Alfabeto Pasolini

Bugie bianche di Alessandro Berti

Circa quaranta anni fa, un giovane Marco Martinelli insieme al suo Teatro delle Albe interveniva a un convegno di teatro e politica, tra grandi critici e professori, e definiva così la sua idea di teatro politttttttico, con ben sette t: “ Èsapere che non possiamo cambiare il mondo (leggi Rivoluzione), ma qualcosa, in qualche angolo, qualcosa di noi, di qualcun altro, dispersi su un piccolo pianeta che ruota attorno a un sole di periferia, in una galassia tra le tante, arrestare una lacrima, curare qualche ferita, sopravvivere, essere odiosi a qualcuno, saper dire di no, piantare il melo anche se domani scoppiano le bombe, perdersi in un quadro di Schiele, aver cura degli amici, scrivere certe lettere anziché altre (leggi Rivoluzione)”. 

 

La trilogia Bugie bianche di Alessandro Berti è un’operazione polit(tttttt)ica. Lo è sicuramente in quanto contiene in sé quegli elementi scivolosi che hanno la potenza di esplodere come una bomba o di tornare indietro come un boomerang: un uomo bianco che per diverse ore parla di corpi neri, canta le canzoni dei neri, racconta le relazioni dei neri, coi neri, tra i neri. Ma lo è anche perché ci dimostra che è ancora possibile raccontare la contemporaneità a teatro con la semplicità di un discorso onesto, informato, intimo e partecipato, che accompagna lo spettatore attraverso una costellazione di stimoli dai quali portare nella vita orizzonti infiniti di riflessioni, vere e tangibili. Lo è soprattutto, infine, perché è un’operazione che non pretende di dirigere il nostro sguardo, ma guarda insieme a noi, perché riconosce l’importanza, vitale, di mettere tutto in discussione, a patto che si spenda un minimo di solidarietà, di autenticità.

 

Bugie bianche, una trilogia di Alessandro Berti.


Bugie bianche è un percorso filologico e teatrale nella storia, nelle dinamiche e nelle questioni sempre aperte relative al rapporto tra maggioranza bianca e minoranza nera nelle società occidentali; nasce da incontri di diversa natura che l’autore e attore reggiano ha avuto nel corso degli ultimi anni con le questioni razziali: dai terribili fatti di Miramare nel 2017 a Casavuota, lo spazio fisico aperto in Via San Felice, nel centro di Bologna, dove Berti si è trovato ad avere come vicini di casa i migranti africani ospiti di una cooperativa; e in mezzo tanto sguardo e tanto studio, che hanno avuto modo di sedimentare e fermentare nei mesi di pandemia. Il progetto si compone di tre momenti, diversi nelle modalità sceniche ma uniti da un filo rosso di riferimenti comuni: Black Dick (2018), Negri senza memoria (2020) e Blind love (2022), riproposti di recente in una personale andata in scena tra il Teatro delle Moline e l’Arena del Sole di Bologna, dove ha debuttato l’ultimo dei tre lavori; i testi sono ora raccolti in un volume edito da Luca Sossella per la collana Linea di ERT con prefazione di Rossella Menna, che ha la grande peculiarità di farsi leggere sia come libro di storia che come testo teatrale.

 

Alessandro Berti, Bugie bianche, Luca Sossella 2022.


Il primo capitolo, Black Dick, è un affondo nella storia dello sguardo bianco sul corpo dell’uomo nero, quello che forse ancora vive negli armadi e sotto i letti dei bambini bianchi un po’ monelli, e che sicuramente si trova nell’iconografia del porno come oggetto di un desiderio indicibile dei bianchi, perché rappresentazione di violenza e sottomissione. In un film di qualche anno fa, Freedom Writers (2007), un ragazzino nero dice alla sua insegnante bianca che quelli che assomigliano a lui, se non finiscono morti in qualche sparatoria tra gang, o sono rapper o giocano a basket. Ecco, Berti racconta la storia del nero americano e del suo corpo come simbolo nella cultura occidentale; il dispositivo teatrale che l’attore costruisce attorno a questa storia, un ibrido a metà strada tra la lezione frontale, la stand-up comedy sfacciata e il monologo-dialogo serratissimo con i grandi maestri come James Baldwin, Cornel West e bell hooks, disinnesca il rischio di fare whitesplaining (cioè quando i bianchi vogliono spiegare ai neri che significa essere neri), perché l’artista tiene sempre bene a mente il posizionamento del suo sguardo: “Dobbiamo / Ricominciare a essere assieme / Bianchi, neri / Uniti da un qualche fine universale…”, dice prima di intonare Strange Fruit, la canzone sui linciaggi scritta da Abel Meeropol, bianco, ebreo e comunista, e cantata da Billie Holiday. 

