Bret Easton Ellis, Bianco

Il nuovo libro di Bret Easton Ellis, Bianco, si apre nel pieno di una crisi di nervi. Senza preamboli, l’autore di Meno di zero e American Psycho ci scaraventa nel “vago eppure quasi opprimente e irrazionale fastidio” che negli ultimi anni lo dilania e in un calibrato crescendo, lo declina nei toni dell’ansia e del disgusto. A “straziarlo” è lo spettacolo dell’umanità come si dispiega sui social: la “stupidità altrui”, le facili certezze, i conformismi, la ferocia dei giudizi sommari, l’assenza di sfumature, la violenza degli umori. “Questa rabbia – conclude – poteva diventare così tossica che a un certo punto lasciavo perdere e me ne stavo lì seduto, esausto, ammutolito dallo stress”.

Da qui, nell’arco di otto saggi, Bianco, da poco in italiano per Einaudi nella traduzione di Giuseppe Culicchia (280 pp.), prende di mira l’intero arco della cultura contemporanea spaziando da Twitter alla vittoria di Trump, dagli eccessi del politically correct ai millennial, ribattezzati senz’altro la Generazione Inetti.

 

Fin dal titolo – che richiama al privilegio bianco dell’autore – questo è un lavoro che vuol far discutere e così è stato. Qualcuno l’ha definito un rosario di meschinità indegno di stampa, qualcuno l’ha liquidato come una lunga lamentazione, altri hanno acclamato l’autore come l’ultimo dei pensatori liberi e, anche se può sembrare strano, è tutto vero. 

In Bianco, il suo primo libro dopo nove anni, Bret Easton Ellis compone un flusso di coscienza diseguale, a tratti fuorviante nel suo egocentrismo, sorretto dall’intelligenza di uno sguardo lucido ma talvolta così estremo nel desiderio di provocare da risultare inaccettabile (ad esempio quando liquida il suicidio di Tyler Clementi, studente gay della Rutgers bullizzato su Twitter dal compagno di stanza, come una sorta di debolezza di carattere). 

 

L’autore l’ha definito il “lamento di un disilluso esponente della Generazione X” e viene voglia di vederlo trasformato in un romanzo. In queste pagine tornano l’infanzia di Ellis in California negli anni in cui bambini non erano, come i millennial, “ipercoccolati fino all’inettitudine”; la scoperta dei film horror; la visione folgorante, in adolescenza, di Richard Gere in American Gigolo (spunto per un’interessante analisi sullo sguardo gay nel cinema); l’innocenza del sesso prima dell’Aids; il folgorante successo di Meno di zero (1985), pubblicato quando Bret Easton Ellis è appena ventenne; i fantasmi incarnatisi nello spietato killer protagonista di American Psycho (1991).

Quella che nelle intenzioni si propone come “un’ampia esplorazione di quello che oggi sta succedendo”, tende però a esaurirsi nella persona dell’autore, i suoi libri e i film tratti da quei libri, le cene in locali sofisticati con amici ricchi e famosi, le polemiche relative al suo podcast e ai suoi tweet e – fra le più godibili – le conversazioni con il fidanzato, il “millennial socialista” che nel libro funge da co-protagonista, spesso evocato e mai nominato, a garanzia che l’autore non vive in una bolla generazionale. 

Malgrado ciò Ellis stenta a fare i conti con i social e si è scottato a ripetizione su Twitter. Fra le uscite più infelici, la battuta su Glee (guardarlo è come “mettere piede in una pozzanghera di Hiv”) o su Amour di Michael Haneke (“ciò che sarebbe stato Sul lago dorato se l’avesse girato Hitler”) per non parlare degli apprezzamenti su Kathryn Bigelow, Oscar per The Hurt Locker, “non sarebbe considerata un regista mediamente interessante se fosse un uomo ma dato che è una donna molto figa viene largamente sopravvalutata”.

 

 

Ellis intuisce che i social media sono un teatro di finzione dove “grazie al germogliare [del] culto della popolarità in un certo senso siamo tutti diventati attori” e prova a scherzarci su. “Twitter tira fuori il ragazzaccio che è in me”, ammicca, raccontando di twittare a sera tardi in compagnia di un drink. Le critiche però gli bruciano. E invece di sottrarsi al gioco alla Jonathan Franzen o concludere che i “ragazzacci” su Twitter non finiscono bene (soprattutto se non siedono alla Casa Bianca), ne deduce che il mondo è a pezzi. 

Il conformismo dei social, sostiene, segnala che abbiamo “fatto pericolosamente ingresso in un tipo di totalitarismo che in realtà aborre la libertà di opinione e punisce chi si rivela per quello che è davvero”. Siamo avviati “verso l’abisso corporativo”, in direzione di “un nuovo fascismo” e la sua battaglia non ha nulla di personale ma è “contro le costrizioni del Nuovo Ordine Mondiale”. 

