Cazzo, che errore ho fatto!

La Milano che riapre è una Milano silenziosa, cauta. Un po' è difficile parlare con le mascherine davanti alla bocca, un po' i negozianti sono tutti presi a pulire, lucidare, sistemare. 

Non è una ripartenza di liberazione, non ci sono scene di giubilo. 

Non si entra volentieri nei negozi, se non per estrema necessità, chi ha appuntamenti in studi medici o ospedali parte da casa con un bel po' di preoccupazione. Tram e autobus sono sempre vuoti per tre quarti, fuori dagli alimentari si sta ancora in coda.

C'è paura e c'è diffidenza. Ha avuto ragione chi ha messo in guardia che, con questi numeri che ancora girano, bisogna proteggersi da soli. In fondo è quello che si è fatto dall'inizio: proteggersi individualmente, quando è stato possibile. Ma una pandemia si gestisce su più fronti, non solo su quello delle prime linee (ospedali e medici, peraltro lasciati soli) e degli sforzi singoli.

Nelle prime ore, questo aggirarsi circospetti sembra da ricondurre alla tana appena riaperta, al letargo finito, alla paura di incontrare gli zombie, al mondo post-apocalisse. Io lo vivo come un enorme peso che ci hanno caricato sulle spalle, uno ad uno, con l'obbligo di mascherina, distanziamento, mani pulite, in un gioco dell'oca per cui se tu, singolo, sbagli una piccola mossa allora tutto tornerà alla partenza: nuovi focolai scoppieranno, torneranno nelle ore serali le sirene delle ambulanze, i negozi appena riaperti richiuderanno, le curve risaliranno. E chi l'ha scampata fin qui, stavolta non si salverà.

Quindi, da una parte ci sono i singoli cittadini disarmati ma investiti da responsabilità pazzesche (ancora oggi, grattandomi il naso sotto la mascherina per un po' di pulviscolo primaverile durante la spesa ho pensato “Cazzo, che errore ho fatto! E adesso?”) e, dall'altra, i responsabili veri, pagati bene e molto potenti, che ripetono gradassi “È andato tutto bene, rifaremmo tutto uguale, abbiamo fatto meglio di altri, il nostro indice è il più basso”. 

C'è uno stacco troppo grosso, un divario pazzesco fra queste due posizioni, fra questi due ruoli. Come ci sono riusciti, a farlo passare per normale? 

 

Non è solo silenziosa, Milano: è anche silenziata. E sterilizzata. Come succede in tutti i luoghi dopo un disastro (penso al terremoto), gli abitanti sono storditi, traumatizzati. La sensazione di avere ricevuto dei colpi, delle bastonate in testa, è forte. E non c'è molta voglia di protestare, di lottare, di rivendicare diritti, primo fra tutti quello di non essere lasciati a morire soli. E forse non c'è manco molto tempo, a dirla tutta, perché ci sono cose più urgenti: provare a riaprire, provare a non ammalarsi.

E poi, un giorno dopo l'altro, in questi mesi sono apparse sempre più le fratture: tra chi ha continuato a lavorare e chi no, tra chi ha continuato a guadagnare e chi no, tra chi ha perso tutto e chi ha fatto profitti più di prima. Ecco, all'uso del linguaggio bellico sparso a piene mani in questi mesi, aggiungerei un paio di cosette da tempi di guerra che ogni tanto mi tornano in mente: i pescecani che si arricchiscono con le catastrofi vs. i soldati equipaggiati con le scarpe di cartone. 

Perché alcune cose si ripresentano sempre. Si ripresentano gli scandali, si ripresentano le denunce, si ripresentano le inchieste. Nei grandi eventi, come nelle grandi catastrofi. 

E allora scandalo mascherine, scandalo test e tamponi, scandalo dati e numeri, scandalo Rsa, scandalo sanità privata, scandalo morti (fra i primi al mondo per numero), scandalo zone rosse non istituite, scandalo ospedali fatti in fretta e furia con donazioni private e mai veramente usati (ma “per fortuna” hanno pure il coraggio di dire), scandalo forniture per il personale sanitario, scandalo adesso arrangiatevi.

Sì, adesso arrangiatevi. Pagatevi da soli test e tamponi, continuate a stare in casa, sanificate le vostre attività, mettetevi i guanti. 

 

Opera di Rala Choi.


E soprattutto non andate al bar a prendere degli aperitivi che poi tutti piangono e vi danno degli stronzi egoisti assassini.