 

È proprio da Strange Fruit che riparte Negri senza memoria, in cui Berti si concentra stavolta sulla storia degli immigrati italiani negli Stati Uniti, dei loro rapporti con la comunità afroamericana e del privilegio che sempre concede in Occidente il colore della pelle, più della provenienza, più dello status. Berti è ancora solo sulla scena, e il suo approccio narrativo-cronachistico alle vicende si intreccia questa volta con la musica: imbraccia una chitarra e, tra canzoni popolari italiane, pezzi storici di Frank Sinatra, Woody Guthrie e Josh White, ci accompagna attraverso la “linea del colore”, tra le strade di Harlem, nelle case dei dagos, nei circoli radicali a Paterson, nelle scuole in cui si tenta l’integrazione razziale tra bianchi e neri; sempre in dialogo, ideale con la storia – W.E.B. Du Bois, Malcom X, Vito Marcantonio –, corporeo con lo spettatore. 

 

Alessandro Berti, Negri senza memoria (2020).


Ritorna a parlare di pornografia, invece, Blind love, il più drammatico dei tre spettacoli. Il pretesto è molto semplice e sarà capitato a tante coppie costrette alla convivenza durante la quarantena: in un turbinio di noia domenicale, in una stanza da letto soffocata dai libri, un generico Lui Bianco (Berti) e una generica Lei Nera (Rosanna Sparapano) – una coppia che per il mondo del porno non sarebbe interracial, dove è categorico che sia il Lui a essere nero – si addentrano nel non-detto, nel desiderio inenarrabile e aprono il vaso di Pandora. Dentro ci trovano i fantasmi, i simboli, l’immaginario di una società, occidentale e pure colta, che ha ancora tanto bisogno di parlare dell’Altro e all’Altro. Perché, e fanno presto a accorgersene i due protagonisti, quel vaso è uno specchio. Se rispetto ai due capitoli precedenti Blind Love perde un po’ di quell’incisività raw, di quella onestà grezza che Berti era riuscito a far divampare nei suoi solo, sicuramente guadagna in lirismo e poesia, merito di un lavoro drammaturgico di grande valore, accompagnato da una coreografia di corpi allo stesso tempo delicata e immaginifica. 

 

Dopotutto Alessandro Berti – Premio Riccione per l’innovazione drammaturgica 2021 – ha sempre vissuto il teatro in quell’intercapedine dove si incontrano la dimensione politica e quella intima, dell’anima, che incrociandosi con la realtà, producono una scrittura potente, perché non vuole essere neorealismo né nostalgia, ma è memoria e contemporaneità insieme. Una scrittura così viva delle voci di cui si è nutrita con perizia da archivista, da sostenersi con il peso delle sue parole, a cui basta un dispositivo teatrale semplicissimo per deflagrare, un dialogo, un monologo – incorniciato da una scenografia essenziale – che ricorda inevitabilmente il teatro di narrazione, ma che lo declina in maniera del tutto autonoma e originale, perché parla la lingua della contemporaneità.

 

LEI: Sì, c’è la rivoluzione da fare.

LUI: Hai programmi ambiziosi…

LEI: Tu no?

 

Buio.

 

Tutte le foto degli spettacoli sono di Daniela Neri.

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Alessandro Berti e Rosanna Sparapano in Blind Love (2022).