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Aristofane a Pompei

Sugli scavi di Pompei scende una pioggia fitta quando, alla spicciolata, alcuni ragazzi arrivano all’Auditorium che si trova poco dopo l’ingresso principale. È un pomeriggio di novembre 2021. Davide e Carmine, 16 e 17 anni, pur essendo ‘local’, al Parco Archeologico più famoso del mondo non ci avevano mai messo piede. “Ci siamo persi negli scavi, ma è stato un piacere, è molto bello qui”. Una volta dentro l’auditorium, nell’attesa che arrivino gli altri, si fermano a contemplare una grande mappa tridimensionale dell’antichissima città. “Ma davvero qui vicino c’è il mare?”. Nel frattempo sono giunte anche Stefania, Silvana e Martina, tre adolescenti di Scafati, un comune poco lontano da Pompei. Zuppe come pulcini, hanno preso più di un mezzo per arrivare: “È qui che si fa il laboratorio di teatro? Noi ci siamo!”. Sotto le mascherine si intravedono i colori fluo dei capelli, gli occhi timidi ma curiosi, la gioia e l’eccitazione di una cosa ‘nuova’ che rompa gli schemi di due anni di pandemia in cui la maggior parte dei ragazzi – soprattutto quelli campani – la scuola l’ha ‘seguita’, se così si può dire, dietro a uno schermo. Marco Martinelli rompe subito il ghiaccio: “Gli adulti che immagine hanno di voi?”. “Che siamo dei buoni a nulla”, rispondono alcuni dei ragazzi in coro. “E allora noi, con questo spettacolo, gli facciamo capire che non è così, ma dobbiamo costruirlo tutti insieme”. 

 

Un momento del laboratorio di Marco Martinelli a Pompei, foto di Francesca Saturnino.


Dopo l’esperienza di Arrevuoto, i cui semi ancora portano frutti nelle scuole e licei partenopei e in un’intera generazione di teatranti, Marco Martinelli e Ermanna Montanari tornano a Napoli. Dove di non-scuola, pratica rivoluzionaria, affinata negli ultimi quarant’anni di laboratori con adolescenti di tutt’Italia, c’è bisogno come acqua nel deserto, soprattutto dopo la pandemia. Aristofane questa volta si farà a Pompei, nel Teatro Grande. E sarà solo l’inizio. Dopo il debutto a fine maggio (27, 28, 29 Teatro Grande di Pompei), il 3 giugno Uccelli approderà al Festival di Ravenna e in ottobre all’Arena del Sole di Bologna (produzione Parco Archeologico di Pompei in coproduzione con Ravenna Festival, Giffoni Film Festival, Teatro Mercadante di Napoli, ERT/Teatro Nazionale grazie al finanziamento del PON Metro 14-20 del Comune di Bologna, Teatro delle Albe/Ravenna Teatro). In questo lavoro lungo e delicato di germogli da nutrire e proteggere per la primaverile fioritura, Marco e Ermanna saranno affiancati dalle guide Gianni Vastarella e Valeria Pollice, ex-Punta Corsara, che da anni portano (es) portano in giro gli insegnamenti della non-scuola, assieme alla sottoscritta: sguardo interno/ esterno/ trasversale di critico, giornalista e insegnante che narrerà l’intero processo di creazione artistica, trasmissione pedagogica, scambio umano, fuoco che si accende.  

 

A volere fortemente le Albe a Pompei è stato Gabriel Zuchtriegel, neo-direttore in carica del Parco Archeologico, giovane e con le idee molto chiare. Dopo aver visto The Sky over Kibera, ha chiamato Martinelli all’istante: “Voglio che vieni a fare la stessa cosa qui”. Due le scuole coinvolte sul territorio, il Liceo coreutico Ernesto Pascal di Pompei e l’IISSS Eugenio Pantaleo di Torre del Greco. A questi due gruppi si uniranno alcuni elementi da Arrevuoto e un piccolo numero di più piccoli studenti della scuola “Dalla parte dei bambini” di Rachele Furfaro dove in questi mesi, nonostante le intermittenze pandemiche, Laura Redaelli con Gianni Vastarella ha condotto dei laboratori ispirati al Purgatorio e alla commedia dantesca in cui le Albe si sono immerse negli ultimi quattro anni. 

