Gran Bretagna: riprendere il controllo

Elezioni post Brexit

Capire le ragioni per cui Theresa May ha deciso di indire le elezioni con tre anni di anticipo, non è semplice. Per quanto possa essere un primo ministro illuminato, lascia piuttosto perplessi che una decisione importante come questa non sia giunta dopo intense sedute parlamentari o riunioni nel suo partito, ma mentre camminava con il marito sulle montagne del Galles. Così almeno hanno raccontato i giornali e che sia vero o meno ha poca importanza: l’immagine che viene proiettata da televisioni e giornali (con tanto di fotografia in tenuta sportiva e bastoncini da camminata nordica), ci aiuta a comprendere quale tipo di elezioni saranno quelle di giugno e cosa sia in gioco nella Gran Bretagna del dopo Brexit. 

 

Con l’immagine sportiva e familiare si è voluto sottolineare l’ambizione di “riprendere il controllo”, con un’allusione al tipo di guida del paese che esercitavano primi ministri come Churchill, che anche in momenti drammatici si dilettava di pittura. La figura del prestigioso primo ministro che tiene le redini di fronte alle difficoltà della guerra è la vera, insopprimibile nostalgia che ha dominato il voto (che infatti è stato prevalente tra gli anziani e in provincia). Qualcuno che dica cosa bisogna fare per essere noi.

Prendiamo l’intenzione del primo ministro letteralmente e proviamo a credere alla motivazione che la May ha dato per la sua decisione: rafforzare il suo mandato nei prossimi negoziati con l’Europa perché, così ha dichiarato, il paese è unito mentre il parlamento diviso. 

La realtà, come ha fatto osservare la laburista Yvette Cooper, è esattamente il contrario. 

Il paese, dal referendum, vive in un clima avvelenato e non è semplice capire da chi il primo ministro senta davvero minacciata la sua leadership: dal suo stesso partito? Dall’opposizione? Dagli europei? Dagli scozzesi? O dagli stessi inglesi? 

 

Al contrario di quanto ha dichiarato, ha invece avuto vita assai facile in parlamento. Jeremy Corbyn, il leader laburista, si è immediatamente adeguato al voto del referendum Brexit e l’unica vera opposizione è stata rappresentata dai nazionalisti scozzesi, che hanno reso incidentalmente palese l’ineguaglianza dell’unione britannica e il tono paternalista, vagamente coloniale, di Westminster verso le opinioni espresse dalle periferie (Scozia, Galles e Irlanda del nord, ridotte in queste discussioni a province).

Se si guarda infatti oggi il parlamento inglese, si ha la sensazione che a non essere rappresentato sia piuttosto il 48% che ha votato per restare in Europa. Spaventati dall’apparire poco democratici, i parlamentari si sono quasi tutti schierati con il Brexit (la stessa May prima del referendum era per restare in Europa, ma pare non abbia più avuto dubbi sul fatto che Brexit voglia dire Brexit). Tanto che le svariate votazioni che si sono svolte in parlamento per corredare istituzionalmente il mandato del primo ministro (il famoso articolo 50, ma non solo), hanno goduto in parlamento di maggioranze da dittature orientali, quasi senza dibattito, con una pochezza di argomentazioni e di analisi politiche desolante. 

Purtroppo nella politica inglese (si noti bene, non in quella irlandese o scozzese che invece giocano una difficile partita con il governo centrale) si è assistito a un tristissimo e contrito lamento.

 

 

Le ragioni sono numerose e profonde, hanno a che fare con il modo in cui l’Europa è stata sempre descritta in Gran Bretagna e con la nostalgia per un ruolo egemonico dell’impero britannico perduto nel corso del dopoguerra. Argomentazioni povere, gridate dalla stampa in modo sciovinistico e offensivo nei confronti degli altri europei, quasi si trattasse di fomentare una guerra (come nel caso assurdo di Gibilterra) che hanno lasciato perplessi gli interlocutori istituzionali e spaventati i cittadini. 

Di fatto, sia prima del referendum che dopo, si assiste a un discorso cupo, che non illumina in nessuna direzione e si attorciglia su se stesso con toni violenti e aggressivi. C’è in questo una profonda ignoranza di cosa sia l’Europa, da cosa sia nata, delle lingue che si parlano nel continente il cui insegnamento è non solo diminuito quantitativamente, ma soprattutto nel prestigio di cui godono in Gran Bretagna. Da Chaucer e Shakespeare a Joyce e Beckett, scrittori, artisti di ogni genere e politici hanno spesso avuto un amore straordinario per l’Europa che oggi, nelle discussioni, sembra invece ridotta alle spiagge spagnole sui cui molti si ritirano in pensione o all’abbondanza più che alla qualità dei nostri vigneti. Hanno vinto, in poche parole, gli ignoranti. Probabilmente il manifesto di Ventotene, ristampato dalla EU in inglese e disponibile online a chiunque voglia leggere le sue poche pagine, è noto a un inglese su mille.

