Com’è amaro l'espresso ar Caffè der Progresso

La situazione di Roma è questa: qualche sera fa, mentre ero seduto a un tavolo all’aperto in un ristorante nel quartiere di San Lorenzo, e mentre i camerieri dopo ogni pietanza mi chiedevano: “Com’è andata?”, e mentre io, senza alcun giudizio critico, non sapevo far altro che rispondere: “Bene, grazie”, mentre succedeva tutto questo, è passato un suonatore di fisarmonica che anziché Bésame Mucho suonava Profondo Rosso

Il ristorante, in realtà un bistrot con pretese da gran gourmet, sorgeva in una strada poco trafficata, in una zona diciamo periferica del quartiere, una delle meno battute dalla collettività notturna sanlorenzina, cosicché il suonatore di fisarmonica, dopo aver fatto il giro dei ristoranti nelle zone invece più battute dalla collettività notturna sanlorenzina, dopo aver insomma deliziato tutti i viventi con la sua personale Bésame Mucho, finito in quel viottolo buio e spopolato e credendosi non visto, o perlomeno credendosi finito in una via sguarnita di ristoranti o locali o bistrot con pretese da gran gourmet e comunque dotati di dehors e avventori al chiar di luna, ha pensato per gioco di accennare sulla fisarmonica il famoso motivetto dei Goblin reso celebre dal film di Dario Argento. Ma la sinistra musichetta che noi tutti conosciamo, prodotta originariamente dal suono delle tastiere di Claudio Simonetti, così concepita sulle risonanze dolci di una fisarmonica, subiva un camuffamento orribile, il cui effetto sonoro era, se vogliamo, ancora più terrificante.

 

«Com’è andata? ». «Bene, grazie». A Roma, i camerieri sono gli unici al giorno d’oggi che mostrano di avere ancora un po’ di premura per noi sconosciuti. Falsa, occasionale, interessata, ma pur sempre premura. Un tempo il genere più affettuoso era quello del politico. Il politico fingeva di interessarsi alle persone, voleva sapere come andavano le cose, proponeva delle soluzioni, penetrava con quei vecchi modi sdrucciolevoli nell’intimità degli elettori. Andreotti per esempio aveva nel suo ufficio una dispensa piena di stecche di sigarette, pacchi di pasta, pezzi di formaggio, zucchero, biscotti, che distribuiva alle famiglie della domenica come una qualsiasi dama di San Vincenzo. Poi è stata la volta dei pubblicitari. Poi ancora degli arnesi tecnologici, dei telefoni, delle applicazioni. Infine dei camerieri. I camerieri sono i più vintage in materia di dispositivi di gentilezza. 

 

D’altra parte mi sembra d’avere buon diritto di pensarla diversamente dai politici, dai pubblicitari, dagli arnesi tecnologici, dai telefoni, dalle applicazioni. Ma di fronte a un cameriere che mi chiede: “Com’è andata?”, sento di non avere scampo, e di conseguenza anche i miei «Bene, grazie» s’incanalano in quella strada di torbide bugie, perché non è detto che sia andata sempre bene. Così delle varie parti di cui è composta questa città fintamente premurosa, anch’io ho la mia parte di ipocrisia.

Insomma, un cameriere e un fisarmonicista in una notte di fine estate mi hanno fatto pensare una cosa a cui non avevo ancora pensato, o meglio, se l’avevo già pensata, diciamo che non l’avevo pensata così netta e così precisa: Roma, quando prova a cambiare, fa sempre tanta tenerezza. 

 

C’è una poesia di Trilussa che dice: “Io stesso, quanno provo de guardamme ner vetro, me cerco e nun me trovo... Comè amaro l’espresso ar Caffè der Progresso!”. Così Roma nell’Anno Domini 2016, primo dell’era grillina, mi fa pensare al cameriere romano con quell’aria eterna di un Fabrizi che si lamenta dei piedi dolci costretto a reinventarsi wine expert per soddisfare con un’impostura il cliente postmoderno. 