 

Zuchtriegel, presente nel primissimo giorno di inizio laboratori, spiega ai ragazzi che questo è il progetto più importante messo in campo nel suo insediamento. Obiettivo: non fare allontanare i giovani dal loro territorio. Conoscerlo, amarlo, fare un’esperienza che in qualche modo li segni e dia loro una prospettiva, anche solo emotiva, per il futuro. Una perla rara, verrebbe da dire. A seguire l’intero progetto, una troupe del Giffoni Film Festival che produrrà un documentario che racconta l’intera esperienza. Martinelli introduce: “Siamo qui per raccontare una favola. La cosa fondamentale che dobbiamo riuscire a fare è, partendo dal testo antico, riuscire a raccontare le vostre esperienze di vita. Creare un medium tra Aristofane, nostro antenato scrittore e commediografo, e la vostra vita di oggi. Grazie fin d’ora, in anticipo, per tutta la generosità e la bellezza che condividerete con noi”. 

 

Aristofane a Scampia, il libro sulla non-scuola di Marco Martinelli pubblicato nel 2016 da Ponte alle Grazie.


Tutto è iniziato a fine settembre ’21. Il Teatro Grande di Pompei è stato invaso da una folla di 400 ragazzi provenienti dai due licei dell’area vesuviana per la presentazione del progetto didattico Pompei Teatro “Sogno di Volare”, nato grazie a un protocollo tra il Parco archeologico di Pompei e l’Ufficio scolastico regionale della Campania. Un protocollo prezioso, sui generis, mirato a “coinvolgere le scuole del territorio e stabilire un legame concreto tra le antiche testimonianze e i giovani fruitori, in un percorso volto alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio storico-archeologico”.

 

Dopo l’incontro “zero”, si sono formati i gruppi con cui Gianni Vastarella e Valeria Pollice lavorano una volta a settimana. Un giorno a Torre del Greco e un giorno a Pompei. Una o più volte al mese ci si incontra con Martinelli; Ermanna Montanari scenderà in primavera. Mentre scrivo ci apprestiamo a fare il primo incontro con Ambrogio Sparagna, Franco Masotti, Vincent Longuemare e Roberta Mattera che si occuperanno di musiche, luci e costumi. I ragazzi, dopo la pausa pandemica, sono molto impegnati. PON, Alternanza scuola lavoro, interrogazioni, Prove Invalsi, preparazione per gli esami di maturità. Molti, soprattutto quelli di Torre del Greco, in orario extra scolastico già lavorano come cuochi o camerieri. Il Pantaleo è uno dei primi istituti comprensivi della Campania e ha anche una sezione di Istituto Alberghiero. Nella sede centrale dove ci incontriamo, il mare è un’ipotesi dietro i binari della ferrovia. Senti l’odore, ne avverti la presenza, tra muri scuri di pietra lavica, grandi capannoni e splendidi, antichi aranceti che si perdono a vista d’occhio tutto intorno.

 

Nella bacheca poco fuori la sala teatro, ci sono foto in bianco e nero di Massimo Troisi. “Questa è stata la sua scuola”, mi spiega Pasqualina Pasqua, la più appassionata delle prof che seguono il laboratorio. Torre del Greco è città del corallo. Siamo a pochi passi dal Vesuvio e dalla Costiera Sorrentina. Un paradiso da cui però i giovani abitanti vogliono andar via.

 “Non c’è prospettiva, il lavoro è poco. Sfruttato e malpagato. Gli adulti ci giudicano senza capire. Il mare qui è inquinato”. Queste alcune delle risposte alla domanda: “Perché partire? Perché restare?” che innesca i meccanismi drammaturgici alla base del lavoro. Siamo agli inizi. Le risposte dei ragazzi vivificheranno il testo aristofaneo. Il commediografo ateniese parlerà con le parole e la rabbia degli adolescenti del ventunesimo secolo. “Aristofane non è polvere da museo: Aristofane è un adolescente infuriato. Per questo motivo è in perfetta sintonia con gli adolescenti di questo inizio millennio. Scrive la prima commedia a diciotto anni: si scaglia contro la guerra che devasta Atene, contro la miseria che cresce nei cervelli prima che nelle case. Il primo verso che ci resta del suo teatro è: ‘Quante cose mi mordono il cuore!’. Il suo genio sta nell’intrecciare insieme, nella stessa commedia, le schifezze e i sogni, le battute oscene e i versi cristallini, la palude e il cielo”, spiega Martinelli a più riprese. Le parole prese in prestito da Aristofane scottano e s’incendiano ancora di più in questo assurdo tempo presente di un’Europa improvvisamente (ri) piombata nella guerra. 

