile fino al 22 maggio a Galleria Continua, proprio a due passi dall’area archeologica nei locali del Grand Hotel St. Regis. 

 

La personale di Ai Weiwei si intitola “Changes of perspectives”. Qual è il cambio di prospettiva che l’artista cinese ci impone? Quello di guardarci nel guardare. Quello di non riuscire più a fotografare – se ancora di fotografia si può parlare – il mondo se non gettandoci dentro anche il nostro corpo, dando in pasto all’immagine noi stessi, immergendoci nella morte dello scatto. Susan Sontag scriveva che «Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona o di un’altra cosa». Partecipando ora direttamente della e nella fotografia, dello e nello scatto, lo scarto risiede nel partecipare della vulnerabilità e della mutabilità di noi stessi. Non è il momento che passa, siamo noi che passiamo in quel momento. Quel momento resta, noi restiamo solo un momento. Quel momento ritorna, è ripescato dalla storia, allora vogliamo anche noi essere ripescati, per un momento. Vogliamo che la morte ci guardi, ci riprenda. Il lampadario delle terme di Diocleziano non promana luce: il vetro non è chiaro, ma scuro, nerastro. Siamo noi a dare luce alla sua tenebra. 

 

Come con lo chandelier (in cui è coinvolto lo studio Berengo per la fine lavorazione del vetro), anche nella mostra in corso presso la sede romana di “Galleria Continua” Ai Weiwei continua a lavorare con le maestranze locali, e così il nesso tra artisti e artigiani torna a farsi stringente. I piatti e i vasi in porcellana che osserviamo nelle stanze sono un omaggio alla grande tradizione cinese e sono realizzati con l’ausilio dei maestri del distretto di Jingdezhen. Certo, quello che più colpisce non è tanto la preziosità della materia, ma il materiale esposto su questa materia, ciò che su questi manufatti è disegnato: non più scene della cultura classica orientale, ma riproduzioni su porcellana di fotografie o scene che, come una istantanea, si sono sedimentate nel nostro immaginario.

 

E allora ecco le scene azzurre di guerriglie urbane, di guerre civili, di carrarmati all’assalto, di caschi della polizia che resiste a una carica o sferra un attacco ai manifestanti, o anche il celebre e funebre scatto del bambino di soli due anni trovato morto nel 2015 sulla spiaggia di Bodrum, assurto a simbolo delle tragedie in mare dei migranti. Non stiamo più guardando un mito, una favola, un racconto, siamo di fronte alla cronaca, forse a ricordarci che miti, favole e racconti hanno in sé una enorme porzione di realtà, qualcuno che ha cercato di condensare un fatto accaduto ma difficilmente spiegabile con razionalità. Come il fatto che continuiamo a credere fermamente nel potere rigenerante e allunga-vita delle nostre umilissime spa, in cui non riusciamo a ricreare esattamente lo spettacolo incredibile e spaventoso, lussurioso e mortifero di inarrivabili trimalcionate.

 

L’installazione “The human comedy” dell’artista cinese Ai Weiwei al complesso termale di Diocleziano “prosegue” nella “Galleria Continua” di Roma

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