Impostura però non è la parola giusta. Chi governa oggi questa città tutto è fuorché un impostore, avendo per altro vinto le elezioni come in un calcistico zero a tre, ossia con un risultato rotondo, come si dice, netto e indiscutibile. Ma se attingo a un mio vecchio amore, il vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani, per ricercare la definizione dell’impostore, trovo scritto che l’impostore, “per meglio spacciare le sue menzogne, le circonda e ricopre con le apparenze di religione, di saviezza e di probità”. E allora ecco le parole – religione, saviezza, probità – tutte in qualche modo collegate ai nuovi signori di Roma. 

 

Religione: si è straparlato da più parti del fatto che il Movimento Cinque Stelle, più che politico, è religioso, poiché si fonda su una retorica ancorata a un valore di tipo etico e peculiarmente religioso, l’onestà, uno di quei valori tuttavia così rilevanti e così estesi da essere svuotati di senso per via di abuso (come lo è stato per Forza Italia l’insistente, vuota retorica intorno alla parola libertà). Saviezza: si scelgono le cariche per buona condotta e saviezza, salvo poi schifare il politico di professione, vale a dire il vero savio non è colui che è già esperto nell’arte del governo, ma colui che lo diverrà facendo nel frattempo inenarrabili casini (“Per adesso ci stiamo collaudando, dateci tempo”). Probità: “Un uomo onesto, un uomo probo / tralalalalla tralallalero / s’innamorò perdutamente / di una che non lo amava niente…”.

 

Insomma, fischiettando ho seguito il suonatore di fisarmonica che suonava Profondo Rosso per le vie di San Lorenzo, finché non mi sono ritrovato in piazza, dove c’era una quantità di giovani seduti a bere. Mi sono seduto anch’io ai tavoli di un bar e ho ordinato uno Jägermeister. Accanto a me c’erano tre ragazze francesi, una delle tre aveva il viso crollato come se dormisse con la guancia spiaccicata sulla superficie del tavolo, le altre due tentavano di rianimarla parlandole dolcemente nell’orecchio e stimolandole una reazione attraverso tenui carezze sulla schiena. Ma quella rimaneva così, stramazzata e inerte. Poi ha iniziato a sussultare per via dei primi conati, allora le due amiche hanno afferrato il secchiello per il ghiaccio e gliel’hanno schiaffato sotto la bocca. Il padrone del bar non le ha viste perché nel frattempo era impegnato a fare a botte con tre uomini sotto un albero dietro al vicolo. Gestire un locale a San Lorenzo mi è sembrato più complicato che fare l’assessore al Bilancio al comune di Roma.

Quando penso a Virginia Raggi mi risuona sempre nella testa La ballata dell’amore cieco di De André, cioè ho idea che il cittadino elettore romano, in quel di giugno, s’innamorò (appunto) perdutamente di una che non lo amava niente. Eppure, la prima volta che la vidi mi fece pensare a una Patti Smith a cui hanno sottratto la poesia. Per dire, il 10 agosto, impelagata nell’annosa questione dello smaltimento dei rifiuti, la sindaca dichiarò: «Siamo consapevoli dell’attuale situazione pre-emergenziale». Non dico Patti Smith, ma più in generale un essere umano non dovrebbe parlare così. 

 

Fatto sta che ci vedo perfino del buono nella commedia di questi giorni, è come se questo fenomeno del Movimento al potere, ossia dei giovani ribelli senza poesia che provano a edificare una nuova era in una città che ontologicamente si fonda sulle rovine, lasciasse libera la visionarietà, poiché i sentimenti – come le strade – sono imbrattati di sudiciume, e i desideri post ideologici sono torchiati inesorabilmente in una totale rinuncia al futuro. 

 

Sarà per questo che aggirandomi per i vecchi quartieri popolari di Roma vedo segni ovunque, li vedo nei camerieri dei bistrot, nei suonatori di fisarmonica, nei dizionari etimologici, nei baristi rissosi, nelle francesi ubriache. Come diceva Cioran: “Ogni civiltà stremata aspetta il suo barbaro, e ogni barbaro aspetta il suo demone”. Qui da noi aspettiamo ancora un assessore che duri più di ventiquattr’ore, il che sarebbe già qualcosa.

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