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Antropocene fantasma

La spettralità ha attraversato il pensiero del Novecento ma è solo adesso che un inquinante dell’aria ha attaccato le sinapsi dell’immaginario collettivo e ha relegato i fantasmi di cui parlavano Derrida o Žižek in una wunderkammer obsoleta. Questo inquinante è il crollo percepito del futuro, un futuro troppo smaltato nel pensiero evoluzionista, troppo volontaristico nella antropopoiesi marxista, troppo vaporoso nella controcultura pop. Adesso è il futuro il vero fantasma del nostro tempo e, con una retroazione all you can eat, la spettralità è un geist che sta divorando il presente e il passato, trasformando in ectoplasmi forme di vita che ancora esistono o che per essere esistite, e non esserci più, infestano il nostro lungo sonno da svegli.

 

Me ne sono reso conto, con l’impatto di un pugno interiore, quando ho fatto ponte tra due intrusioni nel cuore, che mi hanno lasciato a pezzi. La seconda è un audio condiviso in rete in cui un’orca in cattività dice “hello” e “bye-bye” imitando la voce del proprio addestratore. Sentire l’animale imitare l’uomo mi ha gettato in un senso di tristezza e costernazione come se fossi in presenza di un lutto. La prima cosa a cui ho pensato è il contesto macabro, concentrazionario, di un acquario americano dove una persona non-umana è forzata a “giocare” per l’uomo. Il pensiero immediatamente successivo è stato per l’orca come specie, un popolo marino che forse molto presto non esisterà più, e per l’incalcolabile perdita mentale che il crollo della biodiversità comporterà per Homo sapiens, visto che pensare animali è stato il primo e principale motore cognitivo che ci ha reso umani. Ma, inghiottito il nodo in gola, sono andato a frugare in rete nel bouquet di notizie di animali parlanti e mi si è spalancato un mondo perturbante, con un beluga dello zoo marino di San Diego che sa dire la parola “out” o Koshik, un elefante della Corea del Sud, che sa dire “hello”, “good” e “sit down”. Perturbante perché, mentre sterilmente si dibatte se questi animali capiscano o meno il senso dei suoni che riproducono, nessuno sembra invece ascoltare le voci uscite dalle loro gole per quello che in effetti sono, cioè le trombe dell’apocalisse.

 

 

La prima intrusione del cuore è l’inizio del film The Hunter di Daniel Nettheim del 2011. Willem Dafoe è un contractor che accetta di andare in Tasmania per conto di una compagnia di biotecnologie per recuperare il DNA di un animale considerato estinto, il Thylacinus cynocephalus, la tigre della Tasmania, un marsupiale carnivoro il cui ultimo esemplare noto è morto in cattività nel 1936 e che, appunto come un fantasma, continua periodicamente a essere avvistato nelle aree più selvagge dell’isola. Nel film, Dafoe inserisce una chiavetta usb nel portatile e parte un video, che si può trovare facilmente in rete, girato nello zoo di Hobart nei primi anni Trenta del Novecento. Nel ralenti zoppicante della pellicola il misterioso marsupiale si muove come uno xenomorfo di Hans Reudi Giger, bilanciandosi a volte sulla lunga, sgraziata coda, come un canguro, spalancando una bocca quasi disarticolata e, a volte, per un istante, guardando in macchina come una Medusa australe. Personalmente sono rimasto folgorato, trafitto da parte a parte, come se mi fossi affacciato su un abisso temporale pieno di presenze che non riescono a darsi pace. Nel film Dafoe ucciderà l’animale, ma solo per non farlo cadere nelle mani della compagnia di biotecnologie che contava di ricavare dal suo DNA una neurotossina da utilizzare in ambito bellico. Ultimo della sua specie, l’animale non fugge, china la testa e si lascia uccidere, e con lui muore per sempre una parte incalcolabile di noi. Ma quale?

 

 

Il problema non è semplicemente quello della perdita: ghiacciai che scompaiono lasciando incombente nel pensiero la loro massa mancante; foreste che ardono incenerendo un po’ alla volta le nostre geografie mentali; specie animali che si dissolvono portando a dissoluzione le architetture tassonomiche del nostro cervello. La perdita è solo l’inizio. Quello che muore dentro e fuori di noi è la complessità e molteplicità del mondo, che è condizione ineludibile per mantenere sempre vive le zone intermedie, le terre di nessuno, le aree di soglia. I fantasmi, in bilico tra mondo dei vivi e mondo dei morti, ci ricordano la presenza di una “terza area”, ma non è mai per darcene la garanzia, per dirci che sempre e comunque questa fascia di transito c’è. Le zone liminari, al contrario, vanno coltivate, vanno fatte crescere in disequilibrio con l’ossessione per la lista che ci abita, vanno fatte reagire come un agente corrosivo sulla scacchiera autoritaria delle classificazioni linneiane. Non basta che ci siano spettri, occorre frequentarli, bisogna evocarli e parlare di loro e con loro il più possibile. Spettri-luogo, spettri-piante, spettri-animali, che ci fissano chiedendo pace. Ora, noi non possiamo guardarli frontalmente, possiamo coglierli solo di lato, con quella vista periferica che è un residuo del nostro passato di caccia, ma la cosa non è semplice in un mondo che fa dell’andare avanti un’isterica marcetta fascista. 

 

 

Qualche giorno fa, allora, ho pensato che era tempo di muoversi, e ho iniziato un viaggio spettrale e doloroso nel mio personale Antropocene. Ho acquistato The Birds of America di John James Audubon, un volume 40 x 60, 6 chili di peso, con 150 tavole dell’edizione postuma del 1858 riprodotte ad altissima definizione. Audubon, allievo di Jacques-Louis David a Parigi, esploratore, naturalista, illustratore, è un personaggio mitico, un padre fondatore dell’idea di wilderness in America, ma per noi oggi è anche un medium, una Madame Blavatsky dei boschi che può metterci in connessione instabile con un mondo di fantasmi. Molti degli uccelli e dei mammiferi disegnati da Audubon sono ancora visibili in Nord America, va bene, ma per quanto? Guardando le sue tavole gloriose e malinconiche sembrano già tutti estinti, perché quello che invece è già certamente scomparso è il grande spazio americano, la sua inimmaginabile vastità interiore per chi lo percepiva con gli occhi del nuovo arrivato. Quello che noi possiamo fare, allora, adesso, qui, è allestire un bivacco in qualche Groenlandia della mente, ritrovarsi tra pochi amici onesti, e sussurrare i nomi di animali e di piante che, già da ora, senza che lo sappiamo, sono la metonimia zombie di un cosmo concluso.

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