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Albe e Menoventi. Due modi di morire in versi

La tragedia di uno stermino di massa, quello avvenuto in questi anni nel Mar Mediterraneo, raccontata in versi grotteschi, e quella della morte di un poeta, Vladimir Majakovskij, segno dell’involuzione mefitica di un regime, sono al centro di due spettacoli presentati a Ravenna Festival. Rumore di acque, una creazione Teatro delle Albe, aveva debuttato qui dieci anni fa, ed è stato ripresa ora con la stessa formazione, Alessandro Renda in scena nei panni di un generale pluridecorato, in realtà oscuro ragioniere e archivista di un Ministero dell’Inferno, accompagnato dalle musiche magiche dei fratelli Mancuso, cantillazioni simili a un antico planctus in contrappunto al testo comicamente indignato di Marco Martinelli. Il festival dà ampio spazio ai gruppi locali, che da queste parti spesso vogliono dire il meglio del teatro italiano, e già si era vista una parte dello spettacolo premio Ubu Se questo è Levi di Fanny & Alexander. La seconda pièce presentata, Buona permanenza al mondo. Majakovskij bpm,

porta la firma dei faentini Menoventi ed è la seconda tappa di un lavoro in fieri ispirato dal libro di Serena Vitale Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi), una ricostruzione a più voci del suicidio di Majakovskij. 

 

“Rumore di acque”, ph. Luca Bolognese.


Anche lo spettacolo di Martinelli si presenta con un libro, nella Rocca Brancaleone di Ravenna, all’aperto, con il rispetto di tutte le norme di sicurezza, in una serata di luna piena splendente sull’antico tracciato di mura e torri sbrecciate. Il volume Drammi al presente (Editoria & Spettacolo, pp. 232, euro16) oltre al testo di Rumore di acque, varie recensioni d’epoca, interviste all’autore e apparati critici a cura di Gerardo Guccini, contiene un’altra commedia all’umor nero, Salmagundi del 2004. Qua si parla di un’epidemia misteriosa che contagia una società tronfia nell’illusione di aver bandito ogni malattia, intenta a vivere un eterno varietà; in Rumore di acque si inventa un’isola del Mediterraneo dove un povero servo diavolo tiene l’impossibile contabilità delle persone morte durante la traversata per raggiungere l’Eldorado dell’Occidente dai paesi poveri. Drammi al presente si intitola il libro, perché a rileggere Salmagundi, che all’epoca sembrava una satira anche un po’ facile dell’epoca berlusconiana, si rimane allibiti a rispecchiarci nella pandemia appena vissuta e nei comportamenti che l’hanno segnata, con l’individuazione del consumismo, dell’abuso della natura e del mondo animale, della riduzione di tutto a merce come cause. E a risentire le parole di Rumore di acque, scritte prima delle grandi migrazioni tra 2014 e 2018 e prima della politica dei respingimenti, ma dopo la strage di Porto Palo del 1996 e quella di Lampedusa del 2013, si rimane colpiti.

Non si tratta di capacità divinatorie di Marco Martinelli ma di ascolto di tendenze profonde della nostra società. Nel caso di Rumore, il testo nasce da un lavoro sviluppato per mesi a Mazara del Vallo, nutrito di racconti di persone che la traversata l’avevano fatta. L’autore aggiunge un suo umore sulfureo, riversato anche nella recitazione tutta stridula o rauca o profonda di Alessandro Renda, che crea una vera e propria maschera vocale immergendoci in quella confusione di corpi perduti nei naufragi, nell’elencazione di persone ridotte a contabilità incerta del massacro, restituite alla loro storia da ricordi ricostruiti interrogando gli scampati.

 

“Rumore di acque”, ph. Luca Bolognese.

 

Sono tre i piani dello spettacolo. Il primo è quello del militare ctonio che, mascherato dietro scuri occhiali da sole, dirige un centro, un isolotto nel mare, che accoglie tutti, tutti i morti, ridotti a numeri poco leggibili, cancellati, a età indefinite, a storie sbiadite, cui cerca di ridare contorni. A un certo punto qualcuno, qualche ricordo, riemerge, e allora il tono da grottesco si fa narrativo. Nel secondo piano, fuso col primo come il terzo, ascoltiamo storie di chi provò a varcare il mare: quella dello sbruffoncello Yusuf che sapeva guidare una barchetta nella laguna e promise di portare vari disperati in Europa; quella dell’Ammiraglio figlio di Ammiraglio che non spense le eliche dopo che il barcone si spezzò in due facendo macelleria di corpi umani; la storia di Jasmine che arrivò a riva, dopo un viaggio attraverso il deserto dall’Africa profonda alla Libia costellato di stupri, violenze, ricatti, e poi, dall’altra parte, di nuovo ridotta a oggetto sessuale; l’inabissarsi in mare di giovani prostitute, la vicenda di Jean-Baptiste e altre, mentre molti numeri rimangono senza volto e storia. Tenere la contabilità di tale orrore è un peso, perfino per quel grigio travet kafkiano, che a un certo punto prorompe in un’invettiva ai pesci che mangiano la carne umana, concludendo col parodistico: “Siate più umani, squali!”, terribile invettiva contro la cannibale razza umana. 