E qui forse c’è una prima ragione concreta che la May ha intravisto e che l’ha spinta a indire le elezioni. Le motivazioni della separazione erano e restano oscure, sotto gli slogan non c’è nulla.

 

Cosa significhi take back control non lo sanno neppure Farage, Gove e Johnson che hanno venduto la frase al paese nella campagna referendaria. La Gran Bretagna non ha votato per uscire da capitalismo e globalizzazione, questa è una scelta che non è offerta a nessuno al momento, e sono proprio banche e corporazioni multinazionali, basate per lo più proprio a Londra, le forze che hanno esautorato i poteri politici delle nazioni. Di fronte a queste forze i poteri politici non hanno strumenti non solo in Europa, ma neppure in Cina o Malesia. Forse li hanno in Corea del Nord, ma forse neppure lì. Perdita di democrazia? Certo. Un mondo diretto dal denaro e dagli interessi dei più ricchi e potenti? Certo. Lo stesso Papa, che oggi parla soprattutto del vangelo e dei poveri, quando aveva territori e eserciti si comportava in modo simile, costruendo alleanze come quella di Cambrai per frenare la forza della Repubblica di Venezia o promuovendo crociate. Il potere è sempre potere forte (per questo fanno sorridere quelli che parlano di poteri forti come se esistessero dei poteri deboli. Ogni interesse cerca di esprimere il proprio potere nel modo più efficace possibile).

 

La ragione principale della trasformazione che viviamo è tecnologica: il flusso di capitali, merci e persone è oggi talmente veloce che per sua natura è transnazionale, travolge i tradizionali sistemi di controllo dell’informazione e immette in una realtà completamente diversa di cui nessuno ha davvero controllo. La vicenda di Assange, chiuso ormai da anni nell’ambasciata Equadoregna di Londra, ne è l’emblema paradossale.

Alla scadenza naturale del mandato parlamentare nel 2020 la May non avrebbe avuto dunque nulla in mano e certamente non il controllo che il Brexit ha promesso ai suoi elettori, e questa incapacità (ma bisognerebbe dire forse piuttosto impossibilità) della politica di offrire di nuovo ai cittadini un risultato che equivalga alla partecipazione e alla passione che ha suscitato il referendum, apparirà come il fallimento del controllo che è stato promesso. In altre parole, il referendum ha fatto una promessa che non è in grado di mantenere perché la politica non ha né in Gran Bretagna né altrove la possibilità di riprendere il controllo di tecnologie che rendono le informazioni coeve in tutto il pianeta, con capitali che si spostano da Tokyo a Londra o New York seguendo algoritmi che neppure le banche controllano. Le merci, che viaggiano all’80% per mare, cioè in spazi extraterritoriali, sono prodotte e assemblate in paesi diversi e non esiste né la possibilità né probabilmente la volontà di regolarne il flusso, nonostante quello che dichiara demagogicamente Trump al proprio elettorato.

 

Quanto agli spostamenti di esseri umani, oltre alle crisi provocate dalle guerre in cui l’Inghilterra è tra i maggiori beneficiari per la quantità di affari che ha legato al traffico d’armi (quella sì una grande industria nazionale), gli umani si spostano oggi moltissimo anche senza alcuna necessità. Per lavoro, turismo, curiosità, perché non sanno cos’altro fare quando hanno del tempo libero. Inoltre gli europei sono di fronte a una crisi demografica che nei prossimi anni porrà problemi molto seri rispetto a quello che abbiamo visto fino a oggi. Chi pagherà le pensioni? Chi lavorerà negli ospedali o per le strade? Poiché il benessere viene interpretato come una limitazione delle nascite, avremo certamente bisogno di centinaia di milioni di immigranti tra vent’anni se vorremo continuare a mantenere il peso che l’Europa ha oggi nel mondo.

 

Proprio come i referendum che già si sono svolti in Europa e che ne avevano bocciato la costituzione, sarà difficile alla May offrire dei risultati costituzionali che rispecchino il mandato che lei cerca di consolidare. E un mandato per cosa? Per sottrarsi alla corte di giustizia europea? Si può immaginare che il commercio con l’Europa sia regolato da qualche altra autorità giuridica? O di rinunciare ad oltre il 40% degli affari che in questo momento svolge il paese? O di sostituirli con l’India o le Filippine dall’altra parte del mondo? 

