Commenti a tavole di Una stella tranquilla

I nostri tre incontri alla Cartoleria Bonvini di Milano iniziano questa sera alle ore 19: Una stella tranquilla. Ritratto sentimentale di Primo Levi, con i disegni di Pietro Scarnera e Marco Belpoliti. E poi ancora domani e giovedì: qui il programma completo. Vi aspettiamo!

 

 

La vicenda raccontata in Una stella tranquilla inizia in una Torino distrutta dalla guerra e dai bombardamenti e termina quasi ai giorni nostri. La prima è la città in cui Primo Levi ritorna nell’ottobre del 1945, la seconda è la metropoli in cui si muovono i due ragazzi protagonisti del fumetto, che tornano sulle tracce lasciate dallo scrittore. In mezzo ci sono 70 anni di storia: per questo Torino fa da sfondo a tutta la vicenda. Dal dopoguerra al boom economico, dagli anni del terrorismo fino alle Olimpiadi invernali del 2006. Mentre Levi si muove nel centro, i due ragazzi attraversano le periferie e i paesi della provincia in cui Levi ha lavorato. Anche geograficamente, Una stella tranquilla è quindi un confronto tra due generazioni: quella di Primo Levi, quella protagonista della Seconda guerra mondiale, e la mia, quella degli ideali nipoti. Questa tavola in particolare è uno dei momenti nel libro in cui ho provato a far dialogare le due generazioni. Conclude infatti il prologo, che è un adattamento a fumetti del racconto “Carbonio”: qui Levi racconta appunto la storia di un atomo di carbonio. “Si può dimostrare che questa storia – scrive Levi –, del tutto arbitraria, è tuttavia vera. Il numero degli atomi di carbonio è talmente grande che se ne troverebbe sempre uno la cui storia coincida con una qualsiasi storia inventata a casaccio”. E nel prologo io ho quindi inventato una storia a casaccio, che continua dal punto in cui terminava quella di Levi e arriva fino a oggi, collegando anche narrativamente le due generazioni.

 

 

Una delle decisioni che ho preso all’inizio del lavoro per Una stella tranquilla è stata quella di non disegnare il lager. Un po’ perché la storia inizia quando Levi torna a Torino, nell’ottobre del 1945, dopo il lungo viaggio attraverso l’Europa dell’Est raccontato in La tregua. Ma soprattutto perché non mi sentivo a mio agio a disegnare una realtà per me impossibile da immaginare (sono uno di quelli che crede che bisogna conoscere ciò che si disegna). Naturalmente il lager ricorre spesso nella vita e nell’opera di Levi dopo il ritorno. Per questo ho cercato dei modi grafici per evocarlo, come una presenza che non si può cancellare. In questa tavola, per esempio, ho usato dei caratteri “gotici”, simili a quelli che usavano i nazisti, per scrivere/illustrare la parola polacca wastwac, che annunciava la sveglia a Monowitz e che Levi sentiva ancora nei suoi incubi immediatamente dopo il ritorno.

 

 

Un altro modo per “evocare” il lager senza disegnarlo veramente si trova in questa tavola. Alcuni brani delle poesie scritte da Levi nei primi mesi dopo il ritorno a Torino (tra cui anche Shemà, da cui poi sarà tratto il titolo Se questo è un uomo) sono qui racchiusi da baloon che come contorno hanno un reticolato in filo spinato. Un giovane Primo Levi è al centro della tavola, quasi soffocato dai versi delle sue poesie: anche questo è un modo visivo di evocare il bisogno di raccontare – opprimente, ossessivo – che Levi diceva di avere nei primi tempi dopo il ritorno.

 

 

Affrontare la figura di Primo Levi è naturalmente un’impresa molto delicata. Farlo con un fumetto forse ancora di più. Per disegnare Una stella tranquilla avevo bisogno di sentirmi a mio agio e pian piano ho trovato un mio modo per riuscirci. La gabbia delle vignette è stata quasi subito abolita (anche se il senso di lettura dei fumetti è rimasto), le didascalie sono state lasciate libere di distribuirsi nella tavola, col risultato che c’è molto più testo qui rispetto a un fumetto classico. Ma soprattutto avevo bisogno di ancorarmi alla realtà, come a dire prima di tutto a me stesso che non stavo inventando, ma che mi basavo su fonti (testuali o grafiche) esistenti. Molte tavole partono quindi da un elemento reale: una fotografia o un oggetto, come la tavola degli elementi in questo caso, attorno al quale si sviluppano.

 

 

Ci sono pochissime foto di Primo Levi relative agli anni ’40 e ’50. Forse negli ultimi anni ne è stata resa pubblica qualcuna in più, ma in generale il grosso dei ritratti fotografici di Levi risale agli anni ’70 e ’80, quando era ormai uno scrittore famoso in tutto il mondo. Ma tutto il primo capitolo di Una stella tranquilla si svolge nell’immediato dopoguerra. A un certo punto ho deciso di abbandonare ogni tentativo di disegnare Levi in modo realistico, in queste pagine non è neanche particolarmente somigliante. Ma rientrava nello spirito del fumetto. Non è una biografia ma un ritratto sentimentale, non si parla dell’uomo Levi ma dello scrittore, della sua immagine pubblica. Non ho fatto ricerche particolari, non sono andato a intervistare chi lo aveva conosciuto. Mi sono basato invece sui materiali che tutti possono trovare in una biblioteca o sul web. In altre parole in Una stella tranquilla si racconta Levi per come lui stesso si è raccontato. In una delle ultime interviste Levi dice: “Nei miei libri mi sono rappresentato sempre, credo, come un uomo equilibrato. Lo sono abbastanza poco”. Però a me interessava proprio quell’immagine: è il Levi che ho amato ed è soprattutto il Levi che vorrei che anche gli altri amassero. 

