Cose piante città e libri soprattutto

Non sapevo che libro fosse e ancora non so che libro sia, perché l’esplorazione del mondo non ha pareti e non esiste un testo unico capace di racchiudere quel cosmo che il bambino ha davanti. Perché a quei tempi le stelle e i fossili, i girini e le montagne sono tutt’uno con la sensazione di esserci e di appartenere a qualcosa di Grande, un assoluto che intimorisce e incuriosisce insieme. È tutto un saliscendi, prima che arrivino le divisioni in materie e l’imparare si spartisca in alti e bassi. In Fuori da noi. Cose piante città (Nuova Editrice Berti, 2019), Giovanna Zoboli raccoglie i risultati di questo sapere vissuto che non ha paura di procedere per associazioni libere, connessioni spregiudicate che hanno origine nella sua esperienza di bambina a cui riesce la magia di continuare a crescere con stupita meraviglia. In compagnia di un io che si lascia spiazzare. “Conoscere è riconoscere (…) di camminare lungo una linea in equilibrio fra l’essere me e tutto il resto”.

 

La Giovanna e sua sorella, di poco più grande, sono due boy scout fantasiose e avventurose, che vivono con la Luna e il Sole, il padre e la madre, sono circondate da molti altri colossi che sono poi gli adulti, mantenendo però la loro dimensione di esseri minuscoli che possono ancora, nell’Italia degli anni sessanta del secolo scorso, condurre una vita autonoma da bambini. Anche quando iniziano a decifrare il linguaggio dei segni dei grandi.

“L’aspetto più stupefacente, fu, al tempo stesso, scoprire che quelli che mi erano sempre parsi messaggi inaccessibili, improvvisamente, grazie alla nuova pratica dell’alfabeto, manifestavano la loro voce. Non solo brillavano per magnificenza, ma parlavano”.

L’epoca era quella della lettura, l’ambiente familiare colto e anticonformista, in casa a Milano entrano libri e abbonamenti, in vacanza ci sono le edicole, i giornalini, le figurine, gli album da colorare e ritagliare, la settimana enigmistica dove ai bambini è permesso “unire i puntini”, riviste femminili, riviste sul ricamo… 

Leggere diventerà e rimarrà una “necessità psichica”, i testi importanti della sua vita l’autrice cerca di ricordarli tutti. In ordine di apparizione.

 

 

Dall’enciclopedia I Quindici. I libri del come e del perché dove tutto lo scibile umano si componeva in una sequenza imprevedibile di temi e immagini, alle fiabe che nutrono ancora oggi la sua creatività adulta. “Nel tempo mi sono fatta l’idea che esista una sorta di genio che assiste l’infanzia e le offre quello di cui necessita e di cui gli adulti non si fanno carico. Le fiabe sono dei tipici doni elargiti da questo genio”. A quelle Piccole donne che producono l’effetto di “una sostanza psicotropa” per una bambina ubbidiente che sente però di avere in comune con Jo non solo il desiderio di diventare scrittrice, ma la sua convinzione di essere un maschio: “non un maschiaccio, secondo lo stereotipo. Il mio essere maschio era un fatto interiore, qualcosa che sentivo in me, una specie di pronome che mi davo e non era femminile. Era una percezione, non un ruolo”. 

Una spedizione importante fu quella nella soffitta della casa sull’Appenino, dove passavano una parte dell’estate, e dove l’atmosferico comunicava un’allegria a Milano sconosciuta. 

“Fu stupefacente scoprire, per la bambina che ero, quante lettere e cartoline fossero state scritte da persone che non avevo mai conosciuto né di cui mai avevo sentito parlare. Cartoline che per decenni erano finite nel buio, mute, ad ascoltare in solitudine il passaggio delle stagioni, dimenticate. (…) Ma la cosa più straordinaria erano le immagini che erano state scelte da queste persone per accompagnare i loro messaggi. Vi erano nidi pieni di uova colorate; giovanotti che stavano dichiarando il loro amore a ragazze timide; coppie sotto berceau o incorniciate da decori floreali; mazzi di rose, cespi di viole o rami di bacche; bambini seduti in carriole o neonati mezzi nudi vestiti da putti; animali di ogni genere…”. La collezione di cartoline del nonno diventa una lettura estiva, uno dei tanti giochi di una dimensione infantile capace di trasformare tutto ciò che trova in una risorsa. Allenata da un padre che prepara le figlie alle presenze celesti con poesie e visite al planetario, guide alle stelle e ai pianeti, fino alle immagini dell’allunaggio dell’Apollo 11. 

 

“Per tutte queste esperienze, probabilmente, la notte mi è sempre sembrata un luogo, più che un tempo. Lo Spazio, appunto, che di giorno è precluso, Un posto che si manifesta a sipario chiuso, quando le luci si spengono e c’è silenzio. Così “Ancora oggi, per me, il giorno e la notte sono due luoghi gemelli, ma lontanissimi, inaccessibili l’uno all’altro, che si fronteggiano stupefatti”.  

E poi, e poi, ci sono i quadri da studiare e osservare, i giardini, che incantano curano contengono, amati da lettrice, prima ancora di diventare giardiniere “figura che sta al punto di intersezione fra una decisa vocazione alla contemplazione e un’energia fisica da manovale. Io non ho ancora ben capito se lo sono”.

Fuori da noi è un caleidoscopio che seduce il lettore, catturato da un testo che procede di palo in frasca. Giovanna Zoboli scrive come parlano i bambini che passano da una domanda sulla reincarnazione al gusto della merendina. È il ritmo della “poesia in prosa” di Winnicott che, in modo apparentemente molto semplice, con un andamento musicale, introduceva argomenti che poi lasciava cadere. Mentre cercava una forma capace di tenere il filo tra il gioco del bambino e la creatività adulta. 

 

A curiosare in giro per il mondo la Giovanna va sempre in compagnia, della sorella da piccola e di un complice, partner, da grande. Mentre il suo io si orienta e disorienta, si smarrisce e si ritrova in un esterno al plurale. Qualcosa evoca il sentimento oceanico. Romain Rolland introduce per primo il termine in una sua lettera a Freud, del 5 dicembre 1927, a cui rimprovera di non prendere in considerazione “il sentimento religioso spontaneo, più esattamente, la sensazione religiosa, che è differente dalle religioni propriamente dette… cioè il fatto semplice, diretto della sensazione dell’Eterno (che può non essere eterno, ma semplicemente senza confini percettibili e come oceanico)”. 

Per Rolland questo nucleo è vivo quando è viva l’esperienza dell’unità di tutte le cose, mentre Freud sosteneva che il sentimento oceanico poteva essere ricondotto alla mancanza di confini che l’Io percepisce nella fusionalità delle origini. Un’esperienza di infinito: non solo nel dissolversi dell’Io nell’esterno, ma anche nel flusso-riflusso continuo di sensi, emozioni e immaginario che trascendono il tempo. Un infinito insito nelle potenzialità, infinite appunto, di ogni cosa.

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