Attenti ai cani

Quanta storia ha alle spalle il cane. Il nostro cane, quello con cui condividiamo ogni spazio della casa? E, soprattutto, che storia ha alle spalle questo vivente che fa sempre più parte della nostra vita? 

Alle domande non è facile dare risposta. O meglio, come dimostra l’etologa Paola Valsecchi in Attenti ai cani (Il Mulino), è possibile dare più risposte, fondate spesso su ipotesi destinate ad essere continuamente aggiornate. 

Partiamo da quanto è sicuro. Il primo elemento è relativo all’ascendenza del cane, che è interamente da attribuire al lupo, con cui condivide il 98% del DNA mitocondriale, come ha dimostrato nel 1997 un gruppo di genetisti guidati da Carles Vilà. Ma il lupo in questione non ha nulla da spartire con il lupo moderno. Si tratta infatti del lupo ancestrale, di cui, tra l’altro, sarebbe opportuno parlare al plurale, perché i cani discendono da più di una popolazione di lupi.

 

Dal 1997, quindi, è caduta definitivamente la teoria di Konrad Lorenz, che attribuiva una duplice discendenza del cane dal lupo e dallo sciacallo. 

Il secondo elemento sicuro è relativo all’indiscutibile primato del cane, che è stato il primo animale ad essere addomesticato dalla nostra specie. Però non è semplice dire quando l’incontro sia avvenuto. A livello cronologico l’ipotesi classica verteva sulla coincidenza tra domesticazione del cane e rivoluzione neolitica, marcata dalla duplice “invenzione” di agricoltura ed allevamento. Quindi l’evento veniva collocato intorno a 10000 anni fa. Le evidenze scientifiche ci consentono di retrodatare l’apparizione del cane domestico attorno a 15000 anni fa in Europa e 12500 anni fa in Asia.

 

In quel periodo il cane era certamente a nostro fianco. Ebbene, l’aspetto più interessante e sconvolgente, deriva dalla possibilità di portare ancora più indietro la data della domesticazione del cane. Valsecchi, rifacendosi ai più recenti contributi offerti da zoologi, genetisti e archeologi, mette in evidenza come l’incontro interspecifico possa essere ragionevolmente avvenuto in un arco temporale compreso tra 40000 e 20000 anni fa, mentre la separazione genetica tra lupo e cane rimonterebbe addirittura a 100.000 anni fa. Un periodo sostanzialmente coincidente con l’arrivo di Homo sapiens in Europa. La sinergia, tra l’altro, avrebbe permesso a Sapiens di trarre giovamento nella caccia e nella difesa, dandogli un netto vantaggio sull’altra specie di ominini presente nel continente, quella dei Neandertal. La paleoantropologa americana Pat Shipman in Invasori (Carocci), associa proprio alla collaborazione Homo sapiens-Canis lupus la contemporanea estinzione di Neandertal, posto in progressiva difficoltà non solo dall’irrigidimento del clima, ma anche dalla riduzione delle prede disponibili per via della concorrenza delle due altre specie. Questo ulteriore balzo all’indietro nel tempo è testimoniato da una serie di ritrovamenti di crani, mascelle e denti di “protocani” nelle grotte di Goyet (Belgio), Hohle Fels (Germania) e Razboinichya (Monti Altai, Asia centrale). Ma il punto controverso è il seguente: come distinguere un lupo del Pleistocene da un protocane del Paleolitico? Le analisi basate su parametri morfologici e genetici non sono arrivate a stabilire elementi sicuri. Molti studiosi hanno ripetuto che i protocani sono in realtà lupi, fino a quando la paleontologa belga Mietjie Germonpré, lo scorso anno, ha messo in evidenza che i protocani non sono lupi perché presentano segni morfologici di addomesticamento (cranio più corto, palato e scatola cranica più larghi). Può bastare? Forse. Ma non bisogna dimenticare che lupi e cani si possono incrociare, dando luogo a ibridi fertili e questo probabilmente è avvenuto più volte nelle prime fasi del processo di domesticazione.

 

Le indagini genetiche hanno inoltre evidenziato che nel Paleolitico c’erano due popolazioni distinte e separate di cani primitivi o protocani, in Europa e in Asia. Nelle successive ondate migratorie gli uomini avrebbero portato con sé da Est a Ovest i propri cani, che avrebbero così rimpiazzato parzialmente la progenie degli antichi cani europei. Insomma tutto è meno netto di quanto si possa pensare, ma è anche vero che l’incontro con il cane è avvenuto molto più indietro nel tempo di quanto comunemente si pensava. 

 

 

La domesticazione – di piante e di animali ma il concetto è applicabile anche alla nostra stessa specie, come hanno ricapitolato Silvana Condemi e Francois Savatier, in Noi siamo sapiens (Bollati Boringhieri) – ha determinato una svolta nella storia del pianeta (si rimanda alla acquisizioni fornite da Richard C. Francis in Addomesticati, Bollati Boringhieri) . L’etimo della parola è eloquente: addomesticare significa far entrare nella domus, nella casa, chi in precedenza ne era escluso. Significa fargli condividere le nostre abitudini, traendone reciproci vantaggi adattativi. 

