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Hao Jingfang, Pechino pieghevole

Leggendo Pechino pieghevole, novella che apre l’omonima raccolta di racconti di Hao Jingfang – Add Editore, traduzione di Silvia Pozzi – davanti all’impressionante dispiegamento e ripiegamento di enormi volumi edificati, non ho potuto che pensare al tesseract. Il tesseract, o tesseratto, è un oggetto geometrico ipotetico a quattro dimensioni: aprendolo nella realtà tridimensionale a noi conosciuta si ottiene un manufatto formato da otto cubi disposti a croce, analogamente a quel che succede a un cubo, oggetto tridimensionale, quando le sue facce vengono aperte e distese su una pagina a formare una croce di sei quadrati, bidimensionale. La casa nuova è un racconto di fantascienza scritto negli anni cinquanta da Robert Heinlein, inserito in quella splendida antologia Le meraviglie del possibile che mi aprì le porte, ero giovanetto, della fantascienza. L’architetto e i suoi committenti entrano in visita alla villa appena costruita come un tesseract, quando un terremoto la scuote e l’edificio si richiude su se stesso, imprigionandoli nella quarta dimensione, ma i nostri eroi torneranno infine al mondo che conosciamo. Nella Pechino pieghevole di Hao Jingfang a intervalli regolari porzioni intere di essa si ribaltano grazie a dei montanti, rovesciandosi per lasciare spazio ad altri quartieri che prendono il loro posto, in un continuo quanto puntuale aprirsi e richiudersi di volumi entro se stessi, economizzando lo spazio e quindi il tempo dei suoi abitanti che, nelle fasi in cui la loro porzione di città rientra nel terreno, vengono indotti a un sonno artificiale, lasciando perfino l’aria da respirare a chi li sostituisce in quella fase temporale.

 

Le tre sezioni della città e della sua popolazione sono divise per censo e per accesso al potere. Una piccola classe superiore gode della maggior parte del tempo, il resto è diviso tra una classe media e il ceto sociale alla base della piramide, lavoratori manuali occupati essenzialmente nel ciclo dei rifiuti e dunque nella produzione di energia. Il protagonista si muove tra i tre livelli, cercando un ascensore sociale che non esiste, e resta claustrofobicamente impigliato nell’ineluttabilità e immodificabilità di quella stratificazione del mondo. Esiti opposti, quelli della maggior parte dei racconti di Le meraviglie del possibile e quelli che ci offre Hao Jingfang, due visioni del mondo che non collimano. I nostri anni cinquanta e sessanta proponevano una fantascienza di quarte dimensioni, viaggi spaziali, viaggi nel tempo, scoperte scientifiche sensazionali destinate a cambiarci la vita: la fantascienza di quegli anni ci proiettava in un futuro le cui sorti erano magnifiche e progressive. La fantascienza di Hao Jingfang ci tiene ancorati a terra, a una condizione di infelicità. Tanto là l’universo era uno scrigno aperto alle esplorazioni dell’uomo, quanto qui ci troviamo di fronte a delle ineluttabilità, al ripiegamento ben raccontato nel movimento degli edifici del terzo livello che dopo poche ore si inclinano su se stessi sprofondando i loro abitanti nel buio di un sonno artificiale. Certo, è questo il campo di forze che presiede anche alla più recente fantascienza occidentale, quella della distopia, ed è probabilmente su quella che si innesta parte della nuova ondata sci-fi cinese, che sempre più spesso accede ai piani alti dei premi internazionali.

 

Ma io sono sorpreso da questi esiti. Ciò che ho indagato nella Cina – e nell’Asia – degli ultimi decenni è una spinta verso il futuro, un ottimismo che spesso ho percepito nei miei interlocutori, contrapposto all’immobilismo e al ripiegamento delle nostre società incapaci di uscire dalla crisi, e soprattutto di dare una risposta al nostro mondo di sotto. La Cina si sviluppa, apre a una gran parte della sua popolazione prospettive di vita prima impensabili, l’oggi è già meglio di ieri e il domani è pieno di promesse. E del resto è stata l’industrializzazione, negli ultimi decenni in Cina, il driver delle esistenze dei più, ed era in un Occidente ancora in forte industrializzazione che nacque la fantascienza che si meraviglia del possibile, genere pop capace di imporsi a spallate anche alla tradizione accademica (La Cina ha attraversato una fase di sviluppo capitalistico che riporta a un nostro ottocento in cui perfino Carlo Marx – santo cielo! – definiva il capitalismo come progressivo. E io di quel progresso sono sempre stato ingolosito anche perché, sempre nel pensiero di Marx, esso produce i suoi anticorpi, la classe operaia destinata a rovesciarlo – profezia alla quale in verità non credo, e per di più contraddetta dalla storia: ma gli anticorpi pongono un freno, raddrizzano le storture, costruiscono welfare state, e l’occidente da quegli anticorpi è stato plasmato, e io immaginavo che in Cina potessero rinascere ora che da noi, ormai, son morti e sepolti. Ma che dico, cosa vado mai cercando, la mie sì che erano illusioni da fantascienza…).