 

 

Ci sono dei disegni di Primo Levi? È una delle prime cose che mi sono chiesto quando ho iniziato a lavorare a Una stella tranquilla. È stato bellissimo ricordarsi che non solo dei disegni c’erano ma avevano anche una storia particolare: disegnare è infatti una delle prime cose che Levi fa quando mette le mani su un computer (uno dei primi Macintosh). Invece di usarlo per lavorare lo usa per giocare a scacchi e appunto per disegnare. Disegna dei golem e dei gufi (che poi finiscono sulla copertina di un suo libro, L’altrui mestiere). Cercando immagini a cui attingere nell’opera di Primo Levi mi sono accorto che i gufi tornavano spesso. Levi si definisce “il gufo notturno che batte alla macchina da scrivere” quando racconta il periodo in cui scriveva Se questo è un uomo, di notte, nella foresteria della fabbrica in cui lavorava subito dopo la guerra. E soprattutto ci sono le teste di gufo che Levi costruiva con il filo di rame. C’è una foto bellissima in cui indossa una di queste “maschere” e che io ho ridisegnato per la copertina di Una stella tranquilla. “Il gufo è il mio autoritratto”, ha scritto Levi da qualche parte, ma per me è anche una maschera. Ho deciso di usarla in copertina perché volevo che si capisse fin da subito che non stavo facendo una biografia di Primo Levi, che il vero Levi, il Levi privato, rimane per noi quasi inaccessibile. Anche il titolo – Una stella tranquilla, tratto da uno dei sui racconti di fantascienza – serve a richiamare questa doppia natura: la stella che a noi appare immobile, tranquilla, ed è un punto di riferimento, ma che al suo interno ribolle.

 

 

Il mestiere di chimico è stato per Primo Levi una continua fonte di storie. Una “riserva di caccia personale”, come la definiva lui, a cui gli altri scrittori non chimici non avevano accesso. Da qui nascono non solo libri come Il sistema periodico ma, ancora prima, una serie di racconti di fantascienza, come si illustra in questa tavola. Il secondo capitolo di Una stella tranquilla è tutto dedicato al Levi chimico ed è stato anche per me l’aspetto della figura di Levi che ha fornito le cose più divertenti e interessanti da disegnare. È stato un piacere illustrare le invenzioni fantascientifiche di Primo Levi: dare una forma ai Vilmy, strani animali incrocio tra cani e felini, o a macchinari affascinanti e pericolosi come i versificatori, i misuratori di bellezza o i sistemi di realtà virtuale come il Torec.

 

 

La particolare natura di Primo Levi, metà chimico e metà scrittore, è alla base della sua poetica. La scrittura per Levi dev’essere “come un telefono che funziona”. Dev’essere chiara, perché le cose che ha da dire sono troppo importanti per perdersi in fronzoli. Dev’essere precisa, talmente precisa che anche nelle interviste l’uso che Levi fa delle parole è talmente accorto che si potrebbero trascrivere senza dover modificare quasi nulla. Allo stesso tempo però, anche nelle pagine in cui racconta le cose più terribili, Levi mantiene una certa leggerezza, conserva il piacere di raccontare e – per noi – il piacere della lettura. In Una stella tranquilla ho provato a rispettare questa poetica cercando un modo di disegnare che fosse anch’esso chiaro, preciso e leggero.

 

 

Nelle interviste rilasciate per La chiave a stella Levi spiega uno dei motivi per cui ha deciso di raccontare le vicende dell’operaio specializzato Tino Faussone in giro per il mondo: salvaguardare un’etica del lavoro che in quel momento gli sembrava sotto attacco. Lavorando a questa parte del libro si trattava di esplorare un lato di solito poco considerato della figura di Primo Levi, e immaginarlo immerso in un contesto molto delicato come quello della Torino della fine degli anni ’70. Si dà il caso che sia anche il periodo in cui sono nato io. Così anche se nel fumetto mi limito a riportare quello che Levi pensava e scriveva all’epoca, a livello personale è stata una scoperta: come si viveva a Torino allora? Come vivevano ad esempio i miei genitori, mentre aspettavano me? Mi sono accorto che quel periodo è stato poco raccontato (o meglio, viene raccontato di solito in un unico modo). In questa ricerca mi sono imbattuto in un documentario del 1978: si chiama Torino Spray ed è dedicato interamente alle scritte sui muri che fiorivano all’epoca. Alcune sono finite in questa tavola.

 

 

Quante volte potevo disegnare Levi alla macchina da scrivere, al computer, con la penna in mano? Forse per i lettori questo non è un grosso problema, ma per un fumettista sì. Disegnare la storia di uno scrittore come Primo Levi era un problema, perché a parte la parentesi del lager, la sua è una vita normalissima. Trova lavoro, si sposa, ha due figli, lavora per 30 anni nella stessa fabbrica, vive sempre nella stessa casa, addirittura la casa in cui è nato. E poi scrive, ma appunto la scrittura non è una cosa che si possa disegnare in molti modi diversi. In altre parole non c’è molta azione in questo fumetto ed è uno dei motivi per cui non ci sono le vignette e ci sono invece  molte splash pages come questa. Bisogna pensare al fumetto come molto vicino al cinema (sono nati quasi contemporaneamente del resto) e infatti la scansione delle vignette può ricordare il montaggio cinematografico. Con le vignette puoi cambiare rapidamente inquadratura, puoi avvicinarti o allontanarti, puoi dare insomma un certo ritmo all’azione e alla lettura. Ma qui avevo a che fare con un’azione molto rarefatta e diluita nel tempo, per cui ogni tavola è diventata quasi un mondo a sé, e invece delle vignette a dare il ritmo alla storia è molto spesso il lettore, nell’atto di sfogliare.

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