 

Il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Daniel Zuchtriegel, durante la presentazione del progetto con le Albe, foto di Giuseppe Barbella.


“È vero che siete un regista internazionale, che ha girato il mondo?”, chiede Simone a Marco in uno dei primi incontri di conoscenza, curioso, intimorito e pure un po' orgoglioso di partecipare al progetto. “La cosa vera del regista internazionale è che ora si trova qui con voi: questo è il mio unico desiderio”. La presenza iniziale delle telecamere non facilita le azioni. I ragazzi si sentono osservati. Ma dopo i primi tempi quasi non ci fanno più caso. È importante ricordare loro, come un mantra, in qualsiasi momento, che la partecipazione al laboratorio, così come il teatro, si deve fare solo per desiderio puro. “È un gioco che vale solo se si ha voglia di giocarlo: come tutti i giochi sono belli se ci danno piacere”.  

 

È difficile trovare un equilibrio. Dopo l’inizio del progetto in novembre, la recrudescenza della pandemia ci fa vacillare. Per qualche giorno temiamo drastiche interruzioni. Gianni e Valeria fanno fatica a tenere il passo e il ritmo con ragazzi che scompaiono per intere settimane, alcuni dei quali non tornano più. Per fortuna, dopo i primi tempi dall’inizio dei laboratori, si crea il famoso ‘zoccolo duro’. C’è un interesse vivo, sincero, genuino, che fa del teatro e della sua pratica una necessità. Così Nunzio, 18 anni e carisma da vendere, fa le corse per andare al lavoro da un capo all’altro di Torre del Greco il pomeriggio, ma al laboratorio non manca mai. È un appuntamento fisso. Nelle pause, ci racconta della sua vita, i suoi impegni, i suoi timori, la sua fede calcistica. 

 

Con Marco, Gianni e Valeria scherziamo, pensando agli amori che nasceranno quando i due gruppi tra Pompei e Torre del Greco si uniranno. Non sarebbe la prima volta nella non-scuola. Gianni e Valeria ricordano gli albori di Arrevuoto nel 2005 quando il gruppo del Liceo Classico Genovesi, storica scuola del centro storico di Napoli, si unì con quello del liceo scientifico Elsa Morante di Scampia. Valeria si trovava nel primo, mentre Gianni, scugnizzo innamoratosi del teatro, si era ‘intrufolato’ nel secondo gruppo. Da allora non si sono lasciati più. Il gruppo del Liceo Coreutico di Pompei è formato per la maggior parte da ragazze. Guidate da Rosa Miecchi, professoressa di danza e movimento da poco supplente a Pompei, sembrano delle cicogne sinuose pronte a spiccare il volo. Siamo felici che ci sia Rosa che subito entra nello spirito del progetto. A fine febbraio c’è già un’osmosi molto forte, un’energia sottile e vitale, che fa sì che ogni viaggio in macchina da Napoli ai paesi vesuviani per Gianni, Valeria, Marco e la sottoscritta sia un momento atteso con gioia. Da noi e dai ragazzi. 

 

Un momento del laboratorio di Marco Martinelli a Pompei, foto di Francesca Saturnino.