 

Nelle riaperture graduali mancano due grandi voci all'appello: la scuola (e università) e il movimento fra regioni diverse.

Per scuola (e università) si va avanti come se niente fosse, rimandando tutto a settembre ma senza un vero piano per settembre, senza neanche far finta. Se per la sanità qualcosa riguardo alla “fase2” s'era detto – poi lasciamo perdere che non è stato fatto –, per la scuola c'è il vuoto totale. Sulle soluzioni creative (metà classe in presenza metà collegata da casa, uso di teatri e cinema per rispettare il distanziamento, allungamento orario, campus estivi, ecc. ecc.) è calato mestamente il sipario. Nessun progetto, nessuna vera prova generale. Mano a mano tutto va riaprendo (anche le cose che sembravano presentare più criticità: messe, campionato di calcio, estetisti e parrucchieri), ma su scuola (e università) silenzio.

Per la riapertura fra regioni, invece, bisogna aspettare ancora un po' e vedere come va. Le differenze di andamento dell'epidemia fra territori sono macroscopiche, basta guardare una cartina, ma questo marciare e lavorare secondo confini regionali e non secondo zone a rischio ha del clamoroso. Certo, dipende dalla sanità che è in capo alle regioni ma coinvolgere un intero paese nel disastro del nord senza riuscire a differenziare, senza tamponare, senza salvare il salvabile dei salvati, è ben strano. 

Si sente forte lo squilibrio fra pesi e misure, sul territorio come sui singoli. Si aggiunge alle responsabilità mal distribuite. È un ulteriore stacco. Un'ulteriore frattura. L'ennesimo segnale di confusione, di sbandamento.

 

Alla sensazione di impotenza di tanti, fa da contraltare il senso di impunità dei soliti.

Dopo la famosa lettera dei medici che ha fatto il giro del mondo, dopo le denunce dei parenti, dopo le mobilitazioni di tanti in rete, dopo le raccolte di firme, dopo le mozioni di alcune opposizioni, dopo le inchieste giornalistiche, dopo l'apertura di varie inchieste giudiziarie, arrivano anche le lettere ai giornali di gruppi di cittadini che denunciano la situazione, ancora molto grave, in Lombardia. Si chiede al presidente del consiglio che vengano rimossi i responsabili del disastro lombardo, che vengano allontanati “dalla stanza dei bottoni”.

Che altro deve succedere, peggio di così? 

Ma questi non se ne vanno certo da soli. Anzi, in loro soccorso arriva pure l'ex presidente di regione Formigoni (condannato in via definitiva per tangenti nella sanità). Attacca il governo, difende l'operato della regione. Lo fa dalle colonne di un quotidiano di proprietà di uno dei signori della sanità privata. 

E Fontana, di fronte a una scritta su un muro riferita alla sua persona, dice “c'è un clima antilombardo nel Paese”. 

Nessuna autocritica, nessuna riflessione sull'opportunità di certe uscite, nessuna distinzione fra Lombardia e Padania, costruzione farlocca su cui hanno basato trent'anni di politica all'insegna delle offese contro gli altri, dell'odio, delle chiusure, dell'egoismo.

 

Di giorno sono tornate le persone che passeggiano, che escono per piacere, non solo per dovere, che scambiano due parole. Ma di sera c'è il deserto; di notte sembra ancora, come prima, che ci sia il coprifuoco.

 

Un giorno studieremo per bene com'è andata altrove, chi dei nostri vicini è stato più bravo. Impareremo dagli altri, dai paesi europei però (non dalla Cina, non dalla Corea del Sud, non dagli Usa): da società a noi affini per storia, cultura, politica, sistemi, componenti lavorative, sociali, demografiche, latitudini, diritti. Quel che si vorrebbe subito, però, è non tornare al punto di prima, non farsi trovare di nuovo impreparati, sguarniti, senza un piano per il futuro, senza investimenti, senza attrezzature, senza un ripensamento totale dell'organizzazione sanitaria, scolastica, lavorativa, abitativa. C'è qualcosa in vista? Per ora non sembra, domani chissà.

 

Ancora adesso sorprendersi di poter uscire e andare in giro per la città senza dover dare conto a nessuno su perché, per cosa, con chi e dove si vuole andare. Vivere sotto controllo poliziesco per tutto questo tempo è stato semplicemente orribile.

 

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Opera di Rala Choi.