È morto Alan Vega

All'inizio c'è il ritornello di 96 Tears (? And The Mysterians, 1966), una delle canzoni rock definitive: un infinito bordone di organo suonato con un solo tasto e un solo dito – ricorda Lester Bangs. A pensarci bene non è un caso se nel 1977, Martin Rev e Alan Vega aprano un loro show al CBGB's con quel pezzo, totalmente trasfigurato. 96 Tears viene sezionata, decostruita. Ne resta solo un brandello: alla solarità dell'originale si sostituisce una specie di trance psicotica. Alan di cognome fa in realtà Bermowitz, Martin invece per l'anagrafe è Reverby, ma che importa quando battezzi la tua band ispirandoti a Satan Suicide, titolo di un'edizione del tuo fumetto preferito, Ghost Rider? I Suicide bazzicano per le strade di New York dai primi anni '70. Quando si sono incontrati, al Project Of Living Artists, un laboratorio-spazio per artisti di SoHo, Vega lavorava a sculture, Rev era assorbito dalla scena avant-jazz. Da allora si sono intrufolati nelle gallerie d'arte e nelle poche sale da concerto aperte, seminando guai.

 

Frequentano il Mercer Art Center insieme alle New York Dolls. Che li temono. A vederli, sembrano due teppisti arrivati da un altro pianeta. Tutti ne sono intimoriti. Le Dolls coprono di fard e polvere bianca la struttura del vecchio blues. Lo accelerano, producendo un suono caldo e trascinante, legato ad una tradizione musicale, lavorando dentro le sue radici. Il suono dei Suicide invece è disumano, sintetico, quanto elementare: è come se due alieni paracadutati sulla terra avessero ascoltato di sfuggita Elvis Presley o Buddy Holly e si fossero messi a campionare due o tre giri servendosi di strumenti inadatti, macinando un suono inaudito, giunto da un altro pianeta. Un suono ipnotico, ripetitivo, fatto di giri di note avvitate su se stesse, che si è cristallizzato in maniera lenta, trovando la sua vera ossatura a partire dal 1975, quando Martin Rev compra una rudimentale drum machine degli anni '50, da accompagnare al suo farfisa. Da quel momento, le cose hanno preso la piega giusta. Lo ricorda Alan Vega, che se n'è andato proprio oggi, all'età di 78 anni: «Quando Marty acquistò la drum machine, qualcosa dalla musica cominciò a fare capolino (…). È stato quello il momento in cui ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti, “Non abbiamo bisogno di nessun altro!”»

 

Ascoltando The First Rehearsal Tapes (Labels, 1999), datato 1975, me li sono spesso immaginati come due extraterrestri intenti a incasinarsi la vita con tastiere di fortuna, facendone uscire tormentoni, ritornelli sciocchi, che produrrebbe un bambino. L'opposto di Keith Emerson, per capirci. Tanto Emerson giocava a chi ce l'aveva più lungo, mitragliando di note la sua tastiera, accumulando effetti e pezzi di bravura, tanto Martin Rev lavorava asciugando il suono, levando note, arrivando ad una specie di essenzialità minimalista: less is more. Su questo tessuto di note ossessive, Alan Vega ha costruito una performance vocale, fatta di sussurri, grida improvvise, frasi ripetute, secche: creando una specie di “teatralità” (non era proprio questo che Michael Fried imputava al minimalismo?). I testi spiattellano storie di sesso, morte, guerra, ma con uno stile asciutto, grafico, da fumetto, come i racconti pubblicati su carta riciclata. Ne esce qualcosa di minaccioso, disturbante, primitivo, che si rovescia su chi ascolta: un suono non addomesticato, che a molti va giù di traverso.

Dal vivo ne succedono di tutti colori. Volano sedie, tavoli, bottiglie. Alan Vega non disdegna le risse col pubblico. La loro musica rispecchia i luoghi in cui vivono.  