Spesso, soprattutto all’inizio, ci mettiamo in cerchio. Il cerchio è la forma in cui ci guardiamo tutti negli occhi, diversa dal rapporto canonico frontale discente-maestro. “In questa forma”, dice Martinelli, “tutti voi siete protagonisti, a seconda dell’energia che creiamo in coro. Se riusciamo a creare fuoco ed energia tra di noi, allora saremo in grado anche di rompere quella quarta parete invisibile che tante volte divide palco e platea, a portare chi ci vede dentro al cerchio che abbiamo creato”. Nei primi incontri, Gianni e Valeria usano l’espediente del ‘rabbiometro’ che serve a far sciogliere i ragazzi. Sempre in cerchio, chiedono loro: “Cosa ci hanno rubato?”. La risposta, urlata è varia: “la libertà!”, “il tempo!”, “la rabbia!”, “la gioia!”. Alcune delle risposte sono in dialetto locale che ha dei suoni musicali. Molti ragazzi ci confessano che sempre più spesso gli si affibbia l’etichetta di “sfastereati”, ovvero scocciati, stanchi, annoiati. Spesso, sulla via del ritorno, discutiamo su quanta complessità nasconde ognuno di questi individui in formazione: giovane, tenero, fragile, inespresso. Quanto, su tutto questo, hanno influito questi due anni di volti mascherati, corpi bloccati, prime esperienze di vita negate. Quando facciamo il ‘rabbiometro’, i ragazzi si divertono molto. Marco a volte non capisce tutto quello che i ragazzi dicono, e allora si ferma a chiedere a loro o a noi le “traduzioni”. 

 

La presentazione del progetto didattico Pompei Teatro “Sogno di Volare” al Parco Archeologico di Pompei, foto di Giuseppe Barbella.


Alcuni conoscono già la trama de Gli uccelli. Fa parte del processo di creazione drammaturgica volgere quella trama e quelle storie al tempo presente. Nei primi mesi lavoriamo sui ‘tentativi di volo’. “Lo spettatore rimarrà incantato vedendo come un testo antico possa parlare la lingua di oggi. I protagonisti della commedia scritta 2500 anni fa sono Pistero ed Evelpide. Questi due personaggi dicono perché la loro città, Atene, non andava più bene. Dicono i motivi di 2500 anni fa, spiegando di voler andare in una città dove non ci siano ansie, preoccupazioni problemi. Noi invece partiremo da un coro, un grande coro di adolescenti. Atene popolo di adolescenti che non ne può più e se ne vuole andar via. Questo spettacolo deve essere una sauna, caldo e freddo. È sempre la vita che raccontiamo, nell’alto e nel basso”.

 

Ecco, la favola di Aristofane serve per capire perché siamo insoddisfatti oggi, cosa non va. Con la differenza cruciale che i due protagonisti aristofanei diventano un coro, cuore pulsante e politico di tutti i lavori delle Albe che si rivolgono sempre a una polis/comunità. Il coro è la matrice da cui nascono le figure singole. Il gioco corale è la cifra dello spettacolo. Il coro genera tutto. Senza coro, il lavoro non esiste. Su questo insiste molto Martinelli, e sulla vitale e indispensabile relazione coro/solista. Questo meccanismo mette in crisi alcune delle dinamiche di gruppo/branco adolescenziali.

 

Nel coro si sta insieme, tutti insieme, si respira insieme, tutto si vede, nel coro. Nel coro ci si ascolta. Ci si sostiene. Da questo punto di vista, le improvvisazioni, guidate o estemporanee, sono molto importanti. E riattivano una dimensione che la pandemia aveva cancellato. Le improvvisazioni servono a capire come sono i nostri corpi nello spazio, a sentire l’altro, a liberare emozioni represse e anche l’immaginazione che inizia a correre. “Immaginate di essere un uccellino che sta per nascere, un momento lirico e onirico insieme. Come ce la immaginiamo la nascita? Chiudiamo gli occhi, ognuno ha il suo tempo di nascita e la libertà e la fantasia assoluta. Tutti noi abbiamo sognato qualche volta di avere le ali, metaforicamente, per poter uscire da qualche parte, per non stare bassi. Mettetevi nello spazio, come volete. Ognuno immagina la sua nascita”.   

C’è una bellezza anche nell’essere maldestro, goffo, buffo. Questo è il luogo della gioia e dell’invenzione. Da qui, da questo grumo di energie da liberare, di spinte verso l’esterno, di ali piccole o grandi dispiegate, si parte verso il Teatro Grande di Pompei.  

 

Nell’ultima immagine Marco Martinelli al Parco Archeologico di Pompei (foto di Giuseppe Barbella).

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