Fino all'ultimo rigore

La notte più lunga di questa tumultuosa estate europea si conclude coi calci di rigore, ancora una volta. L’Inghilterra è entrata in campo col coltello fra i denti e ha sorpreso gli azzurri di Roberto Mancini dopo pochi secondi di gioco, con una rete di Shaw che ha fatto temere il peggio. Tuttavia, pur essendo iniziata con i peggiori auspici, la partita ha lentamente cambiato verso. L’Italia ha attaccato con pazienza e testardaggine, senza perdersi d’animo. Si è affidata al talento di Federico Chiesa per tenere gli inglesi nella loro metà campo. È stata premiata nel secondo tempo, quando il cronometro sembrava scorrere troppo veloce verso il novantesimo. Quello di Bonucci non è sembrato un goal, ma una meta da rugby, sudata e liberatoria.

Da quel momento, la sfida è diventata una lenta e inesorabile sfida alla sorte. C’è un’espressione tipica del gergo giornalistico che descrive uno dei meccanismi di fondo del calcio, uno sport dagli equilibri imperscrutabili e talvolta aggrappato alle follie del caso. Per capire come andrà a finire, devi quindi cercare – in un equilibrio precario fra la statistica e la cabala – i “segni” che ti permettono di identificare “la squadra del destino”. E in quei momenti siamo stati attraversati tutti dagli stessi pensieri, pur non avendo il coraggio di rivelarli ad alta voce: abbiamo già vinto ai rigori la semifinale contro la Spagna, siamo stati fortunati, non capiterà una seconda volta. I rigori sono come una ruota che gira incessante, mostrandosi capace di riequilibrare col tempo torti e favori.

 


Del resto a dimostrarlo c’è la “Storia”, o per meglio dire la “memoria”, quella che viaggia di pari passo con le grandi emozioni collettive dei campionati mondiali ed europei, tenuta viva dalla ritualità dei media che sostengono l’impresa del ricordare con la loro incessante ripetizione di immagini e racconti. Le notti magiche di Italia ’90 si interruppero al dischetto contro l’Argentina. Il sogno americano del 1994 finì nella curva del Rose Bowl di Pasadena, insieme al pallone calciato dal dischetto dall’eroe malinconico Roberto Baggio. Agli europei del 2000 i rigori sorrisero agli azzurri, messi alle strette dall’Olanda e portati in finale dalle parate di Francesco Toldo. Del 2006 ricordiamo tutto, o così ci sembra: la testata di Zidane a Materazzi, la traversa di Trezeguet, la gioia di Fabio Grosso.

Abbiamo accompagnato i calciatori al dischetto di Wembley mettendo in moto i nostri ricordi, quelli risalenti a pochi giorni fa e quelli di un passato più o meno remoto. Abbiamo rivisto le stesse facce ripresentarsi al dischetto e ci siamo sorpresi a chiederci se avrebbero battuto ancora il portiere avversario, dopo averlo fatto pochi giorni prima. Abbiamo visto la tensione negli occhi di Bonucci, Belotti e Jorginho, scoprendo di quest’ultimo il lato glaciale e quello esitante. Abbiamo accolto la vittoria quasi increduli, contraddistinta per una volta non da un goal ma da una parata. L’esultanza moderata di Sergio Mattarella non è sembrata somigliante a quella di Sandro Pertini nel 1982. Il presidente solitario e timido in tribuna ha incarnato fedelmente le feconde incertezze della nostra Repubblica, opposta alla regale baldanza di William, Kate e del piccolo George.

 


Abbiamo pensato agli altri mondiali e agli altri europei, ma ci siamo anche chiesti a quando risaliva l’ultimo trionfo tricolore nella manifestazione continentale. La risposta non è semplice. La memoria è selettiva, lo sappiamo. Pochi realmente sanno quando è accaduto, e anche i testimoni diretti inciampano: la televisione ci ripropone di rado quelle immagini, e senza il suo aiuto ci scopriamo incapaci di ricordare. Dobbiamo tornare infatti indietro di 53 anni, al 1968. L’Italia giocava in casa e, il 5 giugno, di trovò ad affrontare l’Unione Sovietica in semifinale allo stadio San Paolo di Napoli. Finì zero a zero dopo i tempi supplementari, e non si tirarono i calci di rigore. Fu un banale sorteggio a decidere la squadra vincitrice. L’arbitro tedesco Tschenscher chiamò i capitani negli spogliatoi, fece roteare una monetina e pronunciò il nome della “squadra del destino”: Italia.

La finale dell’8 giugno si disputò allo stadio Olimpico di Roma, contro la Jugoslavia. Per molti versi, ebbe uno svolgimento simile a quella del 2021. Dzajic gelò gli italiani nel primo tempo portando la sua squadra in vantaggio. Da lì cominciò una lunga e cocciuta ricorsa azzurra, fino a quando Angelo Domenghini non riuscì a siglare il pareggio all’ottantesimo minuto, su punizione. Si andò ai supplementari e la gara rimase in perfetto equilibrio. A quei tempi era inconcepibile la “lotteria” degli undici metri, ma ci si rendeva conto di quanto sarebbe stato surreale assegnare un titolo così importante con la monetina. Si attesero quindi 48 ore per ripetere la partita.

 

 

L’allenatore Ferruccio Valcareggi cambiò sei giocatori su undici, preferendo far giocare quelli meno stanchi. Zoff, Anastasi, Burgnich, Guarnieri e Facchetti furono gli unici confermati, mentre Castano, Ferrini, Domenghini, Juliano, Lodetti e Prati fecero posto a Salvadore, Rosato, Mazzola, De Sisti, Riva e Anastasi. Furono proprio questi ultimi due – Gigi Riva e Pietro Anastasi – a segnare le reti della vittoria. Si accesero migliaia di accendini nella notte di Roma. Chi c’era racconta che fu “magica”, anche se una canzone nel frattempo ha cambiato “le regole del gioco”. Ad alcuni va bene il cambiamento, ad altri no, e in fondo è normale che sia così. Del resto oggi il V.A.R. (Video Assistant Referee) avrebbe permesso ai giudici di gara di cancellare “la Mano de Dios”, il celebre goal irregolare segnato da Diego Armando Maradona nel 1986 proprio contro l’Inghilterra, che mai vorremmo cancellare dal nostro immaginario. In compenso, possiamo far avanzare anche le nostre razionali consapevolezze e dirlo con soddisfazione: un calcio di rigore è sempre meglio di una monetina. O no?  

 

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