 

E all’origine di questo atteggiamento, che distingue Homo sapiens da qualunque altra forma vivente, sta il nostro rapporto con il lupo diventato cane. Come sia accaduto non è chiaro. Tramontate ipotesi che sembravano convincenti – tra cui quella di Raymond Coppinger sul “cane-spazzino”, che entra nella vita dell’uomo nutrendosi dei suoi rifiuti, difficile da accettare vista la modestia di scarti nelle comunità di cacciatori e raccoglitori del Paleolitico –, si converge oggi sulla teoria che vede il processo di domesticazione avviato dalla selezione di esemplari dotati di socievolezza o di minor aggressività nei confronti dell’uomo. Il punto è stabilire se questo processo sia stato consapevole o sia avvenuto senza che l’uomo vi abbia eccessivamente interferito. Forse i lupi pleistocenici, stando vicino agli umani e avendo sempre meno paura, hanno generato una prole via via più socievole, senza un intervento selettivo da parte umana. Che questa sia la strada giusta lo dimostrerebbe l’esperimento del genetista russo Belyaev sulle volpi argentate, iniziato a fine anni Cinquanta del Novecento e proseguito per circa sessant’anni, in cui la loro domesticazione è avvenuta selezionando animali poco aggressivi, timorosi e molto socievoli verso l’uomo. Ma non solo. Secondo quanto gli stessi studi di Belyaev hanno confermato, il contatto con l’ambiente antropico determina la cosiddetta “sindrome da domesticazione”, cioè una serie di profondi cambiamenti nella morfologia e nel comportamento di qualunque animale addomesticato.

 

Come notò già Darwin, gli animali addomesticati presentano in parte o completamente le seguenti caratteristiche: coesistenza di varietà nane e giganti; aumento della capacità riproduttiva; macchie bianche nel pelo, che può esser riccio; orecchie cadenti, coda arricciata e più corta; riduzione della risposta paura e fuga, aumento della docilità verso l’essere umano; mantenimento di comportamenti giovanili in età adulta; riduzione della taglia corporea, dei denti e di alcune regioni del cervello (in particolare quelle del sistema limbico, per via dell’abbassamento dello stress da convivenza con Sapiens); alterazione della morfologia cranio-facciale. Nel 2014 alcuni studiosi hanno individuato il principio unificatore della “sindrome da domesticazione”, attribuendolo a un leggero deficit a carico delle cellule della cresta neurale durante lo sviluppo embrionale, che determinerebbe una modificazione di zampe, coda e muso. 

 

La domesticazione del cane ha avviato un processo di cooperazione profonda con la nostra specie. Nelle epoche pre-agricole il cane ci ha aiutato nella caccia (ma non bisogna esagerare, la cooperazione dipendeva dal tipo di preda) e ha protetto noi e il nostro bestiame da attacchi di altri predatori. Nel 9500 a. C. troviamo in Siberia cani da slitta (da cui derivano i cani nordamericani), anche se è improbabile che servissero già a quello scopo. Un altro contributo è stato quello fornito sul piano proteico. I Sapiens mangiavano periodicamente i loro cani. Sappiamo, per esempio, che lo facevano gli Olmec, i predecessori dei Maya. Ma, sin dalle epoche più antiche, sappiamo anche che i cani venivano seppelliti e compianti dagli umani. Certamente il legame tra uomo e cane è profondo ed esclusivo, basti pensare che nessun cane si lega con la stessa intensità a un altro cane. Un legame affettivo, emozionale, simile a quello del bambino con la mamma (come testimonia, a livello chimico, l’aumento dell’ossitocina in entrambe le componenti della coppia quando gli sguardi si incontrano). Un legame che necessita di una buona comunicazione e che ha spinto il cane a decifrare i nostri segni e le nostre parole. Un legame che ha indubbiamente contribuito, come ha più volte scritto Roberto Marchesini, a plasmare anche le nostre caratteristiche di specie, creando una sorta di “superorganismo” in grado di imporsi ovunque. 

Acquisisce particolare rilevanza quanto afferma Valsecchi nella parte conclusiva del suo lavoro. La progressiva trasformazione del cane secondo le esigenze e i gusti di noi esseri umani, particolarmente evidente negli ultimi due secoli, in cui è stata creata la gran parte delle oltre 400 razze canine oggi esistenti, non deve far dimenticare due aspetti. 

 

Il primo è che il cane, pur domesticato in profondità, mantiene caratteristiche che sono proprie della sua specie, in particolare l’aggressività, e una sua organizzazione sociale specifica. Quest’ultima non è certamente facile coglierla nei pet, nei cani da compagnia con cui condividiamo spazio e tempo sottraendoli a qualsiasi relazione con i propri simili. Ma è rintracciabile studiando le due categorie di cani che sono ancora nettamente maggioritarie nel mondo (su un miliardo di cani, i pet sono una percentuale attorno al 20%), ovvero i cani randagi (gli ex pet) e i cani ferali (quelli che non hanno mai avuto contatto con l’uomo e che, a più livelli, possono diventare un problema per gli equilibri naturali). Tutti cani che vivono in branco, con regole diverse rispetto ai lupi, ma che, a differenza di un lupo in dispersione, riescono anche a cavarsela se rimangono da soli, grazie alla loro straordinaria plasticità comportamentale. 

 

Il secondo aspetto riguarda il nostro atteggiamento verso il cane. Se è vertiginosamente aumentato negli ultimi decenni il numero dei cani da compagnia, non è aumentato il nostro senso di responsabilità nei loro confronti. Il cane continua troppo spesso ad essere pensato come mero strumento di lavoro (si pensi al cane da caccia) o di personale soddisfazione, senza riflettere sul suo benessere. Il rapporto in questo modo non è biunivoco: se il cane dà tutto per noi, noi ancora troppo frequentemente restituiamo poco a lui e, di fronte alle difficoltà che qualsiasi convivenza determina, lo trattiamo come se fosse l’ennesimo oggetto diventato obsoleto, trovando l’unica soluzione nell’abbandono. Determinando il più immedicabile dei traumi. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO