Diari di quarantena

Dalla prospettiva di queste prime settimane di semi-libertà prende forma un pensiero rivolto a ciò che è appena accaduto. Sembrano già trascorsi molti anni dall’inizio, ma ancora deve installarsi quella distanza temporale che consentirà una vera e propria postura critica sui fatti di questi mesi. Quello di adesso è dunque un leggero voltarsi indietro, ancora un po’ incerto, mentre corpo e pensieri procedono, più o meno volenti o nolenti, verso l’avvenire enigmatico dell’estate 2020. In queste settimane trascorse da isolati, abbiamo vissuto o immaginato giornate che, se fossero consultabili sotto forma di pagine di diario, ritroveremmo riempite di annotazioni puntuali riguardanti elementi infinitesimali del quotidiano, epifanie sempre più piccole e interiori, pensieri slegati, ogni giorno di più, da quella dimensione quotidiana caratterizzata, precoronavirus, dal fluire costante delle azioni, degli impegni, del tempo.

 

Nelle giornate del tempo senza tempo ci siamo fatti domande, ci siamo chiesti come sarà, poi, ritrovarsi, tornare, pensare e ripensare il teatro, la scena, lo stare insieme. Il teatro, il nostro mondo. Ci siamo accorti che nulla si può davvero dare per scontato: avere un posto sicuro in cui aspettare la fine del lockdown, avere ancora un lavoro, non essere soli, isolati, essere a conoscenza di come tenersi impegnati, attenti, vivi, sapere come fare le cose senza, senza gli amici, la famiglia, i compagni, i colleghi. Quando capitava di compiere un’azione un tempo condivisa, questa aveva subito la qualità dei fantasmi, apparizioni sintomo di un passato che non si è risolto in pace. Il passare dei giorni, come una goccia sulla roccia, ha avuto il tempo di scavare, in alcuni casi, nuovi spazi per il pensiero, per la critica, per la consapevolezza, per la memoria, per i sogni sempre più allertati da uno stato del corpo inedito, indesiderabile. La quarantena ci ha posizionati, come mai prima d’ora, sulla linea curva del tempo, restituendoci tutta la fragilità che avevamo dimenticato, prima, di provare a integrare nelle nostre vite. Ma ora siamo oltre: è la fase 2. Tra poco, a quanto pare, anche i teatri potranno riaprire, il 15 giugno è la data designata per il riavvio delle attività. Il pensiero di tornare a teatro porta con sé emozioni, timori e incredulità poiché, tutto sommato, non ce lo saremmo aspettati, così, così presto. Siamo stati i primi di cui poter fare a meno, all’inizio, poi ci hanno definiti come coloro che “ci fanno tanto divertire”, di questi tempi. Di questi tempi, dunque, che cosa abbiamo ora tra le mani? Quale pensiero sul teatro rimane, adesso, di quel tempo infinito che abbiamo trascorso isolati gli uni dagli altri, impossibilitati a stare insieme, a condividere, a essere compresenti di fronte alla presenza dell’azione scenica? 

 

Sono appena trascorse settimane in cui abbiamo visto il teatro riversarsi, liquido, in rete, sugli schermi, a prendere spazi nei quali scivolare, fluire, zampillare, e pure stagnare, qualche volta. Abbiamo visto una rinnovata unità nella comunità dei teatranti e nuove domande affacciarsi nel dibattito collettivo. Su queste stesse pagine, in un articolo dal titolo Ripensare le scene, qualche settimana fa Roberta Ferraresi ha chiarito come il teatro, surrogato nel video in questi tempi di pandemia, dimostri come la scena abbia sempre, di fatto, dialogato con le tecnologie. In questo stesso tempo, però, c’è un’altra forma che il discorso sul teatro ha preso, dialogico e personale: il diario di quarantena. Una forma di scrittura, immediata e imprevedibile, pensata per la trasmissione sonora, in cui il sé narrante appare oggi come l’ultima Thule della ricerca, della trasmissione culturale e dell’ascolto di quella comunità dello sguardo che è, ancora oggi, il teatro. La radio, mezzo di comunicazione dei tempi di emergenza anche nell’era digitale, è il mezzo che ha garantito, più d’ogni altro, che la parola passasse comunque, di casa in casa, di bocca in bocca. L’ascolto della trasmissione genera una forma di ascolto che è subito personale, in cui la presenza si configura come “ricevente” e, mentre riceve, produce il proprio senso oltre a quello di ciò che ascolta.