In quest’apocalisse, i suoi strali si appuntano contro la Generazione Inetti di cui già nel 2014 aveva scritto su Vanity Fair. Con l’alibi del fidanzato trentenne, Ellis va giù pesante sui millennial, iperprotetti da genitori-elicottero, sentimentali e ipersensibili, piagnucolosi e sempre certi di essere nel giusto, ansiosi di piacere e incapaci di accettare critiche o negatività. 

 

A differenza di quanto accaduto alla sua generazione (“la più pessimista e ironica di qualunque altra avesse mai calcato il pianeta Terra”), sono state loro risparmiate le dure lezioni della vita. Quella degli Inetti, dice, è una generazione che sogna un mondo infantile in cui tutti piacciono a tutti e non capisce che “nella realtà non si possono collegare i puntini per giustificare gli accidenti della vita quotidiana: cose che capitano, fattene una ragione, piantala di piagnucolare, pigliati un calmante, cresci cazzo”. 

Liquidarlo come un banale esercizio di nostalgia è un errore di prospettiva. Questo fastidio va inquadrato nella realtà di un Paese dove il politicamente corretto ha spesso finito per incarnarsi in codici di comportamento al limite dell’assurdo. In prima linea, i campus universitari, dove a furia di proteggere gli studenti da ogni idea, parola o contenuto che li possa mettere a disagio si rischia di sottrarli al confronto di idee a cui lì andrebbero invece esposti.

Ci sono campus in cui chiedere agli studenti asiatici o latinos da dove vengono è visto come una “microaggressione”, quelli in cui certe opere letterarie sono accompagnate dall’avvertenza “attenzione: contenuti offensivi”. E a Harvard, ha riferito Jeannie Suk sul New Yorker, alcuni studenti di legge hanno chiesto ai professori di evitare le norme relative alla violenza sessuale e addirittura di non usare la parola “violare”, neanche parlando di “violare la legge”. 

 

Non sono, a detta di Ellis, eccessi episodici ma segnalano il dilagare di una più generale “religione del vittimismo” tesa a ridisegnare i contorni del mondo sulla base dello svantaggio, della fragilità, del trauma. “Quand’è che la gente ha cominciato a identificarsi in modo così rigido con le vittime, e quand’è che la visione del mondo delle vittime è diventata la lente attraverso cui abbiamo iniziato a guardare ogni cosa?”, si chiede parlando di Moonlight. Un film a suo dire emblematico della “nostra attuale ossessione per le politiche dell’identità. Il protagonista era gay, nero, povero, oggetto di bullismo e vittima”: di un’abitudine a identificare il bello con il giusto.

Nella lettura di Ellis l’attuale clima politico va riportato a questa “cultura vittimista”. Da una parte il rifiuto per le regole del politicamente corretto ha fatto da apripista all’elezione di Trump, che queste regole ha sbeffeggiato fin dal principio; dall’altra l’inclinazione ad autovittimizzarsi ha innescato una reazione surreale e scomposta fra i progressisti che hanno “finito per irrigidirsi in un distorto movimento autoritario basato sulla superiorità morale”. 

 

È la seconda parte del ragionamento e soprattutto il suo svolgimento ad avere agitato gli animi (la prima non spicca per originalità). Ellis seppellisce infatti la Resistenza contro-Trump fra le risate. In queste pagine ritroviamo le lamentazioni isteriche all’indomani delle elezioni; le promesse (mai mantenute) di emigrare in Canada; la temporanea ricaduta negli oppiacei del fidanzato democratico causa delusione politica; il “disappunto infantile” di post intitolati “Che cosa dirò a mia figlia”; Barbra Streisand che dichiara ai media di ingrassare per colpa di Trump e Lena Dunham che per la stessa ragione dimagrisce e via di seguito.

 

La satira si spreca, ma nella sua furia iconoclasta Ellis (che alle ultime elezioni non ha votato) finisce per trascurare nodi cruciali e dolorosi quali la crudeltà della stretta all’immigrazione, il rifiorire del suprematismo bianco, le stragi, l’attacco ai diritti delle donne. D’altronde, ha spiegato lo scrittore al Los Angeles Times, il libro doveva intitolarsi A White Privileged Man e a queste coordinate appartiene. È uno sguardo privilegiato che sa di essere tale e rivendica con orgoglio il suo diritto di parola. 

È in questa contraddizione, che infine si coglie il riflesso più autentico di un’America spaccata. E in perfetta circolarità, il finale ci riporta al principio. “Forse quando ti trovi nel calderone di una rabbia infantile, la prima cosa che perdi è la capacità di giudizio, e subito dopo il buonsenso. E infine perdi la testa e, assieme a questa, la tua libertà”. Sta parlando del Paese o forse di se stesso. E forse è il momento di seguire il suo consiglio: “comportarsi da adulti, bere qualcosa di forte al bar e cominciare una vera conversazione, perché alla fine avevamo un solo Paese in cui coabitare”. 

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