 

 

Con Le meraviglie del possibile ci sono nato: ora, piuttosto invecchiato, in Cina e nelle grandi metropoli asiatiche ho cercato il senso di un futuro, una possibilità di ripartenza e di ottimismo. Ma quel poco che conosco della fantascienza cinese mi pare orientato altrimenti. Già il primo volume della saga di Liu Cixin Il problema dei tre corpi mi aveva colpito perché resta alla base del racconto il trauma della Rivoluzione Culturale, cinquant’anni prima, elemento fondante della personalità di uno dei protagonisti, quello che dà il la all’immensa saga. E il finale della trilogia è inchiavardato su una rinuncia alla felicità. Insomma c’è un peso che sovrasta i personaggi contrastante con la visione di progresso che io pretendevo nella società cinese. Gli undici racconti della raccolta di Hao Jingfang si chiudono in genere con una sconfitta, un ritorno all’indietro, un’impossibilità. Ci raccontano molto della Cina d’oggi per il costante riverbero con temi attuali, come nei due racconti sulla dominazione dei metalieni, esseri di acciaio venuti a invadere la terra per estrarne le risorse minerarie, che lasciano però grande libertà agli artisti promuovendone l’attività a patto di non disturbare il manovratore (e la città nella quale gli artisti vengono concentrati è nientepopodimeno che Shangri-la, nello Yunnan!). L’interrogativo etico per l’artista è dunque: quanto posso accettare il compromesso con il potere? Interrogativo che presiede all’esistenza di ogni artista cinese contemporaneo.

 

Qui la rivolta comporterà il sacrificio della vita, e i nostri eroi ne accettano la necessità. Echi di Cina contemporanea li troviamo disseminati un po’ ovunque, come gli interrogativi dei cloni stretti tra libero arbitrio individuale e la “macrolibertà del mondo”, in una società in cui “l’armonia si rompe e il potere non sa più controllare lo squilibrio tra sovrabbondanza e miseria”. La versatilità di Hao Jingfang sa proporci anche molto fantasy (che io ho sempre trovato noioso nelle sue declinazioni occidentali e qui pure, che posso farci), così come spaziare nella fantascienza più classica tra Marte e Cerere. Mi piace una sua cifra stilistica che ne fa scrittura poetica spesso (o non sarà merito della traduzione di Silvia Pozzi?), incernierata sulla giustapposizione, di cui Hao Jingfang è maestra anche nella composizione strutturale dei racconti, dove a volte a prime parti si contrappongono finali in cui protagonisti e ambientazioni cambiano, e l’autrice non ce ne rivela il perché, lasciando al lettore la libertà di costruirsi una spiegazione: eccola qua, la libertà di Hao Jingfang, che fa piacere ritrovare nell’inventiva, nell’apparente assenza di limite alle possibilità del testo, nella versatilità dei generi. Viene descritto come il tratto distintivo della nuova fantascienza cinese questo: la sarabanda delle trovate, delle aperture alla novità, che poi la narrazione di Hao Jingfang va a negarci, sbattendoci la porta in faccia con finali malinconici.

 

Cosa che, guarda un po’, fa anche il potere nella Cina di oggi: prova a chiudere la porta alla libertà degli autori. La diffusione nel mondo della fantascienza cinese ha indotto infatti il grande partito a emettere delle linee guida (!). Verranno messi soldi e scuole e attività di promozione in questo utile veicolo di softpower internazionale (altri ce ne sono pochi), ma a una condizione: che la sci-fi promuova i valori e l’estetica cinese, che sappia elevare gli spiriti. Fino alla comicità involontaria: che resti nella traccia del ‘pensiero di Xi Jingping’. Peccato perché invece è buona cosa che, in un panorama letterario cinese che fatica a consegnarci opere indimenticabili (se un umano su cinque è cinese sarebbe lecito attendersi molto), siano gli autori di fantascienza a essere premiati all’estero: quelli che paradossalmente meno rappresentano il sogno di stato cinese: che lo ripiegano su se stesso. Devo ammetterlo: che la Cina, a dispetto della rigidità del suo sistema politico, possa portare un vento di novità e ottimismo al mondo rischia di essere solo un’ossessione mia. O invece è realtà? La fantascienza l’oggettività l’ha fatta a pezzi da tempo, speriamo la sua scomparsa non sia ineluttabile.

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