 

Giorno 25 del Journal de confinement di Wajdi Mouawad – sottotitoli di Federica Martucci, in collaborazione con Teatro Stabile dell'Umbria.

 

Pensiero e scrittura pubblica, il diario di quarantena sonoro del drammaturgo, regista e attore Wajdi Mouawad ha tenuto traccia dei pensieri del direttore del Théâtre National de la Colline di Parigi dal 16 marzo al 20 aprile 2020. Ogni giorno, Mouawad ha condiviso con i propri ascoltatori le sue divagazioni poetiche “parola di umano in quarantena a umano in quarantena”. Ascoltate nel loro insieme, le puntate di questo diario, accessibile dal sito del teatro, da Soundcloud e da Spotify, disegnano una mappa mentale, artistica e concettuale che si concede profonde introspezioni e ironie leggere, tendendo sempre la mano al teatro, come spazio amato e desiderato, e come postura interiore, riferimento costante nell’attraversamento della tempesta. Il teatro è inteso, da Mouawad, come forma che accoglie, che accompagna, che consola, anche, chi si trova all’ascolto. I temi trattati sono trasversali, e vanno dall’esilio, le distanze, l’amicizia, dal rapporto con gli animali domestici a una sorta di parafrasi di un discorso di Emmanuel Macron in cui il diario, andando oltre la funzione di strumento capace di registrare la cronaca personale, diventa anche una forma di difesa rispetto a un’informazione mediatica voracissima e aggressiva, che divora l’esperienza della pandemia triturandola e ruminandone ogni più piccolo aspetto. Il cahier quotidiano, virtuale e sonoro, di Wajdi Mouawad mescola senza apparente premeditazione scrittura spontanea e fiction, informazione e scrittura letteraria. Il rapporto principale, da considerare, è quello tra scrittura privata e dimensione pubblica che, nel diario di quarantena, assume una forma che è eco di qualcosa che ha da venire, capace di lanciarsi nel futuro, verso la comunità, rinviando a sé stessi. Il contenuto è, come è giusto che sia, fortemente politico. Il tempo lo richiede. Il tema del Journal de confinement è stato ampiamente dibattuto in Francia in questo periodo. Mouawad, nel condividere il proprio diario di quarantena, si è appellato al principio della parola condivisa e al gesto della scrittura che sarebbe, in quanto tale, capace di far emergere delle immagini, una profondità, che estraggono l’essere umano dalla propria condizione di isolamento. 

 

In Italia, da Roma e su Radio India, radio del Teatro di Roma con trasmissioni quotidiane andate in onda dal 3 aprile al 24 maggio attraverso la piattaforma Spreaker, Attilio Scarpellini ha diffuso il suo diario di quarantena (qui i podcast: prima parte e seconda parte). La scrittura, qui, accompagna la componente istantanea del tempo sciogliendo l’attualità, diluita, in un discorso che si tiene sempre vicino al teatro come question, come domanda. La sua voce è portatrice di un pensiero che esprime un movimento che si muove sull’asse verticale: il discorso, che è un discorso sulla vita e sull’arte, è siderale e profondissimo, posto di fronte a un tempo che è tanto improvviso quanto improbabile. L’emozione della scrittura è presente sempre, in trasparenza, come misura del tempo e come perdizione: una botola dentro cui cadere, e da cui osservare, il mondo. Il senso del presente è restituito quasi come una nuova epica: il racconto, la narrazione, la trasmissione, la memoria. Tra riferimenti biblici e mitologia, tra teatro e quotidianità, entrambi gli scrittori trovano confronto e conforto nell’osservazione della natura e della società, dal “micro” dell’ambiente-casa al “macro” dell’ambiente-Terra. L’introspezione e l’estrospezione scovano, nei diari di Wajdi Mouawad e di Attilio Scarpellini, le incongruenze più dure di questo tempo e riconoscono al linguaggio la forza della matrice. Nell’insieme, l’impresa è, senza dubbio, letteraria. Il teatro si è avverato come spazio di riflessione che apre una verità oggi troppo incandescente: l’importanza della parola condivisa. Oggi più che mai, da qui, si riparte. 

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