Questo semplicemente non accadrà, a meno di un crollo molto più drammatico non solo dell’Europa, ma di tutto il sistema che attraverso flussi di capitali e merci tiene in piedi il mondo.

L’Europa fino a oggi ha timidamente cercato di difendere ambiente e condizioni di impiego, ma è chiaro che il territorio è come il resto del mondo attraversato da altri flussi che trasformano gli stati, le istituzioni, le persone.

Anche i dati economici, con cui la Gran Bretagna ha iniziato a fare i conti, non avrebbero probabilmente aiutato il governo nel 2020. Già da quest’anno l’inflazione sarà superiore alla crescita dei salari, il conto che sembra stia per essere presentato dai negoziatori non è affatto un rientro di 350 milioni di sterline a settimana, come aveva promesso Boris Johnson, ma un debito a cui la Gran Bretagna deve acconsentire prima di potersi sedere al tavolo per negoziare qualunque futuro. Si parla di una cifra tra i 50 e i 60 miliardi di euro. Si tratta di impegni presi precedentemente e di comune accordo, non di una misura punitiva, come è stato detto nel dibattito parlamentare a Bruxelles da Nigel Farage che, con i calzettini dei colori della bandiera britannica, ha accusato gli altri europei di ricattare la Gran Bretagna come una mafia.

 

Ma i prezzi, reali e simbolici, per l’economia sono già visibili e sono catastrofici. L’uscita dal cosidetto Open Sky, l’accordo per l’aviazione europea che ha fatto moltiplicare le compagnie aeree che operano sulla Gran Bretagna, inevitabilmente le spingerà a spostare sul continente la base delle operazioni per poter lavorare in Europa; è quindi presumibile che verranno attratti su aeroporti europei anche quel traffico intercontinentale che conta sulle connessioni europee. Senza contare che ci saranno tariffe più pesanti nei commerci, code alle frontiere (e forse, peggio, la mancanza di code, se questo significasse che il paese perde attrattiva) e la fuga dei talenti che in questi anni hanno tenuto in piedi il sistema sanitario e mantenuto il sistema della ricerca ai primi posti del mondo. Insomma, i rischi che si stanno materializzando prefigurano una catastrofica uscita dall’Europa. Proprio per questo, se non è possibile arginare i danni, è importante votare prima che si rendano drammaticamente tangibili. 

Per il momento c’è ancora sufficiente autoconvincimento, o piuttosto retorica, per annebbiare la discussione, anche perché, essendo la Gran Bretagna ancora membro dell’Europa, il vero costo della separazione è inevitabilmente una congettura.

 

Ci sono poi i prezzi culturali, che per quanto sottovalutati da una nazione tradizionalmente legata al business, rischiano di provincializzare un paese che è riuscito a vendere musica, cinema, serial televisivi come se fosse il centro del mondo. Quanto peserà un domani il tipo di involuzione culturale che inevitabilmente consegue alla chiusura? I luogotenenti della May sono volati dall’India all’Arabia Saudita per promuovere nuovi accordi, tuttavia queste spedizioni, oltre a essere incerte dal punto di vista commerciale, e probabilmente non così appetibili per partner delle dimensioni dell’India o della Cina, che del piccolo mercato inglese una volta fuori dall’Europa possono probabilmente fare a meno, saltano i grandissimi problemi politici e culturali che queste relazioni presenteranno. L’India è stata impoverita per circa due secoli dalla East India company e dal colonialismo britannico: se con i partner europei ci sono stati antichi risentimenti, cosa potrà mai venir fuori dalla relazione con ex-colonie?

 

Per non parlare del problema della migrazione dalle ex-colonie che come popolazione sono più del doppio degli europei. Altro tristissimo capitolo è la ricerca scientifica: ho parlato con un amico cardiologo, furibondo perché una ricerca che lui ha guidato da UCL (University College London) e che era arrivata a un livello molto avanzato di sperimentazione, sta per lasciare la Gran Bretagna. Hanno individuato il difetto genetico che provoca il ridotto sviluppo di un feto legato al ridotto flusso sanguigno e che colpisce una gravidanza su trecento. Dall’UE hanno ottenuto un finanziamento di 18 milioni di sterline, ma oltre al denaro una rete di condivisione dei risultati e un innalzamento delle competenze che solo l’Europa era in grado di offrire. Secondo lui, né l’industria farmaceutica né la ricerca scientifica inglese o americana si sarebbero mai avventurate in questo campo. Avevano già sperimentato su agnelli e topi ed erano pronti ad avvicinare gli umani, e tutto questo rischia di svaporare nel nulla, o comunque lasciare UCL, che aveva condotto le ricerche. Non c’è nulla all’orizzonte in grado di supplire a questa perdita.