 

Il terzo piano sono le melopee dei fratelli Mancuso, arie antiche del Mediterraneo, melodie di strumenti inventati in tempi lontani per raccontare le distanze, le malinconie, le lentezze, le violenze di un mondo disumano, dove la morte la guerra la povertà la disperazione erano spesso i colori dei giorni. Appaiono come due spiriti fatati barbuti, e scompaiono, con i loro gesti iterativi che danno voce e struggimento a violino, harmonium, saz baglama, saz divan, ghironda, percussioni e altri strumenti; tornano e poi si smarriscono nel buio e sulla voce ghiacciata dell’attore riappaiono tenendosi abbracciati, in straziati compianti a cappella. Un’emozione unica, una trama di pietas sull’ordito grottesco e epico di Renda. Con la scena, uno scoglio squadrato rilucente, e i costumi ambigui, militareschi e infernali, concepiti da Ermanna Montanari e Enrico Isola. 

Il testo è stato rappresentato in questi anni in varie lingue, con interpreti e regie differenti, in diversi paesi.

 

“Buona permanenza al mondo. Majakovskij bpm”, ph. Marco Parollo.


Buona permanenza al mondo. Majakovskij bpm

 

Nello spettacolo di Menoventi, invece il libro sta a monte. È la ricostruzione con gran ritmo della morte di Majakovskij attuata da Serena Vitale, di tutti i misteri e le aporie che la circondano, non risolti dalla scoperta di nuovi documenti nel 1991. Il libro accumula dati, versioni, ipotesi sul suicidio, anche quella di un “suicidio” di stato di un personaggio divenuto ingombrate, liquidato dalle associazioni degli artisti, odiato, ridicolizzato, calunniato dagli intellettuali di regime, accusato, oggetto di mille pettegolezzi. 

A Majakovskij non bastava che fosse stato instaurato lo stato proletario: “La canaglia / finora / s’è diradata poco. / Molto è il lavoro, / e occorre fare in tempo. / Per prima cosa / bisogna / rifare la vita …” scriveva nel 1926, otto anni dopo l’Ottobre, nella poesia scritta per la morte del poeta Sergej Esenin. E tuonava con ironia ancora contro la burocrazia nelle ultime opere teatrali futuribili, Pulce e Bagno. Majakovskij era grande di corpo, indisciplinato, proiettato verso un futuro forse impossibile e il nuovo stato, quello sognato e già preda di affaristi e poliziotti, gli stava certamente stretto.

 

Gianni Farina per Menoventi firma progetto e regia, suono e luci, con in scena Consuelo Battiston, Tamara Balducci, Leonardo Bianconi, Federica Garavaglia e Mauro Milone (nella parte del poeta). Questo lavoro è una tappa intermedia in un lungo percorso verso lo spettacolo finale che si darà nel 2021 con titolo simile a quello del libro di Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi. La struttura frammentata del libro ricostruisce da diverse focali il “caso Majakovskij”, come una tappa dell’involuzione di un regime che era nato per la liberazione dell’uomo e arriverà alla repressione generale, sterminando una generazione intera di poeti e artisti. Lo spettacolo riproduce questa struttura introducendo le differenti testimonianze oltre che con interventi degli attori con cartelli e proiezioni disegnati da Marco Smacchia, con una grafica che ricorda quella sovietica, costruttivista, degli anni ’20. I personaggi in scena sono Lili Brik, moglie del critico Osip Brik amata da Majakovskij, l’attrice Veronika Polonskaja detta Nora, ultima fidanzata di Majakovskij, a sua volta sposata con un attore, vari personaggi dell’establishment sovietico e della polizia segreta, al soldo della quale pare fossero anche i Brik e Nora, uomini politici e intellettuali come Trotskij e Roman Jakobson, che scrisse per Majakovskij il libro Una generazione che ha dissipato i suoi poeti.

 

Consuela Battiston è la Donna Fosforescente, proveniente dal futuro del Bagno, che introduce, giudica, racconta il tradimento della rivoluzione e la via crucis di un poeta che non sapeva mettere i propri sentimenti, le proprie passioni, i propri esperimenti esistenziali del tutto in sintonia con la disciplina della macchina statale. 

Lo spettacolo ha momenti coinvolgenti, felici, appoggiati alla struttura del libro. Quello che gli si può rimproverare (come consiglio per lo sviluppo futuro) è di essere un po’ come uno spettacolo di Piscator, come lo descrive Lili Brik dopo averlo visto a Berlino: didattico, un po’ tedioso. Manca la furia del poeta, quell’energia a sfidare la realtà con le armi dell’immaginazione, quel portare come testimoni i suoi milioni di versi rivoluzionari davanti al tribunale del partito. Manca la furia di mitragliatrice che per esempio metteva Carmelo Bene nel dire i poemi di Majakovskij, o l’invenzione dei cori di adolescenti di Marco Martinelli, che ne faceva rinascere i versi palpitanti, adatti a bocche giovani di oggi, come un vento di tempesta che vuole cambiare, sconvolgere, cose e mondi cristallizzati. Tutto è più smorzato, razionale, come un giallo senza soluzione, se non quella di un girotondo per seppellire la poesia, per espellere dal corpo sociale la fantasia, la divergenza, l’ansia di un futuro nuovo. 

La descrizione dei fatti, la fotografia dei materiali è dominante: manca – ancora, per ora ci auguriamo – la forma, la capacità di inventare forma per nutrire visioni diverse, come voleva il Lef, Fronte di sinistra delle arti, come voleva Majakovskij: non basta mutare i contenuti, bisogna rifare tutto, e la vita in primo luogo. Manca, in questo studio scenico, l’estremismo. 

 

Nell’ultima fotografia, la folla ai funerali di Majakovskij.

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