 

«Odiavo l'idea dell'andare ad un concerto in cerca di divertimento. La nostra attitudine era: fanculo, ti ritroverai la strada dritto sulla tua faccia. Ad uno dei nostri primi concerti, c'era un tizio tra il pubblico che aveva portato un trombone. Sono saltato giù e gliel'ho manomesso. Molti non l'hanno presa bene. Così ci hanno immediatamente attaccato con sedie, tavoli, tutto quello che gli capitava tra le mani. Questa divenne la norma dei concerti. Ho cominciato a portare con me sul palco una catena di bicicletta, dicendomi che se questo era quello che volevano, lo potevano avere. Quando le cose si mettevano proprio male, spaccavo una bottiglia e cominciavo a tagliuzzarmi la faccia. Questo sembrava calmarli. Come se si fossero resi conto che ero pazzo a tal punto che qualsiasi cosa avessero fatto non mi sarebbe importato. Ho escogitato un modo per farmi uscire parecchio sangue senza lasciare cicatrici. È diventata un'arte. Un altro stratagemma era quello di chiudere le uscite dal club, in modo che nessuno potesse uscire. Quello era il fanculo massimo, per quanto mi riguarda». Un teatro della crudeltà.

 

Quando nel 1977 suonano al CBGB's, l'atmosfera è quella. Sono in giro da sei anni, non hanno ancora pubblicato il loro primo album, ma i pezzi che presentano sono proprio quelli, ancora più scarni e senza melodia, se possibile: Ghost Rider, Rocket USA, Cheree, Johnny, Frankie Teardrop. Grazie al cielo qualcuno ha registrato quelle performance e oggi possiamo ascoltarle nel cofanetto di sei cd pubblicato nel 2008 dalla Blast First, Live 1977-1978.

 

L'album – Suicide – esce sotto Natale, il 28 dicembre del 1977. Negli Stati Uniti l'album è un sonoro fiasco, le riviste lo stroncano brutalmente. In Europa va meglio, così decidono di partire in tour da quelle parti. Di spalla ai Clash. Il loro suono è così fuori norma che anche i punk inglesi lo rigettano. È troppo punk anche per loro. Al confronto, i Clash sembrano una ruvida copia dei Beatles. È proprio durante quel tour che un'ascia viene lanciata sul palco, sfiorando Vega. A Bruxelles, di spalla a Elvis Costello, il concerto viene bloccato, e interviene la polizia.

 

Le risse diventano un'abitudine, tanto che, ad ogni concerto, già dal primo brano i due riescono a decifrare le contromosse da mettere in atto. Poi capita che diventino l'attrazione della serata. A Edinburgo dopo due o tre brani non succede nulla. Improvvisamente qualcosa si muove tra il pubblico. I due si fissano, pronti a evitare oggetti volanti. Invece non succede nulla. Anzi, il pubblico inizia a ballare. Vega basito si gira verso Martin Rev e gli dice: «Siamo finiti, la nostra carriera è chiusa».

 

Malcolm McLaren si offre come manager, ma i due rifiutano. Si sciolgono. Negli anni ogni tanto si sono riformati per qualche tour. Diventano una delle band più influenti del pianeta. Tutta la musica industrial, techno e house parte da loro. Non si contano le band che li omaggiano: Springsteen, REM, Soft Cell, Dirty Beaches, Thin White Rope fino ai Gories.

 

Dopo lo scioglimento Martin Rev resta più defilato. Alan Vega inizia una lunga carriera solista. Incide diversi album (Jukebox Baby, Collision Drive, Saturn Strip) che riprendono la vena del primo album, ma in maniera più potabile. Spuntano le chitarre, il ritmo a volte si fa quasi dance. Prolifico, Vega scrive colonne sonore (Sombre di Philippe Grandrieux), collabora con altri musicisti (su tutti, Cubist Blues, realizzato insieme ad Alex Chilton e Ben Vaughn), continua a lavorare come artista, realizzando sculture, dipingendo. Vende opere a ricchi texani. Fa uscire dischi straordinari, complessi, Station (2007): quattro anni di strati sonori accumulati nei solchi. E poi i concerti live, sempre. Da solista, e come Suicide. Recentemente, i tour con Marc Hurtado: un set fatto di immagini e suoni.

Adesso che Vega se n'è andato e risento Frankie Teardrop, penso alla pulsazione della drum machine. Ricorda il movimento e il suono delle pale di un elicottero. La canzone ha a che fare con il Vietnam («Ha a che fare con te e con me» usava dire Alan Vega, minaccioso). Penso anche alla sua semplicità. E penso a Jacopo, che ora ha sei anni, e adora la Sonata al chiaro di luna (l'ha sentita in un episodio di Detective Conan). Mi dico che magari imparerà a districarsi sui tasti strimpellando Ghost Rider. O 96 Tears?*

 

Le citazioni di Alan Vega appaiono in Jon Wilde, “Why Punks Wanted To Kill Suicide!” (sito visitato il 17/07/2016).

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