 

Insomma, Brexit è già un disastro, anche se gli effetti sono finora circostanziati (tranne ovviamente la perdita del 15% del valore della sterlina che è accaduto subito dopo il voto del 23 giugno). 

Anche più amaro è il sapore che resta in bocca quando si seguono i titoli dei giornali popolari ormai da un anno schierati su posizioni apertamente fasciste, che esaltano la xenofobia, lo spirito guerrafondaio, alimentano in ogni modo una generale sgradevolezza del clima politico interno al paese. Sembrano tornati gli anni bui della Thatcher, quando vennero lasciati morire in prigione Bobby Sands e gli altri repubblicani irlandesi, si attaccarono i minatori chiamandoli “il nemico interno” e si andò in guerra contro le Falklands.

Questa è la ragione più triste che tutti, in Inghilterra e fuori dall’Inghilterra, avvertiamo nelle destre, dal Brexit alla Le Pen: le dinamiche laceranti che vengono messe in moto e che spezzano il paese in cui si svolgono in infiniti frammenti. Dinamiche che vorrebbero disintegrare l’Europa, gli stranieri, vere tensioni fasciste. Non va dimenticato che l’Europa le ha espresse in passato e che spesso questi politici tentano di riabilitare proprio il buio, sanguinoso passato da cui siamo emersi, come il padre della Le Pen o la nostalgia coloniale britannica o il desiderio del AFD tedesco di smetterla di chiedere scusa per Hitler. 

È bene ricordare anche che, dal nazifascismo al comunismo, la partecipazione alla politica non è mai stata in sé una garanzia di democraticità. Piazza Venezia era stracolma di gente plaudente il 10 Giugno del ’40, quando Mussolini annunciò di aver consegnato la dichiarazione di guerra agli ambasciatori alleati. Fu proprio il primo ministro laburista Clement Attlee, all’indomani della vittoria su Chrchill dopo la guerra, a liquidare l’utilizzo dei referendum ricordando che Hitler ne aveva vinti ben quattro.

 

Una ulteriore ragione per le elezioni anticipate, miope ma certamente di primo piano nel sistema elettorale inglese, è l’opportunità di infliggere una sconfitta storica ai laburisti di Jeremy Corbyn, che al momento è nei sondaggi addirittura 21 punti dietro la May. I laburisti sono in questo momento appiattiti su politiche sociali encomiabili: difendono la scuola, gli ospedali, i ceti medi e bassi. Certamente la Gran Bretagna avrebbe bisogno di redistribuzione di risorse, tuttavia sui grandi temi del Brexit, che caratterizzano la natura del lavoro, delle libertà personali e della giustizia sociale, Corbyn è piuttosto marginale. Non aver sposato la causa del 48% di coloro che volevano restare in Europa, nella cui legislazione sono in realtà radicate le difese del lavoro e dell’ambiente contro cui sono scatenate le destre, è la ragione principale per il crollo dei laburisti nei sondaggi. 

 

Forse però qui la May potrebbe avere una brutta sorpresa: se Corbyn riuscisse in qualche modo a prendere un’iniziativa politica meno provinciale, il calcolo dei seggi potrebbe essere sparigliato. Si muovono in questo senso alcuni suoi luogotenenti, come Keir Starmer. Corbyn è purtroppo invece legato come il suo maestro Tony Benn a una visione reverenziale del parlamento britannico e a una sprezzatura dell’Europa che in questo momento danneggia tutti i laburisti. Si presenta in parlamento leggendo lettere di pensionate novantenni: un modo di fare encomiabile per l’idea di democrazia che eredita, ma che mostra anche l’inadeguatezza dell’istituzione di fronte ai giganteschi problemi che ha di fronte, dalle minacce nucleari agli accordi commerciali con l’Europa e il resto del mondo, alla guerra siriana. 

Nel primo giorno di campagna elettorale Corbyn ha detto June usually marks the end of May (Giugno di solito segna la fine di Maggio/May), con un gioco di parole sul cognome dell’attuale primo ministro, speriamo che il leader laburista riesca a mettere della sostanza in questo